Arcane Roots (Andrew Groves)
Hanno accompagnato i Muse lo scorso tour, hanno visitato il nostro paese come headliner lo scorso 28 ottobre, gli Arcane Roots ci propongono una miscela math rock molto accattivante sul cui successo si potrebbe scommettere rischiando relativamente poco. Abbiamo parlato con Andrew Groves, il cantante di questa giovane e promettente band inglese. 
Articolo a cura di Alberto Battaglia - Pubblicata in data: 05/11/13

“Blood And Chemistry” risulta accattivante e con un sound contemporaneo, con tutto quel che ne consegue. Nella vostra opinione, quanto è importante il fatto di seguire le nuove mode per arrivare al successo?

Non penso che sia la moda a decretare necessariamente il successo, la buona musica è buona musica. Se metti tutto il tuo cuore e tutta la tua anima (come il sangue, il sudore e le lacrime!) dentro qualcosa allora penso che la gente risponderà positivamente. Noi suoniamo semplicemente la musica che abbiamo in mente e che ci infervora; questo implica che dobbiamo anche cambiare e crescere quando la musica cambia nei nostri cuori. Mi piace pensare che siamo in grado di raggiungere qualsiasi cosa vogliamo, indipendentemente dalla moda del momento. Ciò non vuol dire che non bisogna essere consapevoli della musica che ti sta intorno e del clima attuale: è molto importante avere una chiara prospettiva di te stesso in rapporto agli altri, ti rende consapevole di dove ti trovi e di quali siano le tue forze o debolezze.

Le vostre origini musicali sono incredibilmente varie. Quali furono le cover che suonavate agli inizi? E a quali artisti vi ispiravate?

Ascoltiamo tutti molti generi diversi nella band e ognuno di noi proviene da una scena musicale diversa, abbiamo gusti anch'essi piuttosto eterogenei. Io sono cresciuto coi Pink Floyd, i Led Zeppelin e i King Crimson, ma non appena iniziai a suonare con più musicisti mi sono eccitato coi Red Hot Chili Peppers, Mars Volta, Biffy Clyro, Reuben, Incubus ecc.. Ora ascolto praticamente tutto quello che mi passa per le mani: Coldplay, Meshuggah, KT Tunstall, Malajube, Keith Jarrett, Every Time I Die, Camille, Björk, Bon Iver, Twin Atlantic e altri ancora. Direi che la mia più grande influenza è stata John Frusciante; per me è stato un modello umano ed artistico sin da quando ero piccolo, è in grado di ridefinire costantemente ciò che dovrebbe essere un musicista. Il suo lavoro etico e la sua conoscenza musicale sono incredibili e io spero solo di essere prolifico e studioso quanto lui.

Ascoltando la vostra musica si può facilmente notare che questa sia il risultato di numerose e differenti influenze. Considerate voi stessi come una band underground che sta cercando di suonare più “pop” o viceversa?

Ogni influenza che attraversa la nostra musica è puramente naturale e il suo scopo è quello di funzionare nella canzone. Mi piace il pop tanto quanto la musica più pesante, per cui il risultato è abbastanza naturale. Le persone sono molto più che esseri monodirezionali che ascoltano solo un tipo di musica e che esprimono un solo tipo d'emozione, quindi perché non dovrebbe essere lo stesso quando si compone musica?

arcane_intervista_00Andrew e Daryl, dal momento che avete studiato teoria musicale, forse siete in grado di spiegarci con le giuste parole come la tecnologia sia necessaria nel vostro lavoro, e quanto questa sia importante oggigiorno.

La tecnologia ha accompagnato la musica sino ad ora, anche negli ultimi anni, cose che una volta erano impossibili o economicamente insostenibili ora sono accessibili a chiunque, tramite la comodità di un PC. Abbiamo usato la tecnologia in senso lato fin dagli esordi della band, per creare i suoni e gli effetti, ora ce ne serviamo più che mai per realizzare gli ambiziosi live che abbiamo in mente! I suoni che vogliamo non sono ordinari o riproducibili attraverso semplici setup, perciò la gran parte delle volte dobbiamo inventare nuovi modi per ottenere quello che vogliamo. Usiamo la tecnologia anche in tutte le piattaforme; l'impianto della mia chitarra gira sul mio impianto MIDI personalizzato, le nostre luci sul programma che Daryl (il batterista) ha creato partendo da improvvisazioni via DMX, ad esempio. Cerchiamo di conciliare ogni elemento senza scendere a compromessi col nostro sound.

C'è un rovescio della medaglia? Forse la tecnologia non è in grado di ricreare le sfumature di uno strumento vero, suonato da un vero musicista, per esempio?

