Polaris (Daniel Furnari)
La release di "The Mortal Coil", prevista per il 3 novembre, ci ha dato la possibilità di parlare con il batterista Daniel Furnari, vera anima della band australiana. Talentuoso e gentile, il musicista, oltre a raccontare la genesi e le fasi di lavoro dell'album d'esordio, non ha nascosto le proprie  origini italiane e  l'attesa per l'imminente concerto a Bologna in programma il 15 novembre.
Articolo a cura di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 01/11/17

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---ITA---

 

Ciao Daniel e benvenuto su SpazioRock.

Voi ragazzi siete una giovane band all'album di debutto. Cosa puoi dirci della vostra breve ma, sono sicuro, intensa storia? E perché avete scelto un nome così "astronomico"?

 

Suppongo le cose essenziali riguardino il fatto che siamo cinque tizi di Sydney, suoniamo come band da 5 anni, abbiamo girato l'Australia un sacco di volte, emesso due EP e ora stiamo finalmente pubblicando il nostro LP di debutto e toccheremo l'Europa per la prima volta questo novembre! Per quanto riguarda il nostro nome, vorrei ci fosse una spiegazione chiara per cui scegliemmo proprio Polaris, ma onestamente è stato il primo con il quale tutti ci siamo sentiti a nostro agio.

 

Qual è stato l'aspetto più impegnativo e quello più semplice durante il processo di registrazione?

 

Devo chiarire che non possediamo uno studio di registrazione. Abbiamo affittato una casa vacanze sulla costa per un mese e creato uno studio temporaneo con alcune delle nostre attrezzature e altre che i nostri produttori hanno portato con sé dagli USA. Si è trattato di un ambiente molto diverso rispetto a quello in cui registrammo i nostri due EP precedenti, affrontando tra l'altro poche sfide tecniche, tranne un paio di convertitori di potenza USA-Australia saltati in aria durante il processo d'incisione. Più importanti anche le decisioni creative operate in studio rispetto a quanto facemmo in passato, il che ha significato alcuni giorni di stress piuttosto elevato. Tuttavia siamo riusciti a organizzare il programma dei nostri giorni lavorativi: quindi per la maggior parte del tempo l'atmosfera è stata davvero rilassata. C'è stata grande sintonia con i nostri produttori, Carson Slovak e Grant McFarland; essere poi in grado di scomparire per un mese, avere una house band che ha permesso di immergerci completamente nell'album, fare barbecue e passare del tempo insieme è stato incredibile.

 

Il titolo dell'album è piuttosto drammatico. Quale messaggio intendete inviare agli ascoltatori?

 

Il titolo si riferisce direttamente alle prove e alle sofferenze della condizione umana e questo disco si basa in gran parte su esperienze personali e pensieri che hanno modificato o influenzato me stesso e gli altri ragazzi della band negli ultimi anni. È un titolo fosco ma adatto: si tratta di un album che si occupa molto della crescita personale, di cercare di capire se stessi e di trovare un senso in questa vita turbolenta e confusa.

 

"The Remedy" è stata la prima traccia a essere pubblicata: il brano risulta dinamico, con magnifici riff e massicci pattern di batteria. Il video ispirato alle macchie di Rorschach è molto intrigante. Potresti dirci qualcosa di più sulla sua realizzazione?

 

Grazie! Il nostro bassista e clean vocalist Jake (Steinhauser, ndr) ha suggerito quell'immagine per il video musicale. In realtà lo abbiamo filmato sullo schermo verde della nostra vecchia scuola media, e i nostri produttori hanno fatto un lavoro eccezionale per portarlo in vita. Penso abbia quasi un'atmosfera classica di art rock, e ci sono un sacco di riff ripetuti in quella canzone che si adattano perfettamente all'aspetto generale. Si tratta di un grande contrasto con qualsiasi video che abbiamo realizzato in precedenza.

 

Parliamo di "In Somnus Veritas": inizia come una brano strumentale, continua con chitarre dissolventi e, nonostante sia la canzone più breve del disco, sembra essere la più variegata. Sei forse d'accordo se dico che questa traccia appare la chiave di volta dell'intero album?

 

È davvero bello che tu lo dica, perché quella canzone è una sorta di ponte nel mezzo dell'album. Il motivo melodico è stato scritto prima del disco, lo abbiamo messo in disparte per un po' e poi, quando scrivemmo la quarta traccia, ovvero "Frailty", ci siamo resi conto che potevamo fluire veramente da questa a "In Somnus Veritas". Una sorta dunque di punto nevralgico del platter.

