Joel McIver (Joel McIver)
Joel McIver: autore di biografie rock e metal di indiscusso successo, grandissimo conoscitore della storia della musica ed infine (e prima di tutto) un fan. Ospiti negli uffici della Tsunami Edizioni, abbiamo avuto l'occasione di intervistarlo in modo approfondito, scoprendo così l'uomo comune che si nasconde dietro al giornalista di successo.
Articolo a cura di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 01/09/14

Joel, partiamo dall’inizio della tua storia. Oltre ad essere un giornalista sei anche un fan della musica di cui scrivi. Come è iniziata la tua passione per l’heavy metal?

Ricordo molto chiaramente quel preciso momento! È una storia divertente: quando ero un ragazzo, nei primi anni della mia adolescenza, è imbarazzante a dirsi ma ascoltavo Duran Duran, Soft Cell, qualsiasi gruppo all’interno della musica pop inglese. Poi, circa verso i sedici, diciassette anni, qualcuno mi ha fatto ascoltare i Metallica per la prima volta. Prima di quell’occasione, ho sempre pensato che l’heavy metal fosse una specie di barzelletta, musica stupida per gente stupida. Poi ho ascoltato “Master of Puppets” e mi ha completamente stravolto! Poi ho ascoltato gli Slayer. Ho ascoltato qualcosa degli Iron Maiden e dei Black Sabbath ma non mi aveva entusiasmato per nulla. È stato il thrash metal che mi ha veramente impressionato. Successivamente mi sono anche appassionato al death metal e nel giro di cinque anni ero completamente fissato con l’heavy metal. Continuo comunque ad apprezzare anche gli altri generi musicali. Ancora oggi continuo ad ascoltare musica pop, rock, classica, funky, jazz...


Come hai iniziato a scrivere di musica e nello specifico di heavy metal?

Sono stato un insegnante per un breve periodo. Ho vissuto anche in Italia, ad Ancona. Insegnavo l’inglese in una scuola media. Vi sono rimasto per un anno. Successivamente ho ottenuto un lavoro per una rivista in Inghilterra, Record Collector, dedicata alle persone che collezionano questo genere di cose (indica i dischi in vinile d’annata esposti sugli scaffali attorno a noi, ndr). Vi lavoravano cinque o sei persone ed ognuna aveva la sua specializzazione. Non avevano una persona che si occupasse di heavy metal. Io lo adoravo e così mi chiesero “cosa ti piace?” ed io risposi “mi piacciono gli Slayer, i Metallica, gli Anthax” e loro mi dissero “ottimo! Settimana prossima ci serve qualcuno che intervisti Dave Mustaine e la settimana dopo qualcuno che intervisti Scott Ian” ed io “Sì, grazie! Sì, grazie!”. Ero un fan, era come essere in paradiso. Telefonavi ad una etichetta musicale e dicevi “vorrei intervistare Tom Araya” e loro “certo, la prossima settimana”... ahahah (ride, ndr) Nel giro di un anno avevo intervistato chiunque. Avevo una lista di persone con cui avrei voluto parlare e l’ho esaurita completamente! Subito dopo le cose sono cambiate, perché ho iniziato a scrivere libri su di loro, ho iniziato a conoscerne alcune in modo personale, così sono cambiate anche le dinamiche: prima ero un giornalista che le intervistava per una rivista o per un giornale mentre adesso avveniva per un libro. La situazione adesso è cambiata nuovamente. Per esempio, lo scorso anno ho scritto in collaborazione l’autobiografia di David Ellefson. Questo significa che posso telefonare a Scott Ian o a Kerry King e dir loro “volete rilasciare un’intervista per questo libro” e loro mi rispondono tranquillamente di sì, perché mi conoscono come autore, è un’ottima cosa trovarsi in questa posizione, dopo tutti questi anni di giornalismo! [Nel periodo in cui lavoravo per la rivista Record Collector] Ho scritto il mio primo libro, dal titolo Extreme Metal (in italiano: Metal Estremo, Edizioni Lo Vecchio, 2001, ndr) che era tipo un’enciclopedia dell’heavy metal. Non era proprio un buon libro! Poi ho continuato a scrivere libri, ho avuto un bestseller, nel 2004, con il libro dedicato ai Metallica (Justice For All: The Truth About Metallica; in italiano: Justice For All. La verità sui Metallica, Arcana Edizioni, 2011, ndr). Siccome si è rivelato un bestseller, ho lasciato il mio lavoro presso la rivista Record Collector. Stiamo parlando di dieci anni fa. Adesso scrivo due libri all’anno, la Tsunami ne ha pubblicati circa sei, credo. È un gran bel lavoro! Molti alberi nelle foreste pluviali sono stati abbattuti per causa mia! Ahahah (ride, nrd)

