Sacri Cuori (Antonio Gramentieri, Diego Sapignoli, Francesco Valtieri, Francesco Giampaoli)
In un bar della capitale, in un tiepido pomeriggio di primavera incontro i Sacri Cuori. Con loro condividerò un'ora parlando di musica, di folk e di Romagna. Tutti argomenti a me piuttosto cari. È da pochi giorni uscito il loro terzo lavoro "Delone" e sono molto curioso di sapere direttamente da loro come sia possibile al giorno d'oggi fare musica italiana che sia contemporaneamente contemporanea e degli anni '70.

 

Articolo a cura di Davide Fadani - Pubblicata in data: 04/06/15
È un piacere conoscervi e incontrarvi. Intanto toglietemi dall'imbarazzo e ditemi come pronunciare bene il titolo del vostro ultimo album "DELONE". Si pronuncia DELONE, DELÓN, DELUAN...
 

Antonio Gramentieri (chitarra): L'album si pronuncia DELONE così come è scritto.

 

Perfetto. Dicevamo, il vostro ultimo lavoro "DELONE" é uscito da pochi giorni. Volete parlarcene un pò?

 

AG: DELONE è un disco che è un po una summa di 3 anni passati sulla strada, in senso buono ed anche in senso meno buono. Nel senso che abbiamo cercato di raccogliere tutti gli stimoli che sono arrivati facendo un sacco di date in giro per il mondo ed è anche un disco che ci ha parecchio impegnati e stancati nel farlo e che ci ha portato inevitabilmente a portare il progetto in posti diversi da quello originario. Non so se migliori però sicuramente diversi, cercando di non dare una continuità al progetto, ma uno strappo in più direzioni simultaneamente. È un disco che penso rispecchi molto quella che è la nostra identità, ma che al tempo stesso ci mette alla prova in territori anche più avventurosi nei quali non ci eravamo mai cimentati. Credo che un gruppo strumentale prima o poi si debba confrontare con la sfida di scrivere una canzone. Credo sia una cosa che ti mette in circolo un sistema diverso che è anche bello da assecondare.
Anche nei dischi precedenti c'erano abbozzi di canzone, ma la voce veniva utilizzata più come uno strumento nel senso che cantavano delle melodie. In questo album c'è più la canzone in senso stretto, fatta e compiuta.

 

Caleidoscopico rende bene il concetto nel tentativo di descrivere il vostro ultimo lavoro. Anche eclettico, ma non direi "disordinato" che è poi il risultato di chi mette troppa carne al fuoco. Invece DELONE è un disco estremamente vario, ma anche estremamente coerente.

 

AG: Forse perché si tratta di accostamenti e non di semplici giustapposizioni. Si tratta di una composizione ragionata di materiali affini crediamo e speriamo.

 

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Come descrivereste il background musicale dei Sacri Cuori?

 

Diego Sapignoli (batteria): I Sacri Cuori nascono fondamentalmente da un'idea di Antonio che è un musicista di estrazione blues. Questo disco abbraccia lo stile di grandi nomi come Trovajoli, Rota... Un'altra aspetto riguarda il folclore. I folclori del mondo. Un'attenzione verso diversi stili folcloristici rivisti in chiave italiana.


AG: Ci sono diversi mondi che si sono venuti a rivelare col tempo. Tanta influenze non erano visibili ad esempio nel primo disco.

 

DELONE ha un approccio decisamente "cinematico" ed andando a spulciare un po' nel passato del gruppo ho notato che il destino dei "Sacri Cuori" é unito a doppio filo a quello del cinema. Avete scelto deliberatamente di spingere ulteriormente su questa similitudine rispetto ai precedenti album?

 

DS: Assolutamente si. La sfida di questo disco era quella di consolidare quanto iniziato con "Rosario" il secondo album, però come diceva prima Antonio, anche quello di avvicinarsi ad una certa forma canzone che in Rosario era presente solo in parte.Anche la soluzione di inserire parti di dialogo tra un brano e l'altro fa credere che il disco sia la colonna sonora di un film che in verità non esiste.

