Nile (Karl Sanders)
È veramente difficile trovare un musicista così talentuoso, all'apice della carriera, mai così popolare, che guida a vele spiegate un intero genere, e al tempo stesso tanto disponibile e genuino come il mastodontico Karl Sanders, leader indiscusso degli americani Nile. Con l'entusiasmo di un giovincello alle prime armi, il buon Karl ci parla del nuovo album, “Those Whom the Gods Detest”, l'ennesimo tassello di una discografia insuperabile. Buona lettura.
Articolo a cura di Stefano Risso - Pubblicata in data: 04/12/09

Ciao Karl, benvenuto su SpazioRock!

Hey Stefano, è un piacere parlare con te amico.

Bene, comincerei subito a farti i complimenti per “Those Whom the Gods Detest”, non sentivo i Nile così in forma dai tempi di “In Their Darkened Shrines”.

Ahah... Beh mi fa molto piacere, grazie dei complimenti. Abbiamo dato veramente tutto per “Those Whom the Gods Detest” e i risultati stanno cominciando ad arrivare.

Non mi stupisco... Devo dire che quest'album è davvero impressionante. Di solito si leggono sulle note delle label che accompagnano i promo cose del tipo: “Il miglio album mai scritto... Il più violento... Un vero capolavoro... ecc”, ma stavolta la Nuclear Blast non è andata molto lontano dalla verità. “Those Whom the Gods Detest” è probabilmente il miglior lavoro dei Nile degli ultimi sette anni.

Grazie, è fantastico sentirsi dire questo. A dire la verità ogni volta che pubblichiamo un album pensiamo di aver fatto sempre meglio, credo sia qualcosa di naturale... Se vuoi continuare a suonare e produrre musica devi essere sempre entusiasta delle novità. Poi ovviamente ci possono essere pareri contrastanti... A volte fai qualcosa di buono, a volte non ci riesci, ma l'importante è essere sempre a posto con te stesso, aver fatto tutto il possibile e cercare di essere sempre eccitato dai nuovi lavori. È giusto così.

nile_intervista_2009_02Quando penso alla carriera dei Nile mi viene spontaneo dividerla in due parti: la prima contiene i primi tre album, dove avete curato maggiormente il lato epico/atmosferico della vostra musica; la seconda inizia con “Annihilation of the Wicked”, insieme con “Ithyphallic”, dove ci siete concentrati di più sull'aspetto tecnico/brutale dei Nile. Invece con “Those Whom the Gods Detest” è come se aveste unito queste due parti in un disco solo, che possiede sia le caratteristiche dei dischi più datati, con l'esperienza più recente.

Ahaha... (fragorosa risata. Ndr.) Sono completamente d'accordo con te. Abbiamo cercato di mixare insieme tutte le cose che hanno reso i Nile unici, inserirle in un disco che facesse felici i nostri ascoltatori e tutti coloro che amano i Nile!

Devo dirti la verità. "Ithyphallic" è l'album dei Nile che mi è piaciuto di meno e che ho ascoltato giusto il tempo per assimilarlo. Sono davvero rimasto sorpreso ascoltando i nuovi brani, ad esempio solo l'attacco di “Kafir”, così potente, dinamico, con quel chorus subito in apertura, mi ha fatto capire che mi trovavo tra le mani un album decisamente migliore...

“Ithyphallic” è stato un album molto sofferto. Non saprei dire che l'ultimo sia così meglio come dici, ma posso dire che “Those Whom the Gods Detest” non sarebbe esistito senza “Ithyphallic”, perché ci ha spinto a guardare avanti da un punto di vista compositivo, nella scrittura dei pezzi. E questa è una via che continueremo a seguire in futuro... Guardare sempre avanti.

Però è come se ci fosse una nuova forza, una nuova vitalità nella vostra musica. Con “Ithyphallic” siete arrivati probabilmente alla perfezione formale di un certo modo di presentare il vostro stile. Ma le nuove canzoni sono molto più elaborate, più lunghe, con tanti stacchi, cambiamenti di umore... È come se aveste intrapreso una “nuova” strada, un altro step nella storia della band.