 

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Quale è il processo creativo nel momento in cui ti metti al lavoro su di un nuovo libro?

Fondamentalmente scrivo tre tipi di libro: biografie non autorizzate, biografie autorizzate e le autobiografie di qualcun altro. Sono tre differenti situazioni. Se si tratta di una biografia non autorizzata... prendiamo ad esempio quella degli Slipknot, che è stato il mio secondo libro. Non è stato un gran che, buono ma non di più, lo avessi scritto oggi sarebbe stato sicuramente migliore, ed infatti la nuova versione aggiornata è decisamente migliore. Comunque... cerchi di recuperare quante più fonti possibili. Se è un libro non autorizzato, non puoi semplicemente copiare il materiale da internet, devi comunque presentare delle informazioni al lettore che ha comprato il libro che siano originali, utili e che non possano essere trovate da nessun’altra parte. Il modo per fare tutto ciò è lo stesso di qualsiasi altra ricerca in campo giornalistico, cerchi di parlare con delle persone che non sono mai state intervistate prima, raduni quante più informazioni possibili per presentarle al lettore in una veste che sia d’intrattenimento ma anche d’approfondimento, che giustifichi il prezzo che è stato pagato all’acquisto del libro, perché non voglio dare al lettore un qualcosa di già conosciuto, voglio dargli un buon libro d’informazione che sia nuovo. Se sto invece scrivendo delle biografie ufficiali, per esempio come è successo di recente con i Cannibal Corpse, mi siedo ad un tavolo con la band, abbiamo un contratto, mi raccontano di persona le loro storie ed io le trasformo in un libro che poi loro leggeranno, lo dovranno approvare e correggere con aggiunte o tagli. È molto più semplice. L’unica pecca per quanto riguarda i libri autorizzati è che vi sono cose che non puoi raccontare. Se ho un’opinione personale riguardo ad un disco che non è bello, non posso scriverla, perché è un libro ufficiale. Mentre se si tratta di un libro non autorizzato posso anche scriverla. Infine, scrivere l’autobiografia di qualcun altro è forse la più divertente delle tre categorie. Mi è capitato in tre occasioni: Glenn Hughes, David Ellefson e Max Cavalera. Arrivi ad instaurare una bella amicizia con queste persone. Ma è un’amicizia molto strana: per un terzo sei un terapista, per un terzo sei un amico e per un terzo sei un giornalista. È fantastico perché ti raccontano la loro intera vita su nastro ed è il tuo lavoro trasformarla poi in un libro. Sta a te decidere quando fare iniziare un capitolo e quando concluderlo con un buon momento di suspense, un momento emozionante della storia dove ti chiederai “ed adesso cosa accadrà?”. Quindi si tratta di scrivere il libro, farlo leggere all’artista il quale poi proporrà dei cambiamenti.


Quale è la tua routine quotidiana mentre stai scrivendo un libro?

