Soilwork (Dirk Verbeuren)
In una torrida serata milanese siamo stati raggiunti telefonicamente dal disponibilissimo Dirk Verbeuren, batterista degli storici Soilwork, con il quale abbiamo fatto il punto della situazione sull'uscita del nuovo album "The Panic Broadcast". Buona lettura!

Domande a cura di Federico Botti e Marco Ferrari
Articolo a cura di Marco Ferrari - Pubblicata in data: 26/07/10

Ciao Dirk, è un vero piacere poter parlare con te a proposito del vostro nuovo album “The Panic Broadcast” e più in generale dei Soilwork.

Ciao Marco il piacere è tutto mio, è sempre bello vedere che c’è interesse nei nostri confronti, soprattutto da parte di giornalisti stranieri.


Non voglio perdere tempo prezioso ed inizio subito con le domande. Ti va di introdurre a tutti i vostri fan il vostro nuovo album “The Panic Broadcast”, cosa si devono aspettare?

Certo lo faccio volentieri. Ovviamente inizio col dirti che siamo molto orgogliosi di questo nuovo album e che lo consideriamo senza dubbio il nostro miglior lavoro. Si lo so che tutti dicono così, però ti assicuro che lo penso veramente (ride, ndm). Lo trovo un album straordinariamente vario all’interno del quale si mescolano molti elementi anche molto diversi tra loro. E’ un disco ricco che racchiude tutta l’esperienza della band e sono certo che piacerà a molte persone.


Un brano che mi ha particolarmente colpito è “Let The River Flow”, nel quale la sensazione generale è che si tratti di un pezzo molto solare. Sarà forse per il lavoro delle chitarre, sarà per i testi epici, ma racchiude un forte senso di speranza. È questo il feeling che volevate dare al brano o si tratta solo di una mia impressione?


Si sono d’accordo con te. Il brano è stato scritto da Peter (Whichers, ndm) e lui ama generalmente questo genere di sfumature. Comunque i testi del disco sono generalmente molto profondi e la musica si adatta ai vari stati d’animo ed è molto mutevole all’interno del disco. Comunque non vi è dubbio che  “Let The River Flow” sia il brano più ottimista.


Hai parlato della generale profondità dei testi, si tratta quindi di una sorta di concept album?

No, in realtà non è un concept album. Ci siamo dati la massima libertà compositiva sulla base della nostra ispirazione senza un particolare soggetto. Questa scelta è stata fatta anche per i testi che seppur parlano di argomenti vari, risultano sempre profondi e dai messaggi importanti.


Ora toglimi una curiosità: com’è lavorare con Peter  Whichers e Jen Bogren?  Danno seguito alle vostre idee originarie o impongono, in qualche modo, dei cambiamenti durante le registrazioni?

Trovo che abbiano fatto un lavoro straordinario soprattutto per quanto riguarda il sound del disco cercando di far risaltare al meglio la vera natura dei Soilwork. Questa era una cosa che cercavano già da qualche anno e credo che questa volta ci siamo riusciti al meglio. Questo, probabilmente, è uno dei principali motivi per cui ti dico che  “The Panic Broadcas”t è il nostro miglior lavoro. Poi il fatto che un amico come Peter sia diventato anche un grande produttore è stato sicuramente un forte stimolo per tutti noi e ci ha aiutato a crescere molto dal punto di vista artistico. Siamo cresciuti tantissimo soprattutto per quanto riguarda i dettagli e credo che ascoltando il disco se ne possano rendere conto tutti. In ogni caso lavorare con loro è un piacere, sono quel tipo di persone che riescono sempre a trarre il meglio dalle cose.


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A proposito di Peter, com’è stato tornare a lavorare con lui dopo cinque anni? Personalmente trovo che la sua presenza dia un qualcosa di più ai Soilwork.

Hai assolutamente ragione, oltretutto Peter è un grande amico e lo ha dimostrato soprattutto dopo che ha lasciato la band nel 2005. Mi ha dato una amicizia profonda e sincera che si è consolidata negli anni. Ovviamente il ritorno nella band per noi è stato molto importante in quanto la sua impronta è sempre stata una caratteristica del nostro sound. Con lui i Soilwork hanno ritrovato quello che sembrava perso, grazie al lavoro di questo grande musicista.



Vorrei tornare un attimo a parlare di “The Panic Broadcast” ed in particolare del meraviglioso artwork. Puoi spiegarti i significati che racchiude?