Un giorno potrò dirtelo con esattezza, non ora. Ahahah! (altra risata fragorosa. Ndr.) Una bella osservazione, devo ricordamela in futuro. Io credo che ci voglia del tempo per farsi capire, per abituare il tuo pubblico alla tua musica, per fargli assimilare i cambiamenti. Ci sono moltissimi che si ostinano a dire sempre: “Il vostro primo demo è il disco migliore della vostra carriera!” No, no cazzo! Le idee che avevi quando hai iniziato si arricchiscono con l'esperienza e anche il pubblico dovrebbe fare questo processo di maturazione. Sai, le cose non avvengono per magia, solo qualche volta e la gente deve capire il processo di evoluzione di una band.

In “Those Whom the Gods Detest” c'è un grosso ritorno alla componente epica/melodica dei vostri primi album, oltre a qualche piccola novità come le parti in pulito in “Kafir” o il coro nelle title-track. Vi siete mossi in questa condizione sin dall'inizio?

Mmmm... credo che le nuove idee arrivano e basta. Inserire qualche clean vocals? Perché no? Se nel momento che stai scrivendo una canzone capisci che può risultare ancora meglio con voci pulite, perché non inserirle? L'unica cosa che mi sono chiesto è stata: perché no?

Ho letto che per le parti acustiche ti sei ispirato molto alla musica mediorientale, specialmente musica iraniana. Come hai fatto a reperire questo genere di musica?

Ho alcuni amici iraniani che mi hanno fatto ascoltare la musica del loro paese.

Te l'ho chiesto perché non credo sia molto diffusa. Cioè non entri in un megastore e trovi subito musica acustica iraniana...

Sì, però è importante cercare i dischi e andarseli a comprare. Il download non mi piace... Sono molto meglio i cd.


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La produzione di “Those Whom the Gods Detest” è probabilmente la migliore che abbiate mai avuto. Avete lavorato come al solito con Neil Kernon, ma per la batteria vi siete affidati a Erik Rutan. Come mai? Rutan mi piace molto come musicista, ma negli ultimi anni si sta facendo largo come produttore, basti pensare a cosa ha fatto coi Cannibal Corpse o Vital Remains... È un po' l'uomo nuovo per le produzioni death metal?

È stato molto bello lavorare con Erik Rutan nei suoi Mana Studios. Abbiamo registrato cinque album nello stesso studio e questa volta volevamo qualcosa di nuovo, qualcosa che portasse sangue nuovo, un senso di freschezza al disco, volevamo anche cambiare location. Erik è stato subito entusiasta di lavorare con noi... Yeah, era ora di provare qualcosa di nuovo.

Rimanendo sul discorso batteria, bisogna dire che la prestazione di George Kollias è qualcosa di incredibile, è riuscito a migliorarsi dall'ultimo album. Noi ci siamo incontrati per la prima volta in occasione dell'Evolution Festival nel 2006, George era entrato nella band da poco tempo e in quell'intervista mi dissi che eri molto fiducioso per il futuro perché finalmente era arrivato uno come George. Mi ricordo benissimo: “We have George now!” Ahaha... Hai capito subito quindi che razza di batterista avevate assunto e lo avete subito considerato una parte fondamentale dei Nile. Beh, stavolta bisogna dire che George è il motore che muove tutto quanto il disco...

Yeah! Assolutamente, la batteria è il motore e George è un grandissimo motore. Ormai è con noi da cinque anni e ci ha permesso di migliorare come band. È un vero “metal brother”. Devi sapere che quando si presentò, ci disse: “Io sono George Kollias e sarò l'ultimo batterista dei Nile!”.

Caspita! Non proprio una dichiarazione leggera, anche perché aveva preso il posto di Tony Laureano, uno dei migliori batteristi in circolazione, specialmente dopo quello che Tony aveva fatto in “In Their Darkened Shrines”. George doveva essere molto sicuro delle sue qualità...