 

AG: Si, effettivamente c'è un approccio a questa dimensione. Come fa ad esempio Tarantino, che però vuol dire tutto e niente, perché io ascoltavo Dick Dale o comunque Surf prima che Tarantino uscisse con le sue "colonne sonore". Però bisogna dire che ha lavorato con accostamenti molto interessanti. Come ad esempio nella colonna sonora di Django che mi piace molto, Tarantino propone degli accostamenti veramente osé che però funzionano, introducendoti in un percorso di ascolto che ti porta molto lontano rispetto al punto di partenza. Così nel nostro album, gli inserti vocali, più che fare il verso a Tarantino o altro, danno un ritmo al disco. Spesso si fa' un po fatica a dare un ritmo ad un disco "strumentale". Qui ogni inserto è funzionale al ritmo dell'album. Come anche ad esempio CAGLIOSTRO, che è un pezzo blues di Francesco che dal vivo dura circa 4 minuti, però nel contesto del disco è diventata una cellula molto più breve perché era funzionale al ritmo complessivo che volevamo dare all'album. E tenere sempre "mosso" un disco strumentale non è sempre semplice. Speriamo di esserci riusciti.

 

Si parla giustamente facendo riferimento alle possibili influenze della vs musica, alla musica anni 60/70 italiana. Ma "Bendigo" il primo brano di DELONE é decisamente Surf Rock, direi quasi Tarantiniana appunto come scelta.

 

AG: Ha una storia il titolo della canzone che se vuoi ti racconto. Bendigo è una città australiana. Il riff dal sapore Surf lo facevo già da un po' e quando siamo stati in Australia ci siamo detti "o lo registriamo qui questo pezzo o non lo registriamo più". Però ci serviva un titolo forte da singolo. Abbiamo pensato "La prima cosa che vediamo su un cartellone, quello sarà il titolo del brano". Abbiamo visto a quel punto un cartello che dava indicazioni per la città di Bendigo. Nome perfetto. Tre sillabe e finiva pure con "go". Abbiamo poi scoperto essere una delle pochissime città australiane non affacciate sul mare.
Capita utilizzando tutti gli stimoli esterni nella propria ricerca musicale di incappare in qualche strafalcione, ma lo strafalcione può essere utilizzato creativamente. Il folclore da puristi personalmente è una cosa che mi è sempre interessata poco. Il folclore va rivissuto con una certa coscienza emotiva, ma se anche le forme sono magari non attualizzate allora scopo di riattualizzarle, ma bensì rivissute, fai al folk un servizio molto più interessante che quello di riproporlo in chiave museale che è una cosa che non ci interessa.

 

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Ascoltandola mi sono subito venuti in mente i Men or Astro-Man. State ampliando gli orizzonti musicali di riferimento?

 

DS: Si li conosco.


AG: Non possiamo considerarci una discendenza diretta, ma sicuramente gravitano nelle nostre orbite d'ascolto.

 

Uno dei miei gruppi preferiti nel panorama musicale italiano degli ultimi anni sono i Calibro35 che da un certo punto di vista hanno adottato una scelta stilistica simile alla vostra. A livello musicale o culturale cosa vi affascina così tanto di quel momento di storia italiana?

 

Francesco Valtieri (Sax): Intanto per una questione sonora. Si va cercando una sonorità più spessa. Cercando di togliere quella patinina un pò di plastica bella e perfettina del pop, ma anche della modernità per ricreare qualcosa di più sanguigno, di un pò più reale legato al momento attuale.


DS: Tralasciando l'aspetto nostalgico , riprendere un certo pensiero artistico culturale che vada dall'ammirazione per certi strumenti alla tecnica sull'arrangiamento e sulla registrazione. Non siamo un gruppo revival cerchiamo comunque di guardare al futuro.


FV: Per portare avanti un discorso che ogni tanto salta fuori, sembra che si sia fermato negli anni '60, poi ecatombe nucleare e nessuno ne abbia mai più parlato.


DS: A noi è sempre interessato poi il discorso delle colonne sonore e in Italia buona parte proviene da quegli anni la ed in più come gruppo, i SACRI CUORI sono stati spesso chiamati ad essere backing band per altri artisti un po' come avveniva proprio negli anni 60 in cui grandi gruppi venivano scelti per il loro suono per accompagnare grandi cantautori .

 

A proposito, come vi siete incontrati come gruppo?