Sono un padre, ho due figli piccoli, quindi li devo portare a scuola. Poi inizio il mio lavoro di scrittura alle nove di mattina, mi preparo una tazza di tè e continuo a lavorare ininterrottamente fino alle tre di pomeriggio. Per quell’ora sono completamente esaurito, non riesco più a scrivere, sai bene com’è la sensazione. Mi occupo allora di altri lavori che vanno fatti. Magari gioco con i miei figli o sistemo qualcosa in casa. Comunque dedico sei o sette ore di scrittura costante. Solitamente ho più progetti in contemporanea. Per esempio, tra poco inizierò un nuovo libro, quindi sono nella fase di ricerca delle informazioni, contemporaneamente sto scrivendo un altro libro, ed infine un altro ancora è appena uscito nelle librerie, quindi sono in giro a rilasciare interviste, come in questo momento con te. È un’attività estremamente sfaccettata, perché ogni progetto si trova ad uno stadio differente, pubblico molti libri, in molte nazioni, quindi vi è sempre qualcosa di differente ogni singolo giorno. È divertente, ne vado pazzo, non cambierei assolutamente nulla. Adoro avere la mia libertà. Ho il mio programma, sei diverse attività ogni giorno, e la settimana prossima sarà completamente diversa da questa.


Quali sono gli elementi essenziali di una biografia rock o metal?

Gli stessi di una qualsiasi biografia che tratti di musica, non solo rock o metal. Innanzitutto che sia istruttiva, poi che sia piacevole ed infine che valga effettivamente i soldi spesi per comprare quel libro, come ho detto prima. Se qualcuno ha pagato 20 euro, è un complimento nei tuoi confronti, è una grandissima dimostrazione di fiducia nei tuoi confronti, quindi tu devi ripagarla in qualche modo, consegnando un prodotto che rispecchi le aspettative.

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Quale dei tuoi libri ha richiesto il maggiore lavoro di scrittura?


Ottima domanda! Con tutta probabilità quello sui Black Sabbath. Il libro è intitolato Sabbath Bloody Sabbath (in italiano: Black Sabbath, Tsunami Edizioni, 2009, ndr), probabilmente perché estremamente lungo, ben 175.000 parole, mi ha quasi ucciso! Ahahah (ride, ndr). Un libro maledettamente grosso. C’è voluto un bel po’ di tempo per scriverlo, e la mia gestione del lavoro non è stata ottimale, mi ricordo che ne ho scritto la maggior parte nell’arco di soli tre mesi, che è veramente un carico di lavoro insano. Inoltre i Black Sabbath, stiamo parlando di dieci anni fa circa, avevano già una quarantina anni di carriera alle spalle. Cercare di recuperare ed organizzare tutte quelle informazioni non è stato semplice, e non ho letto nessun altro libro sui Black Sabbath, non volevo riempire la mia mente con il lavoro di altri scrittori, solo la mia ricerca personale. Credo di aver scritto quel libro nel giro di un anno, ed è stato un anno estremamente impegnativo, ma il risultato è stato ottimo, perché adesso è stato tradotto in sei lingue ed è stato aggiornato tre volte.


È capitato che un tuo libro abbia scatenato delle polemiche?

Sicuramente The 100 Greatest Metal Guitarists (in italiano: I 100 più grandi chitarristi metal, Tsunami Edizioni, 2010, ndr). Tutti quelli che sanno suonare la chitarra l’hanno apprezzato. Le persone che non hanno una conoscenza di quanto difficile sia suonare tale strumento sono state le uniche che si sono lamentate. Ma sono stato soddisfatto del metodo scelto quando ho scritto quel libro. Riportava la classifica di cento artisti, innanzitutto secondo il criterio di quanto fosse tecnicamente capace e poi di quanto un artista fosse famoso, perché per essere un grande chitarrista devi avere entrambe le caratteristiche. Per cui ti ritrovi Tony Iommi verso il quinto o sesto posto perché la sua tecnica è ottima, ma non di livello eccezionale, lui stesso l’ha detto. Invece Dave Mustaine è riuscito a spingere i Metallica verso una direzione precisa, mentre poi loro hanno cambiato completamente la loro musica una volta che lui se n’è andato. I suo riff, la sua tecnica, ho dettagliato tutti questi aspetti nel libro. Lui stesso ha letto il libro. Ho ricevuto molte email da persone che si sono lamentate di Mustaine al primo posto, ma non da parte di chi suona la chitarra. Ho spedito il libro a Mustaine e lui lo ha considerato estremamente valido, soprattutto in considerazione del fatto che si è sentito sempre deluso dal fatto che Kirk Hammet venga considerato un fantastico chitarrista, ed effettivamente Kirk è un chitarrista eccezionale ma Mustaine è un poco più sviluppato, ma le persone non lo sapevano per forza. Questo prima che l’uscita del libro rendesse questa piccola differenza ben chiara. Io stesso considero Kirk Hammet un grande chitarrista, ma Mustaine ha un qualcosa di extra. Potrei andare avanti tutto il giorno a parlare di questo, ma in sintesi è stato questo il libro che ha scatenato diverse polemiche.