L’artwork è nato sulla base di alcune idee di un amico di Sven (Karlsson, il tastierista, ndm) che ascoltando le prime registrazioni ha pensato di raffigurare tutte le paure che attanagliano il mondo moderno. Parlando di panico abbiamo cercato di focalizzare le emozioni in una immagine che esprimesse le nostre più grandi paure, soprattutto legate alla perdita improvvisa di tutte le nostre sicurezze. Sono paure reali ed attuali che ci seguono quando siamo in aereo e abbiamo il timore di saltare in aria o più semplicemente quando pensiamo alla nostra vita ed al fatto che tutto potrebbe finire in un attimo, senza un perché e senza una valida ragione.


Voi siete senza dubbio una band molto prolifica, in nove anni (dal 1998 al 2007) avete registrato ben sette dischi. Qual è il segreto per mantenere così viva l’ispirazione?

(ride, ndm) E’ difficile rispondere a questa domanda, sinceramente non saprei. Forse è sempre stata proprio colpa di Peter, lui scrive in continuazione, quando è a casa, quando siamo in studio, quando siamo in tour e un elemento così all’interno della band è decisamente trascinante. Questo suo modo di lavorare ovviamente ha fatto si che appena finivamo un tour eravamo già pieni di materiale per il nuovo album. Quindi con mille idee e molto materiale non restava che provare  per svilupparle ed affinarle e alla fine trasformarle in vere e proprie canzoni. Come vedi, alla fine, il segreto è semplicemente quello di avere un’ottima band.


Ora ho una domanda un po’ particolare. So che un vostro brano, mi riferisco a “Exile”, è presente all’interno del videogioco “ Iron Man 2”. Quanto è importante cercare nuovi canali per far conoscere la vostra musica?

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Oggigiorno credo che sia fondamentale. Innanzitutto i ragazzi di oggi ascoltano musica in maniera molto diversa da come facevamo noi. Noi andavamo al negozio di dischi a comprarci un lp o una cassetta e poi correvamo a casa ad ascoltarlo. Oggi con internet è tutto diverso. Hai tutto subito e puoi anche solo ascoltarti un paio di canzoni di un disco senza comprarlo. Da un certo punto di vista per noi artisti è un forte stimolo per dare sempre grande qualità hai nostri lavori. Non puoi barare, o fai un grande disco o la gente non lo compra. Oltretutto è cambiata anche la relazione con la musica, è meno fisica con gli ipod e gli mp3 in generale ed oggi la puoi addirittura vivere grazie a giochi come Guitar Hero e Rock Band. Da qui la scelta di sfruttare ogni canale di comunicazione che porti la nostra musica ai ragazzi.


E adesso quali sono i vostri programmi per l’immediato futuro?

Stiamo proprio iniziando a fare le valigie per il tour americano di oltre un mese che inizierà tra un paio di settimane e ci porterà anche in Canada. Poi andremo in Sud America e poi in Giappone  e torneremo in europa per il periodo natalizio. Nel 2011 poi faremo il tour europeo e parteciperemo ai festival estivi. Insomma l’agenda è piena e questo ci rende felici.


Amo sempre chiedere ai musicisti che intervisto del proprio background musicale, quindi Dirk quali generi ami maggiormente?

Io mi sono sempre considerato un musicista dalla mentalità molto aperta e ho sempre ascoltato di tutto, dal rock al pop, dal metal fino all’hip hop. Ascolto anche molta elettronica e in generale è ormai difficile che ascolti metal in quanto quello è il mio pane quotidiano.


I Soilwork, assime a band quali In Flames,  At The Gates e poche altre, sono una importantissima fonte di ispirazione per moltissime giovani band. Come ti fa sentire questa cosa? E’ una sorta di responsabilità?

E’ una cosa fantastica, credo sia la realizzazione di un sogno. Pensare che dei giovani musicisti ci prendano ad esempio e come fonte di ispirazione sattamente come noi facevamo anni fa con i grandi del metal è una sensazione fantastica. Io la vivo come la realizzazione di un sogno, un qualcosa che mi rende orgoglioso ed è soprattutto un forte stimolo a dare sempre il meglio di me stesso.


Bene Dirk, il tempo a nostra disposizione è terminato. Nel ringraziarti per la tua disponibilità lascio a te le ultime parole per lasciare un messaggio ai nostri lettori.


Ciao Marco e ciao a tutti i lettori di SpazioRock. Vi ringrazio per tutto l’apporto che ci avete dato in questi anni e vi assicuro che “The Panic Broadcast” non vi deluderà. Ci vediamo in tour.




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