Atlas Pain (Samuele Faulisi)
In occasione del rilascio del primo disco degli Atlas Pain, abbiamo intervistato il cantante e polistrumentista Samuele Faulisi per saperne di più sulla genesi musicale e concettuale del loro full-length, riuscendo anche a ottenere qualche anticipazione sui prossimi piani del gruppo.
Articolo a cura di Roberto Di Girolamo - Pubblicata in data: 18/07/17
Ciao ragazzi e benvenuti su SpazioRock!

Ciao a voi e a tutti i lettori!

 

Avete da poco rilasciato il vostro full-length d'esordio, "What The Oak Left". Cosa potete dirci riguardo la sua gestazione? Come vi sentite dopo questo primo grande traguardo?

 

Mai stati meglio! "What The Oak Left" ha ricevuto, e continua a ricevere, recensioni incredibilmente positive. Ci sono arrivati responsi da praticamente tutto il mondo, ottime critiche da Giappone, Stati Uniti, Europa e ovviamente anche dall'Italia stessa. Abbiamo messo davvero il cuore in questo nostro primo album, lavorandoci giorno e notte per gran parte del 2016 e parte del 2017.

Avevamo già rilasciato nel 2015 un primo EP di debutto, "Behind The Front Page", con l'idea di dare un "assaggio" della nostra musica al pubblico ma già in quel periodo sapevamo che avremmo dovuto impiegare ogni nostro singolo sforzo per creare in un secondo momento qualcosa di più complesso ed elaborato. E nei successivi anni, finita la stesura delle canzoni e il processo di songwriting, ci siamo focalizzati sulla produzione del nostro primo album, cercando di non sottovalutare nessun aspetto, curando in maniera maniacale sia gli arrangiamenti delle orchestre e delle parti sinfoniche sia gli incastri fra queste e la componente metal.

Ci siamo affidati a grandi professionisti e guru del settore, a partire dai Media Factory di Esine per registrazione e mixaggio, concludendo con il master finale ai leggendari Finnvox di Helsinki.

Da marzo in poi è stata un'escalation di sorprese, con il debutto in posizione #172 nella classifica metal di iTunes Italia e la selezione di un nostro brano all'interno della playlist ufficiale "Folk Metal Warriors" su Spotify. Ogni singolo traguardo ci sta spronando a impegnarci sempre di più in futuro, siamo carichi al massimo!

 

Facciamo un passo indietro. Cosa si cela dietro il titolo del vostro lavoro?

 

La musica che vogliamo proporre cerca di unire due realtà spesso in conflitto fra di loro, tentando di abbracciare sia la tradizione, dalle strutture e ispirazioni prettamente pagan metal, sia elementi moderni, come l'uso intenso di varie componenti elettroniche o strutture musicali più immediate, quasi pop. Questo è ciò che la quercia, da tempo simbolo di saggezza e antichità, vuole lasciare in eredità alla nostra musica con l'obiettivo di innovarla, evolverla. "What The Oak Left" è l'icona di una trasformazione personale e non solo.

 

"What The Oak Left" mostra una band con una sua precisa fisionomia, cosa alquanto rara in un album di debutto. Per caso alcuni di voi suonavamo già insieme in altre formazioni?

 

Diciamo che gli Atlas Pain si sono formati e rafforzati nel tempo. Nonostante la band sia nata nel 2013 sono dovuti passare non pochi mesi, fra prove e primi concerti, prima di trovare una nostra stabilità ed un nostro equilibrio. Passo dopo passo, errore dopo errore, ognuno di noi ha trovato la propria posizione all'interno della formazione. Nonostante sia stato io a fondare la band, per me era una prima esperienza sotto ogni punto di vista, ma con l'appoggio inizialmente di Riccardo e Louie e in un secondo momento di Fabrizio, già più esperti di me e con diverse formazioni (anche comuni fra loro) alle spalle, siamo riusciti ad ottenere una stabilità che ci ha permesso di rilasciare un album con enormi soddisfazioni. Abbiamo quattro teste con gusti musicali profondamente diversi fra di loro e questo ci ha aiutato e ci aiuta tantissimo a non porci confini con la nostra musica, analizzando ogni punto d'incontro e ogni differenza. Il confronto è sempre dalla nostra parte!

 

Ascoltando il disco ci si trova immersi nelle terre di Finlandia. Sembra che siate molto influenzati da un certo modo di fare musica tipico dei gruppi che provengono dal paese dei laghi. Siete d'accordo?

 

Beh, essere paragonati ed associati ad uno stile che ci ha stilisticamente formato è solo un onore per noi. Siamo tutti cresciuti a pane, Ensiferum e Finlandia e gran parte delle nostre ispirazioni attuali provengono proprio da quelle zone geografiche. Ovviamente non è tutto unicamente legato ad uno stesso genere, molti spunti provengono anche dalla tradizione power metal prettamente teutonica e spesso cerchiamo di cogliere elementi da stili musicali molto lontani dal metal, fra folk, musica da cinema e addirittura pop. Per quanto sia essenziale avere un punto di riferimento ben saldo, per noi è altrettanto importante avere una visione a 360° su ciò che è il panorama musicale attuale, permettendoci di non porci limiti su quello che poi andremo a scrivere successivamente.


atlaspainintervista2017int

 

Riguardo ai singoli brani, "From The Lighthouse" mi ha ricordato stilisticamente i migliori Insomnium. Da quale idea è partito il pezzo?