Cosa reputi migliore tra lo scrivere una biografia non autorizzata ed una invece non autorizzata?

Entrambe sono estremamente interessanti. Se scrivi una biografia autorizzata, è fantastico, il tizio di cui devi parlare ti dice “puoi telefonare a Alice Cooper” oppure “puoi telefonare a James Hetfield”, wow, è una cosa grandiosa, ma vi sono alcuni spunti che non puoi trattare. Nello stesso tempo quando sei alle prese con una biografia non autorizzata hai la più completa libertà come scrittore di poter dire quello che vuoi, ma alcune persone non vogliono contribuire con loro interventi, magari gli chiedi “posso intervistarvi?” e loro ti rispondono “no”... entrambe hanno dei vantaggi e degli svantaggi. Ultimamente preferisco le biografie autorizzate, ho scritto un buon numero di libri e preferisco lavorare con le persone, è un’esperienza profonda.


Scorrendo la tua bibliografia si nota subito la tua prolificità come autore. Lo scorso anno hai pubblicato ben tre libri, ed anche per il 2014 vi saranno altrettanti nuovi libri in commercio. Come riesci a gestire questa mole di lavoro?

Faccio schifo in molte cose, ma se ve ne è una nel quale sono bravo, è proprio lo scrivere velocemente e bene. I miei testi non hanno bisogno di troppe revisioni, ogni editore che incontro solitamente mi dice “ho effettuato una sola modifica, fondamentalmente il tuo testo è ottimo”, quindi riesco a scrivere velocemente e bene: non è una buona cosa scrivere velocemente ma in modo pessimo, e non vi è ragione di scrivere bene se poi ti perdi le scadenze perché sei lento. Fortunatamente riesco bene in entrambi gli aspetti. Quando lavori a tempo pieno come scrittore, hai molto tempo a tua disposizione e puoi concludere molto. Tante persone che scrivono hanno anche un altro lavoro e possono permettersi di scrivere solo alla sera e non hanno molto tempo da dedicare a questa attività. Quando scrivere è invece il tuo unico lavoro, ed inizi alle nove di mattina quando sei bello fresco e pieno di entusiasmo, ti fai un caffè e via! (batte le dita sul tavolo mimando il gesto di scrivere al computer, ndr) Così riesci a concludere molto. Saper gestire il tuo tempo è estremamente importante, anche perché scrivo per settimanali, per riviste, sono il direttore di una rivista chiamata Bass Guitar, ogni quattro settimane usciamo con un nuovo numero, ho una famiglia, ho degli amici... vi sono molte cose da fare.

 

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Come è cambiata la tua vita dopo la pubblicazione, nel 2004, del bestseller Justice For All. La verità sui Metallica?

