Indukti (Wawrzyniec Dramowicz)
Ci sono band il cui genio si manifesta all'ascoltatore lasciandolo senza parole, quasi come fosse una rivelazione divina. Gli Indukti, grazie ad una prova tecnico-compositiva di primo grado e ad un'impressionante miscela di sonorità progressive e tribali, hanno composto un quasi-capolavoro intitolato "Idmen": un suono che si stampa nella mente, ossessivo come il canto d'una sirena. Ne abbiamo discusso con il batterista del quintetto polacco, Wawrzyniec "Vaaver" Dramowicz.
Articolo a cura di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 03/08/09

Benvenuto su SpazioRock. Innanzitutto, ti andrebbe di presentare gli Indukti ai nostri lettori?

Certo! Gli Indukti sono formati da 5 persone, ognuna delle quali suona diversi strumenti. Io suono la batteria, mentre Ewa è la nostra violinista. Abbiamo inoltre due chitarristi, Maciej e Piotr, ed un bassista, Andrzej.

Da dove deriva il nome della band?

Il nome della band? In realtà nemmeno noi ne siamo sicuri, ma credo che derivi da una delle lingue dell’Asia orientale. Credo questo termine che rifletta la natura stessa della nostra band.

Per quanto riguarda il significato di “Idmen”, invece, cosa puoi dirmi?


“Idmen”, nell’antica lingua greca, significava ‘ho visto’, ‘sono stato’; un’eco cantata dalle sirene nelle acque del mare. Questa parola ricorre spesso nella narrazione della storia di Troia.

Alcuni dei vostri brani mostrano influenze di stampo etnico e l’utilizzo di strumentazioni particolari. Da quali culture provengono questi strumenti e come riuscite a sintetizzare tutte le vostre influenze?

Per quanto riguarda la strumentazione, non credo che vi siano poi così tanti strumenti nella nostra musica, mentre le diverse influenze provengono da ognuno di noi. Tutti noi ascoltiamo diversi generi musicali e quando ci ritroviamo in sala prove tutte le nostre influenze ed i nostri gusti in termini musicali si mescolano. Le cose per noi funzionano proprio così: da ognuno di noi provengono idee differenti che poi vengono amalgamate e messe insieme dalla band al completo. Come tu stesso hai fatto notare, nella nostra musica si possono trovare delle le influenze tribali: alcuni di noi sono appassionati di musica etnica. Ecco da dove provengono questi suoni particolari.

Vi definirei una band piuttosto atipica, dal momento in cui non avete un vocalist in pianta stabile nella vostra line-up. Come funziona il processo di scrittura dei brani?

Quando componiamo le nostre canzoni non pensiamo né a possibili cantanti, né ad alcun tipo di linea vocale. Posso dirti come sono andate le cose per il secondo album: i pezzi sono nati nella nostra sala prove e soltanto in seguito abbiamo pensato che lavorare con dei cantanti sarebbe stato interessante e avrebbe dato un valore aggiunto alla nostra musica. Quindi abbiamo cercato di capire quali canzoni si potessero adattare meglio alla voce di un cantante. Le strutture originarie di questi brani erano prive di linee vocali; le abbiamo poi passate a Maciej Taff (Rootwater), a Michael Luginbuehl (Prisma) e Nils Frykdahl (Sleepytime Gorilla Museum) e loro stessi hanno scritto le proprie linee vocali e adattato o scritto le proprie liriche.



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Quando salite su un palco, portate con voi uno di questi cantanti?

Questo rientra nei nostri programmi, ma al momento non l’abbiamo ancora fatto. In futuro potrebbe accadere, ma fino ad oggi siamo riusciti a sostenere tutte le nostre esibizioni senza il supporto di un cantante e ciononostante le persone sembrano apprezzarci, anche in mancanza di un elemento tradizionalmente importante come la voce, quindi significa che la nostra musica rende bene da questo punto di vista. Per questo motivo credo che continueremo ad avere delle vocals in un paio di brani nei nostri album, mentre i nostri live set assumeranno una forma essenzialmente strumentale.