 

Pensi che questo pezzo conduca l'LP verso direzioni diverse?

 

Sento che lo fa, sì. Dopo "Frailty", che è molto veloce e intensa fino a quando verso la fine non svanisce e si trasforma in "In Somnus Veritas", la seconda metà dell'album parte con "Dusk To Day": inizia in modo molto oscuro e ambient ed è irrorata da malinconiche vibrazioni rock. Non abbiamo mai scritto in realtà una canzone del genere ed è stato davvero un esperimento per noi.

 

polaris_hysteria_fb 

L'artwork suggerisce una caduta nelle profondità marine. Come è nata l'idea di una cover del genere? Direi che può essere facilmente connessa all'intensità della vostra musica, ho ragione?

 

Direi che andrebbe inteso più come uno spazio vuoto nero piuttosto che un oceano, ma capisco possa apparire anche in questo modo! Tale concetto appariva una potente metafora visiva per molti dei testi dell'album e sembrava fosse quasi costruito, in modo sottile, dalle immagini del nostro ultimo EP. I petali di rosa cadenti possono essere letti come un'allegoria per la vita o per la morte, o per entrambi, come anche un simbolo per il sangue; l'immagine dell'orologio poi è stato suggerita dal nostro artista Carol e rappresenta iconicamente il passaggio inevitabile del tempo e il suo effetto su di noi, che rappresenta una parte enorme del disco. La musica che suoniamo tende a essere dura, pesante ed energica, ma c'è una vera vulnerabilità e un senso di malinconia nei testi, nelle melodie e nella voce e abbiamo voluto che la nostra arte visiva contenesse tutto ciò.

 

La band appartiene al grande universo indie rock / metalcore. Questo tipo di etichetta ha ancora un senso a tuo parere? 

 

È veramente eccezionale come le strade dei generi continuino a sfocare e incrociarsi oggigiorno. Non posso sopportare tutte le sottoclassificazioni, ma all'interno del grande ombrello rappresentato dalla musica pesante e alternativa ci sono tante cose eccitanti che accadono. Anche se noi tutti vorremmo fosse migliore, tuttavia la scena attualmente esistente è molto sana senza ricevere alcun sostegno dal mainstream, il che è una cosa fantastica. Con lo stato attuale delle radio è un miracolo ascoltare un riff di chitarra, tuttavia devo dire che siamo fortunati perché in Australia ci sono alcune grandi stazioni non commerciali che usano la loro forza per esporre un pubblico enorme agli stili alternativi.

 

Quando ti sei reso conto di voler suonare la batteria? E quali sono stati i tuoi modelli?

 

Sono cresciuto suonando strumenti dall'età di quattro anni; mia madre è un'insegnante di musica e mi ha incoraggiato molto. A circa dieci anni ho iniziato a trastullarmi con la batteria,  ho appreso le basi molto rapidamente e l'interesse era veramente forte. Con il tempo ho sfinito mia madre chiedendole di ottenere un kit di batteria e lei capì che era una cosa seria. Intorno a quell'epoca i miei amici e io stavamo scoprendo il pop punk e il rock classico, improvvisavamo insieme e semplicemente ho capito per me che questo era ciò che volevo fare. Durante gli anni della scuola superiore iniziai a essere influenzato dagli eroi della mia infanzia come Travis Barker e John Bonham e poi appena i miei gusti diventarono più pesanti arrivarono The Rev, Joey Jordison, Chris Adler e Matt Greiner. Oggigiorno ancora improvviso su tutta quella roba, però mi piace anche guardare suonare ragazzi come Benny Greb, Matt Garstka e Tony Royster Jr.

 

Nonostante questo sia il vostro primo full length, negli ultimi due anni vi siete costruiti una reputazione on the road e il 28 ottobre avete lasciato l'Australia per un lungo tour in tutto il mondo. Come ti senti a questo proposito?

È incredibile! Essere finalmente in Europa subito dopo il nostro tour australiano è una delle prospettive più emozionanti che abbiamo mai avuto come gruppo. È sicuramente una grande pietra miliare, e il Never Say Die! ha un pedigree di grandi band, quindi siamo felici di far parte di ciò. Ho la forte sensazione che sarà un evento totalmente diverso rispetto al tour in Australia! Poi dopo il Never Say Die! ci stiamo preparando per l'Unify Gathering e a un tour con i Parkway Drive qui in Australia. Quindi siamo carichi per i prossimi mesi.

