Banco Del Mutuo Soccorso (Filippo Marcheggiani)
Il Banco Del Mutuo Soccorso torna dopo 25 anni di inattività in studio con "Transiberiana". Abbiamo fatto due chiacchiere con Filippo Marcheggiani, che ci parla del nuovo Banco tra tradizione e nuovi orizzonti.
Articolo a cura di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 15/05/19

Grazie a Cristina Cannata e Luca Ciuti per la collaborazione.

 

Ciao Filippo! Benvenuto su SpazioRock.it. Come stai?

 

Bene, molto entusiasta di come stanno andando le cose. Stiamo raccogliendo tanto consenso per il nostro lavoro, quindi è un bellissimo momento.

 

"Transiberiana" è il primo album in studio del Banco Del Mutuo Soccorso in 25 anni. Come sta andando? Siete soddisfatti del lavoro?

 

Siamo appena usciti allo scoperto, ma i primi segnali sono già molto incoraggianti. I nostri fan stanno rispondendo con grande entusiasmo e ci stanno dando molta soddisfazione perché percepiamo di aver trasmesso il messaggio dietro questo lavoro. Un messaggio sicuramente di continuità, ma anche di proiezione al futuro. Si tratta di un disco importante, che ci ha visti impegnati per quasi due anni di lavoro e alla fine ha soddisfato a pieno le nostre aspettative, che non erano certo basse.


A proposito di continuità, nella copertina c'è questo inequivocabile richiamo al primo omonimo album del Banco. Come si ricollega transiberiana a quel disco, a quella band e a quel concept?

 

Credo che abbiamo fatto una scelta molto coraggiosa. Abbiamo riproposto il logo storico del Banco in una nuova copertina, ed è già il primo segnale di questa continuità che volevamo appunto trasmettere. Il salvadanaio in questo caso raccoglie il viaggio della transiberiana, che è una grande metafora della vita della band, attraverso i suoi trascorsi artistici e ancor prima umani. Volevamo riportare una visione contemporanea del Banco, non è un disco che vuole suscitare nostalgia verso la band di una volta, ma che mostra una realtà che è radicalmente cambiata, sia per motivi anagrafici e, ovviamente, per il destino beffardo che ci ha tolto da poco Francesco (Di Giacomo, ndr.) e Rodolfo (Maltese, ndr.). È un Banco che - grazie soprattutto all'energia ritrovata da Vittorio (Nocenzi, ndr.) - vuole continuare a dire qualche cosa. In "Transiberiana" si esplorano soprattutto tematiche contemporanee, come l'appiattimento culturale che viviamo in questi giorni, a cui noi ci vogliamo ribellare, e devo dire in questo che siamo stati supportati al 100% dalla nostra casa discografica, Inside Out, e dalla Sony, soprattutto nella persona di Paolo Maiorino, che ha creduto forse addirittura più di noi in questo progetto. Quindi sì, è un disco coraggioso, anche perché un concept album prog in Italia nel 2019 sembra un miracolo, ma credo che abbiamo accettato tutti quanti questa sfida e la stiamo vincendo.

 

E "Transiberiana" non è solo metafora della vita del Banco, ma anche della vita in generale come società e come individui, testimonianza dei tempi estremi in cui viviamo. A questo punto ti faccio una domanda un po' difficile: cosa pensi possa fare l'uomo per essere un po' più felice?

 

L'uomo per essere un po' più felice si deve accontentare di meno e sentirsi più in diritto di essere ciò che è. Questo diciamo che è il concetto che sta dietro l'energia di questo lavoro. Oggi assistiamo veramente a un oscurantismo culturale e non solo. Assistiamo a sforzi sempre più convergenti verso un pensiero unico che tarpano le ali a quelli che sono i punti di vista diversi, in modo molto pericoloso. Sembra che la maggioranza debba sempre schiacciare e zittire quello che c'è di diverso, come d'altronde è abbastanza evidente in musica, dove si parla sempre e solo di un certo tipo di modello, che viene ingigantito e fatto spesso passare per novità. Le kermesse musicali che organizziamo sono ormai monotematiche e incoerenti persino con i contesti storici in cui sono nate. Quello che succede in realtà è che c'è tanta gente che vuole ascoltare generi diversi, come quello del Banco, ma anche come tanta altra musica importante. Come dice sempre anche Vittorio, il rock non è un fenomeno di costume, che si esaurisce in un periodo storico, ma un fenomeno culturale che deve sempre trovare il suo spazio, potremmo fare lo stesso discorso in modo più ristretto anche sul prog, che per natura del suo stesso nome è un genere sempre in progressione, che non smette di esaurire le possibilità di esplorazione. Lo abbiamo dimostrato in questo disco affiancando il marchio classico di una band che negli anni 70 l'ha fatta da padrona nella scena italiana a nuovi orizzonti musicali anche non propriamente prog, come la musica elettronica, la musica etnica, e tante componenti in un calderone il cui comun denominatore è la qualità. Dobbiamo quindi sentirci liberi e un po' meno soli quando non siamo dentro al coro, ecco.