Sì, ma abbiamo imparato subito a conoscere George. Lui non ha solo un enorme talento, è anche una bravissima persona. Sai, a volte puoi avere musicisti di grandissimo talento, ma che sono persone orribili (frecciatina a Laureano? Il cui allontanamento non è mai stato ben chiarito? Ndr.), ma questa volta siamo stati fortunati. Nella musica è importante trovare persone con cui è bello lavorare insieme, trascorre del tempo in armonia. Credo che una band dovrebbe essere un team, e non esiste un team dove si combatte continuamente.

nile_intervista_2009_05E per quanto riguarda le audizioni per il nuovo bassista? State cercando un nuovo membro?

Sì, abbiamo provinato un sacco di bassisti e siamo arrivati alle finali. Credo di averne trovato uno davvero bravo. Non posso ancora dire niente né ufficializzare la cosa perché ci sono ancora altri bassisti che stanno finendo le audizioni, ma lui ha trovato un lavoro! Ma glielo comunicherò via mail, non voglio che lo scopra in internet o leggendolo su un giornale.

Ok. Ora una domanda sul significato del titolo. Ormai sanno tutti il concept alla base dei Nile, ma volevo chiederti se dietro “Those Whom the Gods Detest” c'è un riferimento ai giorni nostri. Appena l'ho letto mi è subito venuto in mente il “God Hates Us All” degli Slayer... È una sorta di metafora che riflette tematiche moderne?

Sì amico mio, hai ragione. “Those Whom the Gods Detest” riguarda tutti noi, me, tu, tutti quanti dell'audiece metal, perché noi siamo tutti quelli che gli dei detestano. Sai noi ascoltiamo metal e credo che agli dei questo non piaccia molto. Ahaha... Ma noi continueremo a farlo, anche se gli dei non apprezzano!

Negli ultimi tempi c'è una specie di parallelismo tra voi e i Behemoth. Negli ultimi anni avete pubblicato dei dischi a distanza di pochi mesi. Due anni fa lessi un articlo, non mi ricordo su che giornale, dove c'eravate tu e Nergal, uno di fronte all'altro, intitolato: “The Titans of Death Metal”, o qualcosa di simile. All'epoca Nergal mi disse che gli faceva piacere, che siete buoni amici, ma che non si sentiva per nulla in competizione coi Nile. Devo dire che due anni fa Nergal poteva contare su un lavoro migliore rispetto al vostro “Ithyphallic”, ma ora con “Those Whom the Gods Detest” avete fatto davvero un grandissimo album, a mio giudizio meglio di “Evangelion”. Cosa mi dici di questo falso “dualismo” messo in piedi dai media?

Per la verità non mi interessa molto, la stampa deve pur scrivere qualcosa per riempire le pagine dei giornali, qualcosa che faccia notizia. Nile e Behemoth sono ottimi amici, abbiamo suonato in molto tour insieme, in tanti festival, tanti show, ci vediamo... siamo amici! Siamo “metal brother”, non c'è alcun problema.

Una domanda sul tuo progetto solista. Poco tempo fa è uscito “Saurian Exorcisms”, il tuo secondo album dopo “Saurian Meditation”. Sono album molto particolari, che non mi dispiace ascoltare ogni tanto. Come è stata la reazione del pubblico?

È una domanda scomoda. Molti lo ascoltano e dicono: “No! Questo non è death metal!”. Ma ci sono già i Nile che fanno death e non capisco queste persone. A parte questo il responso è stato molto buono, mi è piaciuto molto lavorare al disco... Sì, vedrò di pubblicarne un altro in futuro!

Bene Karl, purtroppo il nostro tempo a disposizione sta per finire. Ti ringrazio molto e lascio a te la chiusura.

Grazie a te amico, spero di risentirti presto. Non vedo l'ora di ritornare in Italia, abbiamo sempre trascorso splendide serate, i fan italiani sono fottuti “kick ass metal” e sono sicuro andrà sempre meglio!




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