Pensi che gli spettacoli dal vivo e il contatto con i fan siano un banco di prova necessario per la crescita della band?

Senza dubbio. Ho sempre visto lo spettacolo dal vivo come la vera misura della bontà di una band ed è molto più difficile oggi dividere i gruppi solo in base ai dischi. Soprattutto nella musica pesante il live è arte e deve essere convincente. Per quanto riguarda il contatto con i fan mi sembra altrettanto importante sul palco e fuori scena: è rilevante non solo creare una connessione personale durante la performance che ogni membro del pubblico può sperimentare, ma anche ricevere la ricompensa di interagire direttamente con qualcuno che ha apprezzato quello che hai realizzato. Cercheremo di incontrare il maggior numero possibile di persone durante il tour di Never Say Die! 

Il 15 novembre vi esibirete a Bologna. Quali aspettative nutrite per lo show? 

Sono molto eccitato. Essendo in parte Italiano, non vedo l'ora di mettere piede nel paese di mia nonna (in italiano nel testo, ndr), immergermi nella tradizione e mangiare tutto il possibile! Avrò bisogno di qualcuno che mi consigli i migliori arancini (in italiano nel testo, ndr) in città. E posso solo aspettarmi che la folla italiana ami festeggiare!

Un messaggio per i vostri fan e i nostri lettori! 

Amiamo la pasta. Amiamo la carne. Ci piace il pane, il formaggio, la pizza, i  salumi, le olive e il vino. Speriamo ci mostriate il cibo e le bevande migliori e i vostri migliori mosh pit. Viva l'italia (in italiano nel testo,ndr)! 

 

 ---ENG---

 

Hi Daniel and welcome to SpazioRock.it!

You guys are a young band dealing with your debut album. What can you tell us about your brief, but I am sure intense, history? And why did you choose such an "astronomical" name?

 

I guess the essential facts are that we're five dudes from Sydney, we've been a band for 5 years, we've toured Australia a bunch of times and put out 2 EPs and now we're finally releasing our debut LP and heading to Europe for the first time this November! As for our name, I wish there was some clever explanation for why we became Polaris but it was honestly just the first name that we all felt comfortable with.

 

What was the most challenging and the easiest aspect of the recording process?

 

I should clarify we don't actually own the space that it was recorded in: we rented a holiday house on the coast for a month and set up a temporary studio in it with some of our own gear and some gear that our producers flew over with them from the USA. It was a very different environment to how we've recorded our previous 2 EPs, and we had a few technical challenges. We blew up a couple of USA-Australia power converters in the process. We also had a few more creative decisions to be made in the studio than we've had in the past, which meant there were some higher-stress days. On the plus side though, we were able to dictate the schedule of our workdays, so for the most part the vibe was really relaxed and we bonded really well with our producers, Carson Slovak and Grant McFarland. Being able to disappear for a month and have a band house where we could just bury ourselves in the album and cook barbecues and hang out was awesome.

 

The title of the album is rather dramatic. What message did you intend to leave to the listener?

 

That title refers directly to the trials and sufferings of the human condition, and this record draws largely from personal experiences and thoughts that have shaped or impact myself and the other boys in recent years. It's a grim title but it's fitting; it's an album that deals a lot with growing up and trying to understand yourself and find meaning in this turbulent and confusing life.

 

"The Remedy" was the first track to be released from this album: the song is dynamic, with great riffs and massive drumming. The Rorschach's video is very intriguing. Could you please tell us something more about it?

 

Thank you! Our bass player and clean vocalist Jake was the one that suggested that vision for the music video: we actually filmed it on a green screen at our old high school, and our video producers did a killer job of bringing it to life. I feel like it has almost a classic art rock vibe to it, and there are a bunch of throwback riffs in that song that just matched the look of the video perfectly. It's a big contrast to any video we've done before.

 

Let's talk about "In Somnus Veritas": it starts off as an instrumental track, it proceeds with some guitar fading and, despite being the shortest song on the album, it seems to be the most varying. Do you possibly agree if I say this song is the keystone of the whole album?

 

It's really cool that you would say that, because that song is kind of a bridging piece in the middle of the album; the melodic motif was written before the album and then put on the shelf for a while, and then when we wrote "Frailty" (track 4) we realized we could flow really smoothly from that into "In Somnus Veritas" and gave us a sort of midpoint for the record.