 

Dicevi che l'uscita di un disco come questo oggi si può considerare un miracolo. Quanto è cambiata l'industria musicale in questo tempo e quanto è cambiato il vostro pubblico?

 

L'industria musicale sicuramente è cambiata molto, per la necessità abbastanza forzata di rispondere ad una domanda sempre minore. I dischi fanno parte di un commercio sicuramente meno appetibile di quanto fosse quarant'anni fa e il digitale ha ormai un ruolo fondamentale, quindi certi album vengono resi disponibili e monetizzano solo attraverso le piattaforme di streaming o video. Una buona parte di industria discografica si basa quasi esclusivamente su questo tipo di formule. Noi fortunatamente riusciamo ancora oggi a trovare un territorio dove si ricerca l'essenza della musica, dove si pensa a fare un disco che sia un progetto artistico a tutto tondo, non solo una raccolta di brani più o meno da hit parade. Abbiamo un'etichetta che punta ancora al concetto di disco come oggetto di culto, infatti noi abbiamo avuto un riscontro incredibile sui vinili, che rappresentano il supporto sul quale abbiamo volto maggiormente la nostra attenzione anche dal punto di vista della produzione sonora. È un disco fatto per quelle persone che ancora oggi ricercano nel vinile la migliore qualità dell'ascolto, dove indiscutibilmente si trova. Il nostro pubblico è sì cambiato, ma ancora ha voglia di sentire nuovo materiale registrato in questa maniera, di conseguenza la richiesta per questo nuovo album ci ha veramente travolti.

 

Come è stato tornare in studio dopo così tanti anni e con così tanti volti "diversi"? Come è stato possibile ricreare l'identità del Banco come band in fase di registrazione?

 

Io sfortunatamente nel precedente disco ho avuto un ruolo marginale, ma è stata l'occasione che mi ha permesso di conoscere il banco, di conoscere Vittorio e di essere infine inserito come chitarrista. Su quell'album facevo solamente i cori, ma ricordo tutto quanto di quelle registrazioni. Ho potuto ascoltare in anteprima il disco e fare il tour successivo e varie cose inedite con Vittorio negli anni. Nonostante i miei 25 anni di militanza nel Banco quindi, devo dire che questa per me è stata un'esperienza del tutto nuova, nel senso di pensare e costruire un album e partecipare attivamente a tutte le fasi della lavorazione. La cosa che ci eravamo prefissati dall'inizio era che fosse un disco vero, che non risentisse del tedio che a volte portano le nuove tecnologie, come ad esempio l'uso delle sequenze. Vittorio mi ha sempre insegnato una cosa, che il sequencer è una bellissima macchina che viene utilizzata come un registratore creativo, ossia un qualcosa che cattura l'emozione umana e non solo uno strumento per facilitare il compito utilizzando dei surrogati sonori per ricreare qualcosa di verosimilmente suonato. Questo invece è un disco suonato, che chiaramente utilizza le nuove tecnologie in fase di preproduzione, di missaggio e di mastering, ma certamente non ci siamo dimenticati di attaccare la chitarra all'amplificatore, di attaccare i microfoni alla batteria vera e di imparare a suonare le parti con la maggiore umanità possibile, in modo che non suonasse freddo, troppo perfetto. Ecco, questo non è un disco troppo perfetto, perché lo abbiamo voluto così.

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Il materiale registrato è completamente nuovo o c'è qualche idea che avete recuperato da periodi precedenti?

 

Le composizioni sono completamente nuove, scritte a quattro mani da Vittorio Nocenzi con Michelangelo, il suo terzo figlio, che è un piccolo genietto della famiglia. Lui devo dire che ci ha dato veramente una seconda giovinezza, con il suo entusiasmo e a volte anche la sua ingenua freschezza ha fatto in modo di rilanciare l'entusiasmo di Vittorio in primis - che ha quasi 70 anni - ma anche mio che ne ho più di 40. All'interno dei brani si possono trovare delle micro-citazioni della storia del Banco, ma sono cose su cui veramente sfido i fan più sfegatati ad individuare. Però i pezzi sono tutti di nuova composizione, si sente la mano di Michelangelo, come nei testi si sente la penna di Paolo Logli e di Vittorio Nocenzi. La penna di Francesco Di Giacomo purtroppo non può scrivere più da cinque anni, anche se avremmo tutti preferito che potesse ancora farlo. Si sente chiaramente un'aria nuova portata anche dai nuovi membri della band; Marco Capozi e Fabio Moresco sono da 3 anni la nostra sezione ritmica e incarnano secondo me alla perfezione l'idea che avevamo del sound e della ritmica del nuovo Banco, Nicola Di Già è un chitarrista che si è aggiunto a me da quasi 6 anni e ha dato sicuramente una pennellata stilistica diversa, più legata agli anni 80 di Warren Cuccurullo. Nicola tra l'altro è stato, insieme a me, molto attivo nella produzione del disco. Poi c'è Tony D'Alessio che non è sicuramente il sostituto di Francesco Di Giacomo, perché Francesco è insostituibile e il primo a saperlo è Tony, ma è la voce migliore possibile per questo nuovo Banco, per storia, per esperienza e per vocalità. Abbiamo ritrovato la continuità soprattutto dal punto di vista creativo, senza doversi per forza autocitare troppo.

