Dire Straits Legacy (Phil Palmer, Alan Clark, Trevor Horn, Marco Caviglia)
Quando l'estro creativo forgia l'artista in maniera pura e completa è impossibile arrestarlo. Da qui, dalle ceneri dei Dire Straits, i Dire Straits Legacy presentano al mondo la loro ultima fatica "3 Chord Trick", storia di come, partendo da soli tre accordi, la musica esplode e si fa grande. 
Articolo a cura di Cristina Cannata - Pubblicata in data: 03/01/18
Si ringrazia Isadora Troiano per la collaborazione
 
 
Benvenuti su SpazioRock! È un piacere e un onore avervi qui con noi. Prima di tutto, come state? Vi state divertendo qui a Milano?

Phil Palmer: Grazie! Si ci stiamo divertendo, è una bellissima città.
 
Proprio a Milano, durante il Billboard Italia Event, avete presentato il vostro ultimo disco con una performance live.

Phil Palmer: Si è trattato di uno show acustico, non di un vero e proprio live. Abbiamo suonato alcune canzoni e abbiamo deciso di andare sull’acustico per avere una maggiore connessione col pubblico, sai… due chitarre e un piano per creare un momento molto intimo.

Certo assolutamente. Dev'essere stato emozionante. Come vi siete sentiti?

Alan Clark: Il risultato è stato fantastico, non succede tutti i giorni di avere della nuova musica da presentare al mondo, è stato un giorno molto speciale per noi.
 
Parliamo allora del nuovo album “3 Chord Trick”, pubblicato lo scorso 24 novembre: cosa mi direste se vi chiedessi di presentarlo al pubblico usando solo 3 parole.

Phil Palmer: Solo tre? Beh potrei dire… 3 Chord Trick… (ride, ndr.)! Ma forse così è troppo facile! Però penso che sia una buona presentazione perché è sia il titolo dell’album che di una delle canzoni contenute. Si tratta di un modo di suonare. Durante le sessioni di registrazione della musica pop moderna, negli ultimi 40 anni, o forse anche di più, la tendenza è quella di sviluppare le canzoni partendo proprio da tre accordi (three chords in inglese NdR). E’ un’estensione del blues ed è praticamente l’elemento fondamentale della musica moderna. Noi abbiamo cercato di partire da quello stadio e di sviluppare le nostre idee, si tratta dell’eredità di ciò che abbiamo fatto negli ultimi 4 o 5 decenni. Se unisci tutte le nostre esperienze vengono fuori circa 200 anni di musica ed è praticamente quello che abbiamo cercato di fare insieme…

Alan Clark: Ecco tre parole per descrivere l’album “Questi siamo noi”. Così, molto semplicemente.  

Si può dire che questo disco abbia una forte connessione con l’Italia, prima di tutto perché parte dei membri della band hanno origini italiane, secondo perché è stato registrato anche nel nostro paese e infine la presentazione in esclusiva qui a Milano. Direi che quest’album ha “un’anima italiana”. Siete d’accordo con me?

Phil Palmer: Certo, in un certo senso è così. Abbiamo creato la prima parte del disco a Los Angeles ma l’abbiamo sviluppata qui, con l’aiuto di Massimo Scarparo nei Forward Studios di Grottaferrata, vicino Roma. Ci siamo trovati bene con lui, ci ha accolto con gioia a casa sua e nel suo studio, nel suo mondo, per così dire, ed è stata una bellissima collaborazione, senza dubbio. 

Cosa potete dirci per quello che riguarda il processo creativo? Siete musicisti differenti, con stili e influenze diverse quindi ci saranno state tantissime idee su cui lavorare. Avete fatto affidamento su idee che avevate già da parte o vi siete lasciati andare all’istinto creativo?

Phil Palmer: Credo che sia stato un po’ di entrambe le cose. Abbiamo cominciato con un po’ di materiale che avevamo già e che ha dato la direzione all’album ma poi si è evoluto molto naturalmente, abbiamo cominciato a lavorarci oltre un anno fa. E la cosa bella è stato proprio il modo in cui si è sviluppato, così com’è venuto. Le canzoni sono nate dal nulla, all’inizio solo idee interessanti e poi grandi canzoni con ottimi arrangiamenti, quella è la parte divertente.

Alan Clark: All’inizio non avevamo ovviamente idea di come sarebbe stato, si tratta di una specie di viaggio di esplorazione, di scoperta, non sai mai dove andrai a finire.

Quanto c’è dei Dire Straits in questo album secondo voi?

Phil Palmer: Credo che, visto che Alan è stato un membro dei Dire Straits per la maggior parte della loro carriera, qualcosa ci sia, del loro lascito, assolutamente. Il mio coinvolgimento con la band ammonta solo a 2, 3 anni ma anche per me c’è stato qualcosa in questo senso. Non posso dire che la mia tecnica e quella di Mark Knopfler sia qualcosa che abbiamo inventato noi, entrambi l’abbiamo presa dal grande Chet Atkins. Siamo stati entrambi influenzati da lui, era un genio. Quindi indipendentemente da questo, è il tipo di musica che faccio, è insito nella mia anima, è naturale che la mia personale esperienza si innesti bene all’interno del gruppo.
 
