Indica (Jonsu Salomaa)
I due anni di battaglie, sconfitte e vittorie che hanno condotto alla pubblicazione di "Shine", secondo full length in lingua inglese delle Indica, rivivono nelle parole di Jonsu, cantante e compositrice della band. E gli alti e bassi di un album incostante acquistano di colpo nuova chiarezza.
Articolo a cura di Mia Frabetti - Pubblicata in data: 03/02/14

La sua risata sbarazzina è allegra e prepotente come un raggio di sole; la sua voce sognante un concentrato di dolcezza allo stato puro. Jonsu Salomaa, il sogno di ogni intervistatore diventato realtà, è un fiume di parole di sorprendente irruenza: poco importa se, come confessa subito, dieci giorni di interviste promozionali "hanno ridotto questo posto (la sua casa nella campagna finlandese, ndr) in condizioni disastrose". La nota di divertimento è inconfondibile, ma non è difficile intuire come, sotto la superficie, si agiti anche qualcosa di terribilmente simile all'urgenza: per la voce delle Indica - il quintetto pop-rock che ha stregato Tuomas Holopainen dei Nightwish - condividere i propri sentimenti sembra quasi una necessità, e non importa che a dividervi ci siano mezza Europa e la linea telefonica più disturbata della storia.

Difatti, l'ipotesi che otto ore di interviste e di risposte ripetute sino all'esaurimento nervoso siano il prezzo da pagare per un certo tipo di vita scatena la più vivace delle reazioni: "la possibilità di conoscere persone nuove e svelare le storie che si celano dietro le nostre canzoni è molto più di un male necessario", ribatte animatamente Jonsu. "La promozione fa parte della carriera che ho scelto, sì. Ma non mi disturba affatto - finché mi lascia il tempo di pulire casa, ovviamente". E scoppia a ridere per la terza volta in pochi minuti, perché "tanto le basta per essere felice", con una sincerità disarmante, che fa bene al cuore.

 

jonsu_salomaa_intervista_2014_2Gennaio ha ormai imboccato il viale del tramonto, tra cieli grigio ferro e ondate di gelo. Tre anni e mezzo dopo il fortunato "A Way Away", è il momento di "Shine": oggi è il giorno in cui l'accoglienza glaciale riservata al singolo apripista "Definite Maybe" potrebbe sciogliersi in un abbraccio riconciliatore, oppure tramutarsi definitivamente in delusione cocente. Per il momento il vespaio di Youtube non accenna a placarsi, tra beceri insulti e squallide insinuazioni su come le nostre siano riuscite a garantirsi un contratto discografico. Jonsu sospira, ma non aggira l'ostacolo: ammette invece che "quella di "Definite Maybe" è stata una scelta dettata da questioni di marketing", a cui lei stessa ha cercato di opporsi. Invano: "Personalmente avrei puntato su "Goodbye To Berlin", o forse "Run Run"... Di certo non su "Definite Maybe" che, tra tutte le canzoni di "Shine", non era nemmeno la nostra preferita. Siamo consapevoli del fatto che non rispecchia minimamente il resto dell'album e si discosta sotto ogni possibile aspetto da quelle che eravamo ai tempi di "A Way Away". Naturale che abbia generato una tale confusione".

La pioggia di critiche non le ha colte di sorpresa, ma adesso le Indica sembrano stanche di fare buon viso a cattivo gioco, tra insistenze della casa discografica e innumerevoli manifestazioni d'odio: "sono anni, ormai, che ripetiamo che il successore di "A Way Away" sarebbe stato diverso, meno drammatico, più positivo. Senza contare che non siamo mai state una band prettamente metal, anche se molti dei nostri ascoltatori sono amanti del genere, quindi alcuni dei commenti a proposito della svolta imboccata con "Shine" suonano a dir poco comici. Quando leggo cose come "Jonsu, voglio ucciderti, questa roba fa schifo, ti ordino di scrivere pezzi più pesanti" stento a credere ai miei occhi. Fai sul serio?" C'è una punta di nervosismo nella risata di questa fatina, ora, ma è questione di un istante: "È incredibile quanto odio e quanta frustrazione la gente convogli sui social media, ormai ridotti a sfogatoi collettivi. Se a qualcuno non piace la nostra musica, perché dovrebbe perdere tempo a insultarci? Godetevi la vita, non prendete tutto così sul serio. Ci sono così tante cose che potreste fare... Innamorarvi, divertirvi. E nonostante questo scegliete di occuparvi di noi?" È incredula, Jonsu, ma di nuovo padrona della situazione. L'impressione è che sappia di aver commesso qualche passo falso, e che speri che non sia imperdonabile; che si sia pentita di non aver lottato con più forza quando la situazione lo richiedeva, e che tutto questo l'abbia cambiata profondamente. Ed è lei stessa a confermarlo.