Molte case editrici sono venute da me e mi hanno chiesto “vuoi scrivere un libro per noi?”, quindi ho avuto la possibilità di lasciare il mio lavoro presso la rivista Record Collector, che va detto apprezzavo molto, ma ero rimasto in quella redazione per sei anni ed era tempo di cambiare. Far parte del personale di una rivista a tempo pieno è un lavoro duro, la paga non è delle migliori, quindi avevo due ottime ragioni per andarmene e avviare una mia attività. Inoltre avevo sempre voluto poter lavorare a casa, per poter passare del tempo con i miei figli, avevo sempre voluto essere indipendente ed in perfetto controllo del mio tempo, di poter scegliere i progetti sui quali lavorare. Vi sono un gran numero di ragioni, ma alla fine quella che mi ha permesso di poterlo fare dopo l’uscita del libro sui Metallica è stata l’improvvisa richiesta da parte delle case editrici di scrivere per loro, ed io ho potuto scegliere, dicendo ne faccio uno con te, ed uno con te, ed un altro con te. Alla fine avevo due anni di lavoro già pianificato.


Come scegli solitamente la band o l’artista che sarà al centro del tuo prossimo libro?

Scelgo artisti di cui sono interessato, o a volte sono loro che vengono da me e mi dicono “vorresti lavorare con me su un nuovo libro?”. Se è un buon progetto, se lo trovo interessante ed ha un buon potenziale commerciale accetto con piacere. Mi capita di contattare una band, oppure uno dei miei agenti, ne ho uno a Londra ed un altro a New York, viene da me e mi chiede se sono interessato a scrivere un libro su un tale artista. Conosco molti artisti, molti hanno delle storie interessanti, altri no, e vi sono centinaia di persone sulle quali potresti scrivere un libro estremamente interessante.


Sia che tu stia scrivendo la recensione di un nuovo album oppure la biografia di una band heavy metal, vi sono sempre un buon numero di fan pronti a criticare il tuo operato. Solitamente come gestisci il riscontro negativo da parte delle band o dei lettori per qualcosa che hai scritto?

È molto semplice: se tu hai del rispetto per la persona che ha espresso quella opinione, allora lo consideri seriamente. Se invece non rispetti quella persona, il tutto scorre via senza toccarti, non è un problema. Tutto ciò per quanto riguarda l’attualità. Nei primi anni, quando ho scritto il mio primo libro, ogni volta che mi capitava sotto gli occhi una recensione, la situazione era differente, ero tutto un “gli sarà piaciuto? Fai che gli sia piaciuto!” Ahahah (ride, ndr). Ma poi il tempo passa, ti ritrovi ad aver scritto un buon numero di libri ed anche con un buon numero di recensioni positive ed un buon numero di email piacevoli da parte di persone che ti dicono “ho apprezzato veramente tanto il tuo libro”, tanto che la tua confidenza inizia a crescere, tu stesso maturi. Al momento ho 43 anni e ne avevo 29 quando ho iniziato, alquanto vulnerabile e non troppo fiducioso perché ero nuovo dell’ambiente, stavo scrivendo di metal estremo, la gente ha opinioni estremamente forti su quell’argomento, non sto scrivendo di animali od altro, sto scrivendo di qualcosa che la gente sente in modo estremamente appassionato, quindi mi aspettavo un certo riscontro. Ma, quattordi anni dopo, il 90% circa delle email che ho ricevuto, dei commenti su Facecook, è positivo, con solo il 10% negativo. Sono molto felice di questo risultato. Le critiche negative non mi disturbano, solo se fatte da qualcuno serio, come per esempio se Kerry King venisse da me e mi dicesse “ho letto il tuo libro, è una vera merda”. Dentro di me sarei tutto un “Cazzo! Cazzo!”, ma per fortuna questo non mi è ancora capitato, magari nel prossimo futuro! Ahahah (ride, ndr)


Nella tua carriera hai avuto la possibilità di intervistare un gran numero di leggende della musica rock e metal. Quando è stata l’ultima volta che hai provato soggezione nei confronti di colui che stavi intervistando?