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“Jesus Street” è il primo singolo che avete fatto uscire per presentare il disco. C’è una ragione particolare dietro questa scelta? Pensate possa essere una specie di sintesi rappresentativa dell’album in qualche modo?

Phil Palmer: Abbiamo pensato che sarebbe stato il singolo più “ovvio” per il disco, niente di più, ci è sembrato il pezzo giusto per fare da apripista all’album, perché si, come hai detto, lo rappresenta.

Alan Clark: Ed è anche molto radiofonico, sai? Ottimo per un primo ascolto e anche per guidare e canticchiare in macchina (ride NdR).
 
Ascoltando il disco è possibile percepire davvero il legame forte che intercorre tra voi. Quanto è stato importante creare questo tipo di rapporto per una band come la vostra?

Alan Clark: È stato vitale, è stato la ragione per cui tutto si è evoluto così facilmente, perché avere quattro persone insieme nella stessa stanza non basta a creare la chimica, dev’esserci qualcosa di speciale tra loro per comporre musica. Con loro il modo in cui tutto si è evoluto è stato quasi misterioso e molto interessante da osservare, ma sicuramente questo feeling è alla base di tutto.
 
 
Trevor, hai arricchito con la tua presenza una line up già di grande qualità. Ci puoi dire com’è nata questa collaborazione…

Trevor Horn: È successo che Phil è venuto da me quando era a Londra ed ero impegnato con un album chiamato “The 80s Reimagined” per cui lavoravo con una grande orchestra per riarrangiare alcune canzoni degli anni 80 e ho pensato di chiamarlo per suonare su alcuni brani. Lui l’ha fatto e gli ho schiesto di unirsi a noi. Ero molto felice perché quando arrivi a una certa età non ci sono più molte occasioni di suonare dal vivo e con un gruppo di musicisti del genere. È stata per me una prospettiva davvero interessante. Amo suonare, dal vivo è tutto reale, non usiamo basi registrate o che, è qualcosa che spinge a mettersi in gioco. Il batterista che avevo ingaggiato per la mia band, un ragazzo giovane, mi ha detto che con noi ha suonato per la prima volta senza basi registrate e ne era felicissimo.

Alan Clark: Ma dai? Non ci credo!!

Trevor Horn: Si si è così. Mi disse che si divertiva molto di più, che così era molto meglio.

Alan Clark: Ma dai alla fine non cambia niente tranne che il batterista va a tempo (risate varie NdR)

Phil Palmer: Il problema è che è la stessa cosa tutte le sere ma riusciamo a superarlo. Ci conosciamo da anni e ci stimiamo moltissimo come musicisti, inoltre il risultato finale ci piace molto ed è questo l’importante.
 
Cosa ci potete dire riguardo il lavoro con Marco Caviglia? Ho letto la storia di come sia stato coinvolto nel progetto ed è come se io venissi chiamata come nuovo cantante dei Pink Floyd. Cosa ha portato a voi, musicisti con decenni di esperienza, la sua anima e la sua personalità oltre che il suo talento?

Phil Palmer: Marco è il catalizzatore di tutto questo progetto, ha iniziato a lavorarci molti anni fa e ci ha portato dentro uno per uno, io ed Alan non ci vedevamo da 20 anni e lui ci ha riunito, ha portato insieme tutti gli altri musicisti e abbiamo iniziato a suonare di nuovo i brani dei Dire Straits. Quindi è grazie a lui che siamo qui oggi…in più è un bravissimo cantante.

Alan Clark: La sua voce è stupenda ed è perfetta per il progetto, se ci fai caso la sua inflessione italiana rende molto bene nei pezzi e li arricchisce.
 
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Qual è la ragione principale dietro l’evoluzione del vostro nome da The Straits e Dire Straits Legend all’ultimo Dire Straits Legacy?

Phil Palmer: Perché appunto noi rappresentiamo l’eredità dei Dire Straits ma magari un giorno abbandoneremo completamente la connessione con il nome. Per quanto riguarda Dire Straits Legend è stata una fase che abbiamo attraversato ma nessuno di noi era contento al 100% di quel nome, sai per noi inglesi quando sei una leggenda vuol dire che sei morto (ride NdR). Per ora continueremo a usare il nome Dire Strait Legacy per far capire bene alla gente ciò che siamo e che facciamo.

Beh certamente, ora c’è ancora di più nella vostra eredità. 

Trevor Horn: È un po’ come coi Beatles. Tutte le loro prime canzoni erano quasi delle cover di canzoni popolari r’n’b americane, ma poi hanno iniziato a creare le loro canzoni, arrivando al loro quinto album e da lì si sono evoluti tanto che quasi nessuno ricordava i loro primissimi brani.

