Kisses From Mars (Simone Ricci)
A volte, per trovare del post rock espressivo ed emozionale non è sempre necessario andare in Islanda o altre terre lontane ed affascinanti. Basta, invece, recarsi a Ravenna, e cercare traccia di cartoline molto sbiadite che riportano, in calce, malinconici quanto psichedelici “Kisses From Mars”. Noi abbiamo compiuto questo viaggio, facendoci raccontare dal chitarrista Simone Ricci la genesi del disco d’esordio della band “Birth Of A New Childhood”. Buona lettura!
Articolo a cura di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 16/11/11

"Baci da Marte", un nome davvero suggestivo per una band, riporta alla mente quel sapore di malinconia di cartoline inviate da molto lontano...è per questo che lo avete scelto come monicker?

“Kisses From Mars” è un concetto, un concetto che esiste da molto tempo prima che diventasse il nome della band. Sì, sicuramente è molto malinconico: esprime il distacco, la lontananza che proviamo da certi stereotipi della nostra società. Siamo alieni in una vita che non sentiamo ci appartenga.

Già che siamo in tema di spiegazioni, "Birth Of A New Childhood" è il titolo del vostro affascinante disco d'esordio. Come mai credete sia necessario tornare all'infanzia con un processo come di rinascita?

Perché viviamo in un mondo malato, profondamente malato. Ci siamo spinti talmente avanti con la nostra stupidità che non è più possibile tornare indietro. Ci vuole una nuova infanzia, uno sguardo innocente di un bambino. Perché dentro gli occhi di un bambino c è solo poesia e amore, non avidità e potere come in quello degli adulti.

Il disco arriva dopo molti anni dalla vostra fondazione, che è avvenuta nel 2004. Comunque, anche per l'EP di presentazione "(Once upon a time) Down in a white peackock house" avete fatto passare quattro anni di "silenzio". E' una cosa inusuale questa, me la spieghi?

Dal 2004 ad oggi sono cambiate molte cose, due dei quattro membri della band sono diversi, e siamo sicuramente cresciuti come musicisti e come arrangiatori. Abbiamo iniziato a credere in noi stessi sempre di più… e poi, sai: le cose succedono sempre e solo quando devono succedere…

kissesfrommars_2011_01eSiete quattro chitarristi nella band, quindi come avete deciso chi-doveva-suonare-cosa?

Non è stata una scelta fatta a tavolino, per modi e, soprattutto, tempi è avvenuto tutto naturalmente. Quando se n 'è andato il vecchio batterista è arrivato Jacopo, che è si un chitarrista ma aveva frequentato per anni le bacchette e le pelli dei fusti dei tamburi. Poi, Luca che ha iniziato a suonare il quattro corde  proprio per sostituire il nostro ex bassista, con risultati stupefacenti. Ogni tanto, però, ritorna in tutti noi la voglia di suonare la chitarra, il nostro strumento d’elezione, e , difatti, in pezzi come “Tide” o “Sunset of the Giant” ci sono tre o quattro chitarre.

Più in generale, come nasce un pezzo umorale e psichedelico dei vostri? Spiegami un po' nel dettaglio il processo di composizione, per favore.

L’improvvisazione è la nostra madre creativa. La musica è comunicazione, e ci lasciamo trascinare dall’energia del suono… Ovviamente, poi, c è un processo di scelta, di arrangiamento, a volte la scrittura di un testo, ma la base è sempre la nostra energia, quella che creiamo mentre suoniamo insieme.

Le vostre liriche sono pregne di riferimenti mistici utilizzati per spiegare fenomeni di grande concretezza, come "Sedna", divinità indù degli oceani che punisce l'uomo per l'incuria con cui tratta il nostro pianeta. Che tipo di ricerca fate per ottenere simili risultati?


Ci vogliamo molto bene, e tra noi spesso parliamo di argomenti molto profondi. E’ strano, in realtà non c è mai una ricerca… sembra che siano energie che riusciamo a catturare, c è solo quello che fa parte di noi. Ti assicuro che, come band, noi non cercheremo mai un argomento di cui parlare in una canzone in maniera mirata, sarebbe stupido e disonesto. Parliamo, piuttosto, di quello che al momento abbiamo dentro. Noi, comunque, non vogliamo impressionare nessuno, vogliamo solo comunicare il nostro “sentire”.

In termini di vostri ascolti come persone prima di essere musicisti, cosa prediligete ascoltare? L'ultimo disco che ti è piaciuto di più che hai comprato qual è stato?


Le nostre individualità musicali hanno dei tratti adiacenti ma altrettanti molto distanti… Beatles, Pink Floyd, Motorpsycho, Mogwai, Radiohead per citare alcuni di quelli che ci accomunano. Altri territori musicali che, invece, ci diversificano vanno dal cantautorato italiano, al punk al grunge di Seattle. L’ultimo disco che ho comprato mi chiedi…beh, “Hail to the Thief” dei Radiohead; lo conosco da tanto, ma l’ho ritrovato in vinile: pauroso! Ultimamente, poi, ci è capitato di ascoltare insieme l’ultimo disco dei Tame Impala “Innerspeaker”, molto bello davvero. Lo consigliamo.

Leggo che live fate uso di una ballerina che cerca di spiegare, con i suoi movimenti, i suoni generati dai vostri strumenti. Credete, quindi, che sia assolutamente necessario ai giorni nostri cercare di integrare il più possibile la comunicazione in multimedialità?

Sì, o meglio: semplicemente crediamo che la musica, come la danza, siano arte, e l’arte non ha e non dovrebbe avere confini, contenitori, limiti. L’arte è emozione, ed è questa emozione che deve arrivare a colui che, interagendo con l’arte, vuole far parte di questa energia.

 

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In termini di tecnologia, che rapporto avete con essa? Meglio adesso che la musica è più libera e viaggia alla velocità della luce, moltiplicandosi a dismisura (forse fin troppo!), o forse è meglio tornare ad un regime più regolato dall'industry?

La tecnologia è sempre al servizio dell uomo, se poi chi ne usufruisce è uno stupido… alla fine, il problema è sempre lo stesso. È sicuramente colpa dell industria discografica se siamo arrivati a questo punto: se avessero badato meno ai profitti e piu alla qualità, tutti potremmo permetterci di comprare piu dischi originali, e ci sarebbero meno desolanti mostri pop in onda nelle nostre radio. Comunque sia, la visibilità che dà oggi la tecnologia alla musica è sicuramente una cosa positiva. Mio padre, da ragazzino, della musica che arrivava dagli Stati Uniti conosceva solo Elvis, per dire!

La frase finale della press note che ho in mano e che vi riguarda recita: "Kisses From Mars predilige la comunicazione attraverso i suoni rispetto a quella attraverso le parole". Quanto ti ha infastidito, dunque, fare questa intervista? (risate)

(Grosse risate) E’ stato un piacere rispondere alle tue domande! La verità è che, a volte, esprimere ciò che si ha nel profondo e che non è cosi tangibile è più facile farlo attraverso un canale meno convenzionale, come quello musicale. Pensa, ad esempio, ad uno scultore che voglia esprimere a parole la delicatezza e la femminilità di una statua che rappresenta una Dea che ha appena scolpito. Sarebbe estremamente difficile, non credi?

Per qualsiasi cosa tu voglia riferire ai nostri lettori e che non ti ho dato modo di esprimere attraverso le mie domande, ti lascio questo spazio finale per un messaggio libero. Fanne buon uso!

Non mollate mai. Rock’n’Roll!




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