Chimaira (Matt DeVries)
In vista dell’imminente uscita del sorprendente “The Infection” siamo stati raggiunti telefonicamente dal chitarrista della band americana, Matt DeVries. Buona lettura.
Articolo a cura di Marco Ferrari - Pubblicata in data: 25/04/09
Innanzi tutto benvenuto sulle pagine di SpazioRock, è un piacere poter parlare con te della vostra musica e, ovviamente, del vostro nuovo album di imminente uscita.

Grazie a te per il tempo che mi dedichi.

 Inizierei subito con le domande. “The Infection” è, senza dubbio, molto diverso dal precedente “Resurrection” soprattutto per le atmosfere particolarmente oscure che sono enfatizzate  da un suono potente e davvero heavy. Come mai questa scelta?

Sinceramente non so come sia accaduto o quali dinamiche ci abbiano portato a scrivere un disco come “The Infection”. Non si tratta di una scelta ponderata alla ricerca di un suono più atmosferico e potente, è arrivato senza troppi pensieri.  Il primo riff che abbiamo scritto è stato quello di “Time To Survive”, e l’unica cosa che non volevamo era che fosse banale. Fortunatamente è uscito un suono che ci piaceva molto e così abbiamo steso il primo brano per poi “infettare” con questo sound gli altri pezzi dell’album.

Dopo un album molto veloce come “Resurrection” ora i ritmi si sono di molto abbassati, senza per questo perdere in aggressività. E per il futuro quale strada pensate di intraprendere in termini di sound?

Conoscendoci è auspicabile qualche ulteriore cambiamento, anche perché queste variazioni sul tema ci hanno sia divertito che stimolato dal punto di vista personale, ma ovviamente la strada che intraprenderemo sarà quella più spontanea e naturale senza pianificare nulla. Questa condizione privilegiata è frutto di una crescita soprattutto personale che ci ha fatto maturare e diventare molto più uniti. E quando ti senti bene ogni cosa è realizzabile. Quindi sicuramente nel nostro futuro ci saranno dischi diversi dai precedenti, ma per capirne l’impronta bisognerà attendere.

Il maggior pregio dell’album, secondo me, sta nel tocco personale che caratterizza ogni singolo brano che, seppur mantenendo un groove costante, è facilmente identificabile. Possiamo proprio affermare che ogni pezzo ha una propria “caratteristica”. Sei d’accordo?

Direi proprio di si, mi pare siamo riusciti a fare interessanti progressioni e variazioni su di un unico filo conduttore.

Altra  carattestica di “The Infection” è la non facile assimilazione rispetto ai vostri lavori precedenti. Pensi che i vostri fan apprezzeranno tale scelta?

Onestamente scriviamo musica prima di tutto per noi stessi, senza pensare al target. Semplicemente speriamo che la gente lo possa capire e ne possa apprezzarne i contenuti. Speriamo che possa piacere sia ai fan di vecchia data che, spero, saranno felici della nostra crescita, ma anche a nuovi ascoltatori che potranno così intraprendere il viaggio inverso. In tal senso invito tutti a venirci a sentire dal vivo per trovare un punto di incontro tra il nostro passato ed il nostro presente.


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Parlando dei testi, mi sono sembrati molto profondi ed introspettivi, c’è un concept che lega i diversi brani?

Si, “The Infection” in realtà è un concept album, ma onestamente non posso parlarti del vero significato nascosto nei testi: non li ho scritti io.

Va bene, allora non posso far altro che attendere l’uscita del disco per leggerli…

Quella è sempre la cosa migliore, potrai dare una tua chiave di lettura alle parole.

Puoi parlarmi un attimo del mio brano preferito, “The Heart Of It All”? Trovo che sia il pezzo ideale che arriva alla fine di un disco così colmo di odio e di violenza.

E’ un brano di cui sono molto soddisfatto. Pensa che quando ho scritto la prima parte di chitarra, era talmente pulita che non pensavo fosse adatta al sound dei Chimaira, poi però l’ho fatta sentire a Mark (Hunter, ndm) il quale è rimasto subito molto entusiasta in quanto era la conclusione ideale per il concept. A quel punto abbiamo lavorato assieme per sviluppare la canzone e una volta messi assieme i vari pezzi siamo rimasti molto soddisfatti del risultato ottenuto.

Ora ho una curiosità legata al titolo del disco. Come mai questa scelta molto “profonda”?

L’idea, ancora una volta, è venuta a Mark e nasce semplicemente dal lungo lavoro che c’è stato dietro all’album e alle sue sfaccettature, che venivano fuori giorno dopo giorno crescendo come una “infezione”.

Vorrei cambiare discorso e parlare un attimo della scena metalcore che mi pare goda di una salute più che buona, anche se forse è affollata da molte band fin troppo simili tra di loro. Visti questi standard non hai paura che, ad un primo e superficiale ascolto, “The Infection” rischi di non essere apprezzato appieno e finisca per risultare indifferente?

Siamo ben consci che non piacerà a tutti e che possa sembrare noioso a causa della sua vena progressive agli amanti del metalcore più puro, però, alla fine, come ti ho detto in precedenza, la nostra musica è scritta prima di tutto per noi e se non piace o viene considerata poco interessante posso solo rispondere: “Fuck  Y@#”! (risata generale, ndm)

 
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E ora per quanto riguarda l’imminente futuro avete in programma un tour di supporto a “The Infection”? Quali nazioni toccherà?

Si, stiamo organizzando proprio ora il nuovo tour, anche se prima di poter far progetti concreti dobbiamo aspettare il responso delle vendite. Sicuramente inizierà ai primi di maggio con qualche data negli Stati Uniti per poi fare un salto in Europa durante i festival estivi. In autunno inizieremo il tour vero e proprio e speriamo di poter andare anche in Australia e in Giappone. Il tour europeo è previsto per i primi mesi del 2010 anche se al momento non ti so dire se verremo in Italia.

Bene, per me è tutto e ringraziandoti per il tempo dedicatomi ti lascio volentieri l’ultima parola per salutare i nostri lettori.

Ringrazio sinceramente sia i fan che tutti voi che ci avete sempre supportato negli anni, anche quando le cose non andavano per il verso giusto: questo disco è dedicato a tutti voi, e se avrete voglia di ascoltarlo sono sicuro vi piacerà. Ci vediamo presto.


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