 

Francesco Giampaoli (Basso): Ho incontrato Antonio durante la registrazione di un album del gruppo "Saluti da Saturno", nostri conterranei. Da li abbiamo iniziato a suonare insieme. Siamo da sempre interessati entrambi alla scrittura e all'aspetto creativo della musica. Abbiamo trovato punti in comune su cui poi costruire quelli che sono diventati i Sacri Cuori. Essere in gruppo ti da l'occasione per il confronto. Essere da soli invece ti mette più nell'ottica dello scultore o del pittore che comunque a me piace. Essere un gruppo ti completa. Si litiga è vero, ma se hai la fortuna di condividere momenti di vita in cui ti trovi in sintonia artistica con altre persone si possono superare molte barriere. Ognuno deve essere ben conscio dei propri pregi e non di meno dei propri limiti per poterli superare poi nel contesto della band.

 

Qual é la storia del nome del gruppo "Sacri Cuori"?

 

FG: Antonio è sempre stato appassionato di iconografia religiosa; è appassionato di quel tipo di approccio alla religione come il sincretismo che puoi trovare in Messico. Un tipo di religiosità che in qualche modo si accosta a forme di paganesimo. In ogni caso il nome del gruppo è maggiormente legato ad un'immagine in senso iconografico, ad un'idea e non per forza al senso religioso che vi sta dietro. Parlo dell'Italia perché all'estero non so esattamente come sia la situazione. Perché é così difficile emergere come band in Italia se fai musica tua e soprattutto se questa musica non é esattamente mainstream?

 

FG: Qualcosa si muove ultimamente, ma l'Italia comunque è molto piccola. Onestamente non passo tempo a pensare che le cose non vanno bene in Italia. Tu cerchi nel tuo piccolo di farle andare bene e non sono nemmeno convinto che sia così tragica la situazione. Semplicemente l'Italia è molto piccola e quindi non ci sono molti spazi per emergere. Ha un sacco di difetti, ma anche molti pregi.

 

 

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Quindi è per questo, siamo piccoli.

 

FG: A volte magari sarebbe più produttivo capire in cosa sbagliamo noi artisti, perché spesso essendo piccoli tendiamo a confrontarci con il piccolo e molte proposte artistiche forse non sono all'altezza della richiesta internazionale. Molte proposte in un paese come il nostro, quindi piccolo in confronto al panorama globale, non sono all'altezza della situazione, non sono all'altezza della richiesta del mercato musicale. Anche all'estero fanno una fatica boia ad emergere, ma forse non se ne chiedono il motivo. Avete un'idea del perché l'Italia sta attraversando un lungo momento tribute band a livello musicale?

 

DS: Forse è anche un status symbol lamentarsi che le cose in Italia vanno male. L'Italia è piccola, ma è piena di tante e tante cose. Io ad esempio non sono così agguerrito nei confronti delle tribute band, mi fermo all'aspetto carnevalesco delle tribute band nel modo che hanno alcune di affrontare lo spettacolo, però posso capire che alcune persone in un momento di marasma generale sono stanche ed hanno il piacere per una sera di andare a vedere e sentire qualcosa che possa far rivivere certe emozioni. Forse all'estero non si fanno così tanti problemi se qualcuno suona in una tribute band piuttosto che in un altro tipo di band. E noi comunque non siamo messi così male.
Inoltre le tribute band vengono spesso additate perché fanno musica di altri, ma è anche vero che nel mondo del rock è una cosa piuttosto normale che gli artisti omaggio con cover altri artisti durante i loro concerti.

 

FV: Il cartellone della lirica va avanti da 200 anni che è sempre lo stesso. Vogliamo fare un paragone un po azzardato?

 

AG: Bisogna capire che ognuno fa quello che può e alcuni quello sanno fare ed è quindi giusto che quello facciano. In genere anche se la musica è orribile, riesco a trovare un motivo per farmela piacere. L'aspetto drammatico della tribute band è che vengono meno, con la scusa dell'intrattenimento e della leggerezza (detto che adesso tu accendi la radio o la tv ed è tutto intrattenimento e leggerezza per cui c'è né meno bisogno che in qualsiasi altro momento storico. C'è solo quello) tu togli all'arte, anche all'arte di merda, anche all'arte scarsa, togli il suo principio fondante che è quello di creare della curiosità e aggiungere al già detto. Quando tu parti da casa, già progettualmente con lo scopo di non aggiungere nulla al già detto stai commettendo un crimine che dovrebbe essere processato dai tribunali internazionali. (risate generali)

 

Cosa unisce la Romagna con il Far West a parte voi?