Alan Clark: E magari loro non le avrebbero mai più suonate dal vivo.

Avete reso l’idea. Andiamo avanti: cosa rispondereste ai fan convinti che  “Non esistono Dire Straits senza Mark Knopfer”? 

Phil Palmer: In un certo senso è vero, i Dire Straits non sono la stessa cosa senza Mark Knopfler e siamo molto rispettosi di questo, non fingiamo certo che questa sia una reunion. Non lo è, sia chiaro. Questa è una celebrazione della musica dei Dire Straits, Mark non c’è e in realtà ci dispiace perché sarebbe fantastico averlo lì con noi, lui è una delle radici che ha portato a ciò che facciamo ora. Anche per questo abbiamo deciso di andare oltre i Dire Straits, perché senza Mark Knopfler non è la stessa cosa. 
 
A questo proposito, secondo voi, in quale misura un musicista dovrebbe soddisfare le aspettative dei fan? 

Phil Palmer: Domanda interessante. Penso sia come nelle stazioni radio di oggi, la musica non è scelta dai DJ ma da altre mille persone diverse. Questo non va bene perché la gente tende a gradire ciò che suona familiare, per quanto riguarda l’arte, ti daranno sempre la stessa opinione. Se guardi indietro alla storia della musica pop la maggior parte delle persone andavano fuori di testa per un disco “hyped”, di moda, ed è giusto così. Credo molto in questo genere di fenomeni, basta pensare ad Elvis o esempi simili. Ma molto più spesso è difficile “vendere” al pubblico qualcosa di nuovo, di diverso dal solito, bisogna lavorare moltissimo per farlo. Penso che per un musicista non ci sia altro obiettivo che suonare per un pubblico, possibilmente un grande pubblico, è inutile negarlo, io stesso amo suonare per tanta gente, c’è più feeling. La tua domanda era su quanto sia necessario soddisfare le aspettative del pubblico, certamente è molto importante ma come si dice, puoi uccidere qualcuno anche con la gentilezza. Voglio dire che non penso che sia necessario dare al pubblico esclusivamente ciò che vuole, ciò che si aspetta.

Trevor Horn: La vita del musicista consiste nel rendere felici le persone ma non possiamo essere solo quello che vogliono gli altri.

Alan Clark: È per questo che i musicisti piacciono, ci associano con la gioia che gli portiamo ed è un po’ il fascino del nostro lavoro, rendiamo felici gli altri ed è una cosa assolutamente volontaria, nessuno costringe la gente a venire al nostro concerto no? (risate NdR) 

Secondo voi, cosa manca all’attuale scena del music business perché funzioni al meglio?

Phil Palmer: Probabilmente un po’ più di libertà di espressione. Al momento c’è ancora troppo controllo ed è difficile che la musica più originale, diversa dalla massa, possa emergere. Negli anni ’60, quando abbiamo cominciato noi, si poteva pubblicare praticamente qualsiasi cosa perché il rock, quello che conosciamo oggi, era in fase di elaborazione. Ogni cosa che veniva pubblicata era assolutamente originale e nuova, per cui c’era molta più libertà, oggi è tutto molto diverso ed è molto difficile venire pubblicati perché l’intera industria è molto più controllata.
 
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Quindi potete dare qualche consiglio ai giovani che vogliono diventare musicisti di professione?

Alan Clark: Siate voi stessi.
 
Trevor Horn: È l’unica cosa che conta. Insieme all’esercizio, ovviamente! Esercitatevi e siate voi stessi! 

Phil Palmer: E anche credere nel vostro sogno, sempre.

Parliamo del futuro, quali sono i prossimi piani per questo progetto?

Marco Caviglia: L’anno prossimo saremo in tour, a gennaio saremo in Sud America, ci siamo stati l’anno scorso come “esperimento” ma è stato davvero un successo quindi ci torneremo.

Alan Clark: Piacciamo a tutti in qualsiasi posto del mondo!

Phil Palmer: Si penso che struttureremo tutti i nostri progetti sul tour che verrà l’anno prossimo e poi torneremo in Italia per lavorare su nuove idee, sicuramente in ottobre. 

Ottimo! Ultima domanda: siete tutti grandissimi artisti, con un incredibile bagaglio di esperienze e collaborazioni. Credete che ci sia qualcosa che ancora manca alla vostra carriera?

Alan Clark: Per me, questo album. È stata la ciliegina sulla torta.

Trevor Horn: Una delle ciliegine su una torta che non smette mai di abbellirsi, diciamo così. 

Phil Palmer: Credo che ci siano ancora molte cose da fare e da dire, abbiamo ancora moltissime cose da dire.
 
Vi ringrazio per il vostro tempo e se volete, potete lasciare un messaggio ai vostri fan e ai nostri lettori…

Ci vediamo l’anno prossimo, venite a vederci perché sarà un grande show.




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