Di cosa parlano i testi dei vostri brani?

Come ho detto, i testi sono stati scritti o adattati dai nostri cantanti. Per quanto riguarda il loro vero significato credo dovresti rivolgere questa domanda a loro, dato che si tratta di un concept che loro stessi hanno ideato. Le liriche di un brano, in particolare, fanno riferimento ad una leggenda diffusa presso la tribù indiani degli Hopi in Arizona che narra di un di un grande, forte e pericoloso falco che tenta di mettere in pericolo gli abitanti di un villaggio villaggio. Il popolo si rivolge ad un piccolo topo in cerca di aiuto e questo riesce a combattere contro il falco ed a sconfiggerlo. Il tema è quello la lotta del più piccolo contro il più grande, alla quale segue la vittoria del più debole. Tutto l’album ruota attorno a questo concetto di lotta, come in questo caso, tra il più debole e il più forte, tra il bene e il male. Inoltre, compare una piccola idea inerente alla ‘battaglia’ tra e gli esseri umani e l’ambiente.

Quali differenze intercorrono tra il primo ed il secondo album degli Indukti?


Direi che le nostre canzoni si sono fatte più mature (noi stessi siamo maturati come band), nonché leggermente più pesanti e più lunghe.

Siete soddisfatti del vostro lavoro?

Per i musicisti che prendono parte alla composizione di un album c’è una specie di tarlo ricorrente: quello di tornare in studio per modificare qualcosa. Tuttavia, spendiamo talmente tanto di quel tempo in studio che, inevitabilmente, arriva per tutti un momento nel quale diventa necessario smettere di apportare modifiche, altrimenti l’intero processo rischierebbe di portarci alla pazzia. Ci sono alcuni punti sui quali avremmo continuato a lavorare, ma siamo comunque soddisfatti del lavoro svolto in studio.

Ho notato che spesso venite paragonati ad altre band quali Riverside e Tool, nonostante la vostra indubbia personalità. Cosa pensi di questa tendenza e dell’attuale scena prog metal?

Ascoltiamo generi musicali molto diversi tra loro all’interno della band. Non so dirti se qualcuno in particolare sia fan dei Riverside o dei Tool; personalmente non ascolto nessuno dei due. Devo confessarti che non ascolto nulla che sia riconducibile alla scena prog rock o prog metal. In ogni caso la cosa non ci disturba: anche nella nostra musica, come in quella dei gruppi da te nominati, ci sono degli elementi progressive; alla fine lasciamo che siano gli ascoltatori a fare i paragoni che preferiscono. Nella nostra band non ci sono grandi fan della musica prog, nonostante sia proprio questa la nostra proposta, è una cosa piuttosto divertente no? La scena in Polonia è molto interessante ed in costante crescita: è bello sapere che ci sono così tante band che portano una ventata d’aria fresca nella scena musicale del nostro paese.



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Ecco l’ultima domanda: come promuoverete il vostro nuovo album?

Questa è una domanda che andrebbe indirizzata alla nostra etichetta internazionale, la Inside Out Records, oppure alla nostra label polacca, la Mystic. Credo e spero che entrambe svolgeranno un lavoro inappuntabile, mentre per quanto ci riguarda, tutto ciò che possiamo fare è continuare a suonare dal vivo. Ora vorremmo che fossero i nostri ascoltatori a fare la differenza. Ci sarà un tour, oppure parteciperemo a qualche festival il prossimo anno o in autunno.

Ci sarà la possibilità di vedervi suonare anche in Italia?

Lo spero. Quando scegliamo i posti nei quali esibirci, ci piacerebbe andare dove non siamo mai stati prima d’ora. Ci piacerebbe andare ovunque per suonare la nostra musica e anche se per ora non è stato possibile, dopo questo album lo faremo sicuramente. Nel frattempo potete tenervi aggiornati sulle nostre news o sulle nostre prossime date tramite il nostro sito web o la nostra pagina Myspace.

Grazie per la chiacchierata. Spero di vedervi in Italia, allora!

Grazie anche a te. L’Italia è sicuramente sulla nostra lista.




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