 

Do you think this song drives the LP in different directions?

 

I feel it does, yeah. Coming out of "Frailty", which is very fast and intense up until it falls away hard at the end and transitions into "In Somnus Veritas"the second half of the album from thereon begins with "Dusk to Day" which starts out very dark and ambient with a moody rock vibe to it: it doesn't really feel like any other song we've written and it was a real experiment for us to write.

 

The artwork suggests a fall into the sea depths. How did the idea of such a cover come about? I'd say it can be easily related to the intensity of your music, am I right?

 

I'd say it's intended to be more of a black empty space than an ocean, but I can see how it could appear that way too! This concept seemed like such a potent visual metaphor for a lot of the lyrics on the record, and almost felt like it built, in a subtle way, from the imagery of our last EP. The falling rose petals can be read as a metaphor for either life or death, or both, as well as a symbol for blood, and the watch was suggested by our artist Carol as a symbol for the inevitable passage of time and its effect on us, which is a huge part of the record. Our music tends to be hard hitting and heavy and energetic, but there's a real vulnerability and sense of melancholy to the lyrics and melodies and vocal delivery and we wanted our visual art to encapsulate that.

 

The band belongs to the great universe of indie rock / metalcore. Does this kind of labelling system still make sense in your opinion? Anyway, what does it mean to you to be alternative?

 

It's really cool the way genres are continuing to blur and cross over these days. I can't stand all the sub-classifications, but within the big umbrella that is heavy and alternative music there are so many exciting things happening, and although we could always wish it was doing better the scene is currently existing very healthily without receiving any support from the mainstream, which is a great thing. With the current state of mainstream radio it's a miracle to even hear a guitar riff on the radio, but I do have to say we're lucky that in Australia there are some great non-commercial radio stations using their power to expose a huge audience to alternative styles.

 

When did you realize you wanted to play the drums? And what are your role models?

 

I grew up playing instruments since the age of four: my mum is a music teacher and encouraged me a lot. At about 10 years old I messed around on a drum kit and picked up the basics very quickly, and the interest stuck with me really strongly. Over time I wore my mum down with me asking to get a drum kit and she realized this was a serious thing. Around that same age my friends and I were discovering pop punk and classic rock bands and jamming together and it just clicked for me that this was what I wanted to do. Through high school I started off taking influence from my childhood heroes like Travis Barker and John Bonham and then as my tastes got heavier it was The Rev, Joey Jordison, Chris Adler, Matt Greiner...these days I still jam all that stuff, but I'm also really loving watching guys like Benny Greb, Matt Garstka, and Tony Royster Jr.

 

Despite this being your first full length, in the last two years you have been building yourselves a reputation on the road and, on October the 28th, you have left Australia for a long world tour. How do you feel about this?

 

It's incredible! To finally be heading to Europe straight after our Australian tour is one of the most exciting prospects we've ever had as a band. It's definitely a big milestone, and Never Say Die! has a pedigree of great lineups so we're so happy to be part of that. I have a strong feeling it's going to be a totally different ball game to touring back home! Then after Never Say Die! we're getting ready for Unify Gathering and a tour with Parkway Drive here in Australia, so we're just psyched for the next few months.

 

Do you think live shows and the contact with the fans are a test bench necessary for the band's growth?

 

Without a doubt. I've always seen the live show as the true measure of how good a band is - it's a lot harder to separate good bands just based on records these days. In heavy music especially, it's such a live art and it needs to be convincing. As for contact with the fans, i feel it's equally important onstage and offstage: forming a personal connection during the live performance that every audience member can experience, and then also the reward of interacting personally with someone who has enjoyed what you created. We'll be trying to meet as many people as possible during the Never Say Die! tour.

 

On November the 15th you are going to perform in Bologna. Do you have any particular expectations about your Italian show?

 

I'm so excited for that one. I'm part Italian so I'm especially keen to set foot in my nonna's home country and soak up the heritage and eat everything in sight! I'm gonna need someone to point me to the best arancini in town. And I can only expect that the Italian crowds love to party!

 

Please leave a message to your Italian fans and our readers!

 

We love pasta. We love meat. We love bread and cheese and pizza and salami and olives and wine. We hope that you will show us your best food and drink and your best mosh pits. Viva l'italia!




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