Ci possono essere svantaggi, ma solo nel modo in cui è usata. Per noi il processo comincia immaginando un'idea e cercando un modo per renderla in maniera più semplice, poi (di solito) dobbiamo sfruttare la tecnologia realizzarla. Questa ci aiuta a tradurre ed a progettare la nostra creatività.

Molta gente in giro separa con grande meticolosità ciò che è indie e ciò che è mainstream. Avete mai sentito il desiderio di avere un pubblico più grande ed uscire dalla nicchia del math/prog rock, magari proprio quando avete deciso di fare da opener ai Muse?

Ignorare il tuo pubblico è stupido se intendi avere una carriera duratura, ma nelle nostre scelte non abbiamo mai visto per un solo secondo la necessità di scendere a compromessi o semplificare la nostra musica. È un triste mito quello secondo cui il successo comporti banalizzazioni e compromessi. Noi vogliamo esprimerci al meglio e sentiamo sinceramente che potremmo essere una delle migliori band in circolazione. Ma questo, per noi, significa scrivere la miglior musica possibile, fare i concerti più belli al mondo e dedicarci interamente alla nostra professione. Non abbiamo dubbi sul fatto che vogliamo suonare negli stadi e avere una lunga carriera, ma solo per accedere agli strumenti che ci consentano di creare un album e dar vita a questi ultimi su larga scala, per assumere un puro atteggiamento creativo e costruire un mondo in cui ascoltare la nostra musica. Se questo alla gente suona come una svendita vuol dire che non guarda abbastanza a fondo.

Nell'industria musicale, così come nella politica, c'è la cosiddetta “arte del compromesso”? Magari tra la musica che vi piace suonare e l'aspettative del pubblico...

L'industria musicale è piena di tradizione e politica, potresti nuotare dentro questo mare oscuro per l'eternità e non arrivare da nessuna parte. È stata una grande delusione per noi, ma ci ha anche presentato un'altra sfida per dimostrare che la nostra band è in grado prendere decisioni intelligenti, calibrate sulla base dei problemi che stanno dentro e intorno al gruppo. Scriviamo da noi tutte le canzoni, creiamo e controlliamo tutti i nostri spettacoli, giriamo i nostri videoclip e facciamo da noi le copertine. Sì, ci sono stati conflitti e differenze di vedute, ma siamo circondati da un team che capisce i nostri bisogni artistici. Suoniamo la musica che ci eccita e che abbiamo creato con la nostra etichetta e la nostra squadra cosicché sappiamo cosa stiamo facendo e che la nostra visione è autentica e moralmente giusta. È importante in tutto questo capire cosa ti viene chiesto, dopodiché puoi divertirti entro quei confini ed essere inventivo.

Ora, per pura curiosità: vi mancano i vecchi muse, come mancano a molti loro fan? Voglio dire, quelli di “Showbiz” ed “Origin Of Symmetry”...

A dire il vero avrei detto di sì fino a che non ho visto il loro spettacolo e penso che si possa dire lo stesso per molte band. I complessi debbono crescere e cambiare, nessuno vuole sentire le stesse vecchie canzoni all'infinito: i musicisti hanno bisogno di evolvere e imparare come continuare a creare qualcosa di vero e rilevante. I Muse sono una live band incredibile, e mentre io ero stato molto esposto dai loro vecchi lavori nella mia giovinezza, e poco da quelli successivi,  ho assistito al loro spettacolo avidamente ogni notte e tutto ha assunto un senso completo. Le canzoni prendevano vita e si trasmettevano perfettamente. Loro sono una band per arene che suona pezzi per arene, necessitano d'esser ascoltati nel contesto perché diano l'effetto desiderato.


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L'Inghilterra è stata la culla di moltissimi giganti del rock n' roll, e lo stesso non si può dire per le altre Nazioni, Italia compresa. Vi sentite fortunati di essere inglesi?

Amiamo ogni angolo d'Europa, e ogni volta siamo entusiasti di suonarci. Quanto siamo in Europa ci sentiamo Inglesi, più di quanto non facciamo a casa. Amo la passione, la dedizione e l'amore che i fan europei dimostrano nei nostri confronti. Penso che abbiano valori in via d'estinzione da altre parti. Siamo orgogliosi d'essere inglesi, ma in definitiva siamo più contenti di imparare da culture diverse dalla nostra, piuttosto che promuovere quella inglese.

Grazie mille per quest'intervista! Prima di concludere, volete lasciare un messaggio ai vostri fan italiani e ai lettori di SpazioRock?

 

Solo un grosso grazie da parte nostra: ogni volta che siamo stati da voi ci avete accolto e supportato con tutti i vostri cuori. Siamo fortunati ad avere una fanbase così forte; vi amiamo tutti e vogliamo che sappiate quello che ci date non è che un grande calore nel cuore. Grazie!




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