 

Bene, direi che del nuovo abbiamo parlato. Ma invece sono ancora presenti Francesco e Rodolfo nel nuovo Banco e - nello specifico - nella musica che sentiamo in questo disco?

 

Francesco e Rodolfo sono prima di tutto molto presenti nelle nostre vite, come ricordo. Amiamo pensare che siano due compagni di viaggio in questo vagone della transiberiana, col naso schiacciato sul finestrino a guardare un panorama a volte desolato e a volte affascinante. Dal punto di vista chitarristico ti posso dire che sicuramente Rodolfo è sempre stato un punto di riferimento in questi mesi di lavoro, abbiamo potuto addirittura utilizzare delle sue chitarre acustiche, grazie alla moglie. Rodolfo è la mia cartina tornasole, nel mio studio dove ho registrato la maggiorparte delle chitarre ho un disegno di Rodolfo che mi ha regalato suo figlio Alessandro, che è un bravissimo disegnatore e tatuatore, e spesso nei momenti di dubbio mi ci rivolgevo. L'autenticità di Rodolfo Maltese, in tutti i contesti in cui lo potevi incontrare - dal palco alla vita di tutti i giorni - è cosa assai rara e assai preziosa. Lo stesso posso dire per Francesco. Mi sento di poter dire che loro sarebbero molto fieri del lavoro che abbiamo fatto.

 

Quali sono invece le ispirazioni più nuove e contemporanee del Banco, se ce ne sono?

 

Mah, ci sono. C'è tanta musica che ci ha colpito negli ultimi anni. Io e Tony diciamo che siamo dei vecchi metallari e Vittorio questa cosa la digerisce un po' male (ride, ndr.). Io sono cresciuto a pane, Rush e Dream Theater per svariati anni, esplorando anche territori diversi. Un chitarrista che mi ha ispirato sicuramente è stato Allan Holdsworth, anche lui scomparso da poco tempo. Molto spesso anche la musica elettronica ha fatto capolino come riferimento nel nostro sound. Poi c'è Zappa, che è immortale e sempre attuale... ecco, mi rendo conto che con una domanda sulle influenze nuove siamo poi finiti a parlare dei Rush e di Zappa, quindi mi sento di confermarti quello che dicevo prima sulla musica bella e di qualità, che non ha tempo. Insomma, in generale esplorare nuovi orizzonti è sempre stato naturale e spontaneo per noi, anzi, direi che è stato più difficile rimanere ancorati ad un sound e ad un'identità che fosse riconoscibile e legata alla nostra tradizione. Sai, dopo 50 anni per Vittorio, ma anche dopo 25 per me, la voglia di cambiare un pochino cifra stilistica c'è stata, e comunque non ce lo siamo assolutamente precluso.

 

Chiudo chiedendoti se avete in programma qualcosa dal vivo nel prossimo periodo...

 

Siamo in attesa di definire il calendario estivo. Faremo sicuramente qualche festival, sempre che ne siano rimasti di belli in Italia, ma mi pare di sì. Il nostro tour italiano e internazionale partirà sicuramente col vento in poppa dal prossimo autunno. Nello specifico partirà una tournée teatrale, perché "Transiberiana" è un disco che secondo noi va ascoltato e metabolizzato, quindi non è qualcosa che dobbiamo subito iniziare a suonare subito dopo l'uscita. Ci stiamo prendendo il giusto tempo, come d'altronde abbiamo fatto con il disco e andiamo un po' controcorrente su questo. Un nostro vecchio amico DJ radiofonico diceva: "facciamo parte della setta dei rallentatori del mondo". Ecco, forse bisognerebbe iniziare di nuovo a rinvigorire le fila di questa setta, perché c'è bisogno di rallentare un po'. D'altronde in questo concept abbiamo scelto un treno che va lontano, magari davvero non è a caso il vecchio detto: chi va piano, va sano e va lontano!

 

Era l'ultima domanda. Vuoi lasciare tu un messaggio finale a tutti quelli che leggeranno questa intervista?

 

Lascio un messaggio a chi avrà ancora voglia, tempo e pazienza di ascoltare un disco che va ascoltato tutto e tutto d'un fiato, come "Transiberiana". Ringrazio già chi l'ha fatto e ci sta dando tanti attestati di stima, perché non era un passo facile e noi lo abbiamo fatto. Tutto l'amore e il rispetto per il nostro lavoro sono impagabili e ci danno grande energia per andare avanti.

 

Ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo e spero di sentirti presto.

 

Grazie a te per la bellissima intervista, non vedo l'ora di leggerla online. Ciao!

 

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