 

Con gli Insomnium hai perfettamente centrato una delle maggiori ispirazioni del brano: "From The Lighthouse" è probabilmente la canzone più anomala e diversa di tutto "What The Oak Left". È lenta, cadenzata, dove ad essere protagonista è l'insieme più che i singoli strumenti. Ne è un esempio il bridge a metà, dove abbiamo voluto focalizzarci al meglio proprio sull'atmosfera creata dai cori in sottofondo e dalle chitarre molto effettate. Inoltre, non è solo la parte strumentale la grossa differenza con il resto delle canzoni dell'album. Le liriche affrontate con "From The Lighthouse" strizzano più l'occhio a tematiche morali e quasi filosofiche; se con altri brani, come per esempio "The Storm" o "Annwn's Gate", narriamo semplicemente di storie e leggende, con "From The Lighthouse" approfondiamo temi più complessi, quali il significato dell'esistenza umana e il ruolo che l'uomo ha nel mondo. Anche sotto questo punto di vista abbiamo voluto evolverci.


Parlando di songwriting è obbligatorio citare la conclusiva "White Overcast Line". Come avete affrontato la stesura di una traccia così lunga eppure così fluida all'ascolto?

 

"White Overcast Line" è stata una vera e propria scommessa, proprio perché rendere fluida una traccia completamente strumentale di quasi 12 minuti non sarebbe stato un compito facile (e ti ringraziamo di cuore per averla così descritta!). La sfida però verteva proprio su quello che la canzone voleva comunicare all'ascoltatore. Se infatti con un brano dalla struttura standard si veicola il pubblico verso un determinato tipo di immaginario, tramite le parole che il cantante pronuncia minuto dopo minuto, con "White Overcast Line" abbiamo voluto dare maggiore libertà. Ci piace sempre descriverla come una tela bianca che viene piano piano dipinta da un pittore: nessuna regola, nessuna via da seguire. Allo stesso modo l'ascoltatore può immergersi in una suite completamente strumentale sentendosi libero di immaginare ciò che vuole, dando la propria interpretazione che non sarà mai né giusta né sbagliata. E siamo davvero felicissimi di notare che effettivamente le persone abbiano amato questa canzone tanto quanto l'abbiamo amata noi.

 

"To The Moon" è, al contrario, una canzone molto diretta, votata agli spettacoli live. Come è nata?

  
"To The Moon" paradossalmente è stata una delle canzoni più immediate di tutto "What The Oak Left" proprio per la sua struttura, sì variegata ma diretta, come giustamente hai fatto notare. La fase compositiva della canzone è durata davvero poco, rendendoci immediatamente soddisfatti del risultato e permettendoci di trattarla in maniera quasi prioritaria durante le fasi di registrazione e arrangiamento. Fino ad ora è la canzone che ha attirato maggiore attenzione da parte del pubblico, sia su disco che in sede live, ed è proprio per questo motivo che Spotify stessa l'ha scelta per la sua playlist "Folk Metal Warriors". Ci sta riservando davvero un sacco di sorprese, tanto che sarà la protagonista del nostro prossimo video ufficiale (piccolo spoiler!), sperando che il pubblico possa apprezzarla sempre di più.

 

Rimanendo in tema, quest'estate vi imbarcherete nel Summer Freak Tour suonando anche fuori dai confini nazionali, come ad esempio in occasione dell'Heavy Gassenfest in Germania. Cosa vi aspettate da questo tour estivo?

 

Il Summer Freak Tour sarà l'anticamera per qualcosa di più grosso che arriverà il prossimo autunno. Serve a noi non solo per caricarci a dovere ma anche per concludere questa prima stagione nel migliore dei modi. Il 16 luglio suoneremo al Rock In Somma di Somma Lombardo assieme a White Skull e altri grandi nomi, il 5 agosto parteciperemo ad un evento di beneficenza organizzato in collaborazione con Emergency in provincia di Brescia mentre l'11 agosto viaggeremo in Germania per suonare all'Heavy Gassenfest assieme a Finsterforst, Svartsot e Kambrium: un festival pagan che ci sta lasciando insonni la notte dalla felicità! Poi pausa fino all'autunno per... beh, lo scoprirete! Possiamo solo dire che le novità saranno talmente tante che saremo impegnati per gran parte dei mesi successivi. Siamo euforici!

 

L'intervista si conclude qui. Volete lasciare un messaggio ai vostri fan e ai nostri lettori?

 

Grazie mille ancora una volta per le domande e lo spazio, chiacchierate di questo tipo sono sempre molto piacevoli! Adesso torniamo in sala prove, carichiamo il van e ci prepariamo per le prossime date. Ci sentiamo più forti che mai!

 

Grazie mille per l'intervista! In bocca al lupo per i prossimi live!

 




Intervista
Steven Wilson: Steven Wilson

Speciale
PREMIERE: ascolta "Novacaine" il nuovo singolo dei 10 Years

Speciale
PREMIERE: guarda il video di "Gutter Ballet" interpretata dai Cryptex

LiveReport
Wacken Open Air 2017 - Wacken 03/08/17

Recensione
Judas Priest - Sin After Sin

Speciale
Le Sirene dei Nightwish