Al momento dovrei avere superato il migliaio di interviste. Sicuramente mi è capitato con James Hetfield. Ormai l’ho intervistato ben cinque volte ed in ognuna di quelle occasioni mi sono sentito completamente emozionato! Anche perché lui è il mio mito personale, fin da quando avevo sedici anni. Anche con Ronnie James Dio. Ho avuto l’occasione di intervistarlo due o tre anni prima che morisse. Aveva un atteggiamento così paterno. Tutte le volte che intervistavi Dio lui ti chiamava “figliolo”, ti diceva “hey figliolo” e tu pensavi “come vorrei che tu fossi veramente mio padre”... ahahah (ride, ndr). Sentirti un piccolo Ronnie! Una persona veramente gentile. Generalmente oggigiorno non mi sento più in soggezione. Ho avuto la possibilità di intervistare anche persone al di fuori dell’ambito musicale: due mesi fa ho intervistato Steven Seagal per una rivista inglese chiamata Blues Magazine. Sentirmi in soggezione non è il termine giusto in questo caso, perché ti senti in soggezione quando hai di fronte a te il tuo eroe, lui non è il mio eroe però è una persona estremamente famosa, e guardavo i suoi film quando ero un ragazzo. Comunque... gli ho telefonato a casa ed ero tipo “hey Steven” e lui “blah, blah, blah” (parla imitando il tono di voce profondo di Seagal, ndr), ed in quel momento mi sentivo un tipo: “Oh! Mio! Dio!”. Sono stato anche ospite della trasmissione radiofonica di Bruce Dickinson. È stato l’apice della mia carriera, doveva essere il 2008. Ricevo una telefonata dal suo produttore. In Inghilterra abbiamo la BBC Radio 6, è un canale musicale, trasmette solo musica. A quell’epoca Bruce Dickinson aveva un suo show, “The Bruce Dickinson Metal Show”, e per registrarlo era solito volare a Londra da qualunque parte del mondo si trovasse in quel momento. Così ricevo una chiamata e mi chiedono se voglio partecipare al “The Bruce Dickinson Metal Show”. A quell’epoca stavo facendo promozione per il mio libro sugli Slayer (The Bloody Reign Of Slayer; in italiano: Slayer, Tsunami Edizioni, 2010, ndr) e lui mi ha chiamato per lo show e dentro di me: “cazzo!”. Ero seduto nel suo studio, e saluto Bruce, “hey” (agita la mano tutto contento come quando si saluta qualcuno, ndr). Abbiamo parlato poi del mio libro e lui ha detto una cosa che non dimenticherò mai: “hai avuto una carriera strabiliante”. Bruce che diceva quelle parole a me! Gli ho risposto dicendo “grazie, grazie” (in tono serio e compassato, ndr), ma nella mia mente era piuttosto “cazzo!”. Non c’è niente di meglio di questo!

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Quale è stata la migliore e la peggiore intervista che hai realizzato?

La peggiore è stata sicuramente quella con Jon Bon Jovi. Principalmente perché non era interessato, era annoiato, non aveva voglia. Ad ogni domanda che gli ho fatto rispondeva solo con un sì o con un no. Ok, magari non così brutta, non a tutte le domande avrà risposto così, ma di sicuro non era interessato. A quel tempo ho pensato di aver fatto un’intervista davvero pessima, ma poi l’ho visto intervistato anche in altre occasioni e lui è sempre così! La miglior intervista, credo Lemmy. La prima volta che ho intervistato Lemmy ci siamo ubriacati insieme. Eravamo in un hotel e lui aveva una bottiglia di Jack Daniel’s, dovevamo essere nel 1999, lui era molto più in forma di quanto non sia ora, era ancora calato nel “personaggio” Lemmy. Ogni domanda che gli ponevo lui sembrava apprezzarla veramente molto e siccome lavoravo per Record Collector parlavamo di musica degli anni ’60, così gli ho chiesto di Jimmy Hendrix e di altri. Lemmy nei ‘60 faceva parte di una band chiamata Sam Gopal’s Dream, che era una incredibile band di rock psichedelico. Un Lemmy che suonava la chitarra e cantava con voce pulita. Molto, molto bello. Sam Gopal era un malaysiano che suonava i tabla (un tipo di tamburo indiano, ndr), hanno fatto un video a Londra credo che fosse il 1968.