 

FV: Credo che in realtà i confini in questo senso siano molto labili. Più volte è venuta fuori questa cosa che la Romagna diventa California... piace sempre ricordare che la baia di San Francisco comincia al lido di Dante. Ed è forse per questo. Perché essendoci una similitudine nei luoghi geografici si possono ritrovare similitudini nell'ispirazione musicale che queste vere e proprie scene che ti si propongono davanti. Quindi le immagini danno vita ad un certo tipo di immaginario e di musica. Quindi una delle cose a cui prestiamo maggiormente attenzione è andare a vedere quali siano questi punti di contatto e cercare di stare sempre su questo limite, vedere se una cosa può portare da una parte o dall'altra di confini immaginari. Castellina Pasi ha scritto musica sudamericana senza mai essere stata in sudamerica. Salgari ha scritto Sandokan senza essere mai stato nei luoghi che descrive così minuziosamente nei suoi libri.

 

FG: In realtà noi ci siamo stati... a differenza di Salgari che non era mai stato nei luoghi che descrive, noi sia per averli visti, sia per averli studiati o frequentati, li conosciamo. Però non facciamo nulla per rimanervici attaccati. Cerchiamo di reinterpretare, di far rivivere una musica che parte anche da li , ma che ovviamente non finisce li.

 

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Siete già al lavoro su qualche altro progetto o vi dedicherete ad un tour promozionale per l'uscita dell'album?

 

FG: C'è sempre qualcosa di nuovo in cantiere. Quest'estate suoneremo probabilmente un po in Italia e poi da quest'autunno inizieremo a ragionare su un tour in qualche paese estero. Ancora non c'è nulla di fissato.

 

L'estero che dice dei Sacri Cuori?

 

FG: Noi abbiamo un background che affonda le radici nella musica roots americana anglosassone oltre che italiana. Antonio è più vicino al blues. Io al jazz, alla musica etnica. Diego è diplomato al conservatorio e viene dal punk. Noi abbiamo approfondito il linguaggio della musica internazionale e questo ci da una chiave d'accesso per gli ascoltatori esteri. Quello che di noi piace all'estero è che mettiamo in mostra le nostre radici italiane. In Italia paradossalmente sembra che facciamo musica americana o folk rock. Abbiamo allargato la nostra conoscenza come d'obbligo se fai musica in questo momento, ma abbiamo fatto i conti con le nostre radici, facendole rivivere, facendo rincontrare linguaggi e culture che si stanno mescolando, creando qualcosa di nuovo e fresco e questo è fondamentalmente il motivo per cui siamo così appetibili all'estero.

 

"The Guardian" ad esempio fa riferimento a voi come a "qualcosa di diverso". Come si fa a rendere attuale, diverso, un tipo di musica che comunque attinge parecchio da atmosfere piuttosto datate?

 

AG: La musica arriva sempre da qualche parte e nella migliore delle ipotesi va sempre da qualche parte se prova ad aggiungere al giù detto come dicevamo prima. Se lavori col folclore il fatto di essere straordinariamente originali in certi moduli è un finto problema, perché il folclore ragiona per definizione su moduli che sono stati in parte già anche esplorati; però quello che facciamo noi è prendere certi moduli che non abbiamo certamente inventato e rileggerli in maniera spero più onesta possibile secondo la nostra sensibilità, mutandoli. Non ci siamo limitati semplicemente a riproporli, ma abbiamo preso quei moduli per riviverli. Il fatto di far incontrare il passato con la tua persona nel presenta ha generato una mutazione nel modulo rendendolo originale. Come SACRI CUORI abbiamo ripreso tutta una certa italianità sonora e l'abbiamo rimessa in circolo col mondo. Io credo che il nostro percorso sia molto più contemporaneo che tradizionale, perché contemporaneo è il modo in cui usiamo gli elementi, cercando di parlare una lingua con i moduli di un'altra. È chiaro che poi ti arriva alle orecchie qualcosa di familiare che sta li a mezz'aria, però tutte queste cose sono sempre prese da un'angolazione che non è mai (speriamo) banale. La cosa che anche altri gruppi strumentali italiani già a partire dall'Irma Records, hanno sempre sottolineato riprendendo questo tipo di sonorità era l'effetto cartolina: "adesso facciamo il suono Italiano di quegli anni la". Col nostro lavoro invece ci proponiamo di rirespirare una certa aria e di vedere come avrebbe reagito a contatto con l'aria che c'è fuori oggi.