 

"Shine" ha radici profonde e lontane: era il 2011 quando la prima delle sue undici canzoni ha visto la luce. "È cominciato tutto con un sogno", ricorda Jonsu, "in cui c'era una donna bionda che cantava una melodia meravigliosa - semplicemente troppo bella per lasciarmela sfuggire. Mi sono svegliata in lacrime, e mi sono precipitata al pianoforte". Occhi e guance ancora umidi, Jonsu ha suonato per la prima volta quella che sarebbe diventata "Mountain Made Of Stone" nonostante, all'epoca, non stesse affatto cercando di comporre nuova musica. "Al contrario, volevo attendere almeno sei mesi prima di rimettermi al lavoro. Sentivo di aver bisogno di un po' di tempo per riposarmi dopo l'intensa promozione di "A Way Away", e così le altre ragazze. Ma comporre "Mountain Made Of Stone" non mi è costato nessuno sforzo, è jonsu_salomaa_intervista_2014_3stato tutto molto naturale".

Il resto dell'album, invece, ha dato alle Indica parecchio filo da torcere: "Quando ci siamo sentite di nuovo pronte, siamo tornate in studio. E a questo punto abbiamo dovuto affrontare le difficoltà pratiche e organizzative derivanti dall'avere un produttore tedesco (Roland Spemberg, ndr), in un continuo viavai tra Germania e Finlandia. Ma l'ostacolo più ingombrante si è sicuramente rivelato il nostro contratto discografico - a un anno dal termine dei lavori su "Shine", infatti, stavamo ancora aspettando che arrivassero alcune firme indispensabili per la pubblicazione dell'album, e non vedevamo alcuna luce in fondo al tunnel".

Il racconto è leggermente ondivago, incrinato dall'emozione e dall'ansia di liberarsi del peso "di uno dei periodi più frustranti e stressanti della mia vita. Chi sarebbe felice di lavorare per due anni - due! - su un disco senza avere la certezza che verrà pubblicato, e tutto per colpa di un paio di cavilli legali?" A tratti sembrano mancarle le parole per descrivere la rinegoziazione del contratto che lega le Indica alla Nuclear Blast, e l'angoscia che si agitava convulsamente nel suo petto: "me ne stavo lì, e mi chiedevo se sarei mai stata pagata per tutto il lavoro che avevo fatto sino a quel momento. Non capivo il senso di tutto questo, non afferravo le regole del gioco, perché non mi sono mai curata degli aspetti economici e giuridici della musica. Non mi interessavano i soldi né tantomeno i contratti - ero solo un'hippie che desiderava cantare le sue canzoni. Ed è una leggerezza che ho pagato cara: me ne sono resa conto quando il music business si è trasformato in una gabbia, la mia". Jonsu non vuole incolpare nessuno, e neppure ingigantire quella che - assicura - è solo una storia di piccole incomprensioni e clausole erroneamente trascurate: niente a che vedere con quanto raccontato da Jared Leto dei Thirty Seconds To Mars in "Artifact", sebbene anche la storia delle Indica ruoti attorno a una dolorosa presa di coscienza.

"Avevo un solo modo per assicurarmi che cose del genere non accadessero più", riprende Jonsu, "ed era studiare. Economia, diritto, tutto quello che potevo. Perché la conoscenza è l'unica autentica forma di libertà". E la musica, allora? Quella, secondo l'intervistata che ha raddrizzato per me una giornata grigia e storta, è "la miglior terapia contro lo stress. Non importa dove mi trovi o come mi senta, la musica mi riporta sempre indietro: mi restituisce a me stessa, mi pacifica. Mi guarisce".

 

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"Volevamo che "Shine" suonasse come un invito a vivere il presente: mentre componevo i testi di "Akvaario" (l'edizione finlandese dell'album, ndr), volevo sentirmi di nuovo quella di una volta, la quindicenne priva di pensieri che non si lasciava sfuggire un party", ammette Jonsu con una punta di nostalgia. "Ma non è durato a lungo, solo il tempo necessario a terminare il disco. Non si può vivere così per sempre, giusto?" Ride ancora, ma la sensazione è che molte ferite stiano appena iniziando a rimarginarsi, e che parecchi dei loro buoni propositi - brandelli di candore e innocenza - siano andati perduti strada facendo. Forse è mancata loro quella famiglia che "abbiamo capito essere la cosa più importante. Ce ne siamo rese conto osservando Tuomas (Holopainen, ndr), ai tempi di "A Way Away". Circondarsi di persone che stimolino la tua creatività e ti facciano sentire al sicuro è fondamentale". L'assenza del loro vecchio produttore, d'altronde, si sente eccome: in un songwriting stereotipato e ingenuo, in una manciata di testi leziosi, in melodie ripetitive. E le Indica, probabilmente, lo sanno.

 

Jonsu riattacca, cala il silenzio. Mi chiedo confusamente se ci saranno altre interviste con questa voce all'altro capo del telefono, o se la sua band svanirà nel nulla; se le Indica sopravvivranno o soccomberanno, e se quella che ho appena visto solcare il cielo fosse solo l'ennesima stella cadente.




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