Considerato che oltre a scrivere i tuoi libri se impegnato anche a collaborare a diversi settimanali e riviste, riesci anche a trovare il tempo di leggere qualcosa? E cosa ti piace leggere?

Leggo molta fantascienza, libri da nerd o geek. Leggo anche le autobiografie scritte da miei amici. Uno di questi si chiama Mark Eglinton ed ha scritto la biografia di Rex Brown, credo due anni fa, Rex Brown dei Pantera. Leggo molto le biografie rock scritte da altri autori per capire come vengono realizzate, perché vi sono molti modi in cui puoi farlo.


Nonostante la tua carriera sia basata su libri non di fantasia, credi che ti metterai mai a scriverne uno di pura fiction?

Mi piacerebbe molto scrivere un romanzo fantasy. Ne ho cinque scritti per metà, salvati nel mio computer. Li scrivo, li lascio da parte per sei mesi e poi quando li riguardo penso “questa è una schifezza!”. Forse, prima o poi, ci riuscirò!


Hai un tuo sogno nel cassetto, una biografia che ti piacerebbe scrivere più delle altre?

Oh, certo! Prince è al primo posto, ma se vogliamo rimanere nell’ambito heavy metal direi Steve Harris, sarebbe fantastica! Anche Kerry King, credo che Kerry abbia avuto una vita estremamente interessante al di fuori dell’ambito musicale. Oltre a queste ancora irrealizzate, il mio sogno era di scriverne una sui Metallica, una su Cliff Burton, è stato uno dei miei idoli, una sugli Slayer ed una su Randy Rhoads, e sono riuscito a scriverli tutti questi libri!


Prima di concludere, ci puoi raccontare qualcosa dei tuoi progetti futuri?

Certo. Il nuovo libro è sui Cannibal Corpse e si intitola Bible Of Butchery: Cannibal Corpse, The Official Biography. Mi ci sono voluti ben due anni per scriverlo, ho passato molto tempo sul loro tour-bus, bevendo molta birra, è stato un bel periodo, Loro sono delle persone molto simpatiche, ho passato molto tempo parlando con loro e mi hanno raccontato delle storie pazzesche. Un altro libro da poco uscito è quello sui Rage Against The Machine (Know Your Enemy: Rage Against The Machine, ndr) che dovrebbe uscire tradotto in italiano il prossimo anno e l’autobiografia di Max Cavalera (My Bloody Roots: From Sepultura To Soulfly And Beyond, ndr), quindi per i lettori italiani sono questi i due libri da considerare. Quello sui Rage Against The Machine è un’approfondita analisi non solo dell’ambito musicale ma anche di quello politico, dato che la componente politica è incredibilmente importante nei Rage Against The Machine. Ho avuto modo di discutere di quelle tematiche con degli esperti del campo politico. Se ti ricordi la loro canzone “Killing In The Name”, questa è stata la più venduta durante le feste di Natale di cinque anni fa, credo, ed ho intervistato il tizio che ha reso questo possibile (Jon Morter, il creatore di una campagna per cercare di detronizzare l’annuale vincitore della versione inglese di X-Factor dalla cima delle classifiche di vendite natalizie, ndr), ed è stata una cosa fantastica. Era una battaglia tra X-Factor e i Rage Against The Machine e questi ultimi riuscirono a vincere. Una storia incredibile. Mentre per il libro di Max Cavalera, ho passato tre anni a lavorare con lui sulla sua autobiografia, ed ha delle storie dannatamente incredibili. Se conosci qualcosa della storia dei Sepultura, sai che hanno iniziato in Brasile in un luogo, non proprio un ghetto, più una zona per la classe media. Il padre di Max è morto quando lui era molto giovane e questo evento l’ha segnato profondamente. Vi sono molte foto nel libro che provengono direttamente dall’album personale di Max. Per il pubblico inglese, invece, dopo il libro sui Cannibal Corpse ho già in cantiere tre nuovi potenziali lavori di cui non posso ancora parlare, purtroppo, dato che i contratti non sono ancora stati firmati. Vi è sempre molto da fare.

 

 




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