 

I social media sono un male necessario per la musica oggi o sono un'opportunità reale per chi fa musica?

 

AG: Il media va bene fintanto che non diventa esso stesso messaggio come teorizzava McLuhan, e forse FaceBook è il caso più eclatante in cui un media diventa messaggio perché tende ad importi con la sua struttura preformata, la sua visione della realtà. Se adesso io e Obama postiamo qualcosa su Facebook o lo fa chiunque altro, il media e la struttura che porta con sé comprimono molto la diversità di importanza e la rilevanza che i diversi messaggi possono avere, rendendoli di fatto tutti uguali, ugualmente importanti o non importanti. Il social media non mi ha mai fatto paura. L'ho sempre usato anche quando facevo il giornalista. Il problema è forse che la maggior parte delle persone non è pronta a tener separato il pubblico dal privato. Quando hai la consapevolezza di operare in ambito pubblico puoi anche esprimere opinioni non necessariamente condivisibili, puoi essere tacciato di esserti fatto prendere un po troppo la mano, di eccessivo narcisismo, ma comunque tenendo saldamente in mano il manubrio della comunicazione pubblica. Quando invece inizi a rendere pubblici momenti di vita privata postando tutto quello che mangi credendo che sia interessante, manifesti solo una grande tristezza. È una sorta di "nuova solitudine" in abito "yeah! yeah!", ma è pur sempre solitudine.

 

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Ma quindi in ambito musicale? Serve?

 

AG: Oggi come oggi sembra che la visibilità sia il primo obiettivo che si deve porre un gruppo. Sarà che noi, come dice Dave Stewart, siamo dei Late Bloomers. La nostra fioritura è stata tarda. Ma veramente la cosa fondamentale di cui ha bisogno un gruppo è un ufficio stampa o il numero di visualizzazione di un suo video su youtube? Non sarebbe il caso di fare qualcosa di radicato e con un pò di peso qualora risuoni in giro? Perché non è scritto da nessuna parte che la tua musica per quanto bella debba interessare a qualcuno. Davvero è così importante avere immediatamente un riscontro? Non è che anche il riscontro sia un procedimento naturale che accade se deve accadere con i modi e i tempi giusti? Non dico che uno debba fare l'eremita. Gli strumenti ci sono e vanno usati. Penso che questa ansia da feedback immediato da artista emergente sia eccessiva. Sarà che adesso si brucia tutto molto rapidamente. Il nostro percorso è di segno completamente opposto. Ciò che è maturato, è maturato negli anni tramite rapporti umani e viaggi reali. Però vale per noi. Magari oggi uno bravo ad usare Facebook vale come uno bravo a suonare la chitarra. Sa usare uno strumento e con quello strumento riesce ad avere un riscontro. È un mondo a cui noi non apparteniamo forse per un aspetto generazionale. L'importante è mantenere vivo il messaggio che la musica è ancora qualcosa in cui si può e si deve spendere tempo e soldi. L'importante è continuare a comprare i dischi. Non necessariamente il nostro. Qualsiasi disco. Credo che anche il sistema dello streaming e del download digitale sia uno strumento valido. Andrebbe solo trovato il sistema giusto per renderlo equo. Ad esempio questa birra che sto bevendo l'ho pagata. 5€. Il nostro disco DELONE ne costa 12€. Poco più di due birre e ci abbiamo messo più di due anni di lavoro per registrarlo. Vuoi farmi credere che non li vale? È che se tu fai passare l'idea che la musica non vale un cazzo allora diventa normale non pagarla.




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