The Amazons (Matt Thomson)
Reduci dalla data del Firenze Rocks e freschi di apertura ai Muse a Milano il 12 luglio, i The Amazons hanno delegato il proprio frontman per parlarci della scrittura del nuovo album "Future Dust", della loro riscoperta del blues e dell'esperienza San Siro, prima di tornare in autunno.
Articolo a cura di Lucia Bartolozzi - Pubblicata in data: 22/07/19
Il vostro secondo album “Future Dust” è uscito a maggio. Potresti raccontarci qualcosa di più su quello che è stato il processo di scrittura e soprattutto sulle emozioni e sul sound dietro il vostro lavoro? So che la prima canzone che avete scritto è proprio il primo singolo, “Mother”, che ha dato un po’ un’impronta precisa a tutto l’album.

Quando abbiamo cominciato a pensare all’album era l’inizio del 2018. Come band, ci eravamo presi una pausa, essendo stati in tour per praticamente due anni. Quando ci siamo ritrovati però, è stato un po’ difficile riprendere il ritmo, ricominciare a scrivere, quindi ci siamo ritrovati tutti insieme in un posto, la Three Cliffs Bay, una baia vicino a Swansea in Galles, molto isolata e pittoresca. Il posto dove alloggiavamo si chiamava Treetops, un ambiente particolare: tutto era stato costruito in legno locale e l’ambiente sembrava quasi adatto a un ritiro, cose così insomma. C’era qualcosa di magico che ci ha ispirato e spronato a cominciare a comporre lì il nostro album. Quando siamo tornati a casa a Reading abbiamo ultimato il lavoro con tutto un altro entusiasmo dentro e fra novembre e dicembre dell’anno scorso siamo andati in studio. Eravamo tutti ostinatamente convinti di una cosa: volevamo un album rock n’ roll. Che questo fosse cool o meno nel 2019 non era importante per noi. Volevamo riproporre quello che amiamo, quello che è interessane per noi. Amiamo i riff consistenti, amiamo gli assoli e al momento tutto questo era ciò che ci sembrava mancare attorno, quindi abbiamo deciso di proporre quel tipo di musica che vorremmo ascoltare noi stessi.

Il vostro nuovo singolo, dopo il successo di “Mother”, è “Doubt It”. Ci diresti qualcosa di più sulla traccia?

“Doubt It” è un pezzo che ha richiesto molto tempo per essere assemblato, diciamo. Una volta però che abbiamo iniziato a lavorarci sopra però, ci siamo entrati dentro intensamente. Il testo è stato ispirato da un libro, “Hellfire”, che mi era stato consigliato dal nostro chitarrista Chris quando stavamo registrando. È una biografia di Jerry Lee Lewis, un libro scritto in modo molto denso, con un tono quasi lirico, biblico. È proprio questo che ha ispirato il testo, questo senso di tentazione che trapelava dalle righe e che Jerry Lee ha sentito suonando quella che chiamava la musica del diavolo. Si tratta di una continua lotta con la tentazione che culmina nella resa ed è quello di cui parla “Doubt It”.

Usciranno altri singoli a breve?

Il nostro prossimo singolo in uscita sarà “25”.

Un mese fa avete suonato al Firenze Rocks. Com’è stato suonare a Firenze, caldo infernale a parte?

È stato fantastico, nonostante il caldo! Siamo arrivati a Firenze il giorno prima e quindi siamo riusciti a visitare tutti i luoghi di maggiore importanza. Ci siamo immersi nello spirito della città per due giorni, abbiamo vissuto un po’ d’Italia. Abbiamo avuto anche occasione di trascorrere un po’ di tempo con i nostri buoni amici, i Nothing But Thieves. Insieme abbiamo visto Eddie Vedder per la prima volta. Il pubblico era rapito da lui, ha reso l'atmosfera davvero incredibile.

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Cosa ti aspettavi invece da San Siro?

Bella domanda. A dire la verità, mi sono detto che non aspettarsi niente sarebbe stata la soluzione migliore. Cercavo solo di pensare al nostro show, ai 45 minuti che avevamo a disposizione e be', pensavo solo a fare tutti del nostro meglio! Quando la band stava nascendo, il pensiero di poter suonare in un posto come San Siro non ci mai neppure sfiorato. È uno dei nostri sogni diventati realtà, ma pareva qualcosa di veramente fuori dalla nostra portata. Ci siamo detti, saliamo sul palco, godiamocelo e assorbiamo tutto questo dentro di noi, perché non capita esattamente tutti giorni!

Come sono state le altre due date coi Muse, a Helsinki e Colonia?

Sono state due date soddisfacenti, sono state molto belle. Helsinki in particolare è stata interessante: la venue era nel mezzo di un’area industriale piena zeppa di fabbriche e centrali. È stato abbastanza d’impatto visivamente parlando e mi ricordava troppo la copertina di “Animals”, dei Pink Floyd.  Anche suonare a Colonia è stato bello, anche se in un normale stadio. Tutt’altro che normale invece è stata la performance dei Muse. Sono proprio diventati del tutto pazzi credo, per essere riusciti a mettere in piedi uno show del genere e per noi è stato solo un assaggio prima della data di Milano!

Qual è la differenza per voi fra suonare ai festival oppure come spalla, rispetto a quando il palco è tutto vostro? Questa è la seconda volta che suonate in Italia solo nel giro di un mese, ma ad ottobre sarete da soli in scena a Milano e Bologna! Cosa possiamo aspettarci di diverso?

Be', quando hai a disposizione un sacco di tempo e invece quando sei solo una band di supporto, una delle grosse differenze è il modo in cui è necessario porsi, in termini di aspetto. Come spalla, devi ridurre tutto: dal set a quello che rappresenti e ciò che presenti al pubblico. Devi fare in modo che anche chi non ti ha mai visto prima possa capirti. Deve rimanere solo l’essenza di quello che la band è ed essendo noi una band rock n’roll, naturalmente, il set dovrà essere costruito intorno all’energia, ai ritmi più veloci e più diretti. Tutto questo non significa svendersi come band. Ovviamente preferiamo avere il palco tutto per noi, in modo da avere due ore e poter gestire tutto a nostro piacimento, in modo da rendere in modo più vivido ed efficace lo spirito dei The Amazons. Performance come quella di San Siro sono solo un centesimo di quello che possiamo fare da soli. Potremmo andare avanti per ore e come protagonisti, per noi è come avere una tela pulita davanti.

Voi ragazzi venite da Reading, una cittadina che, fatta eccezione per un festival conosciuto, non è esattamente fra le più note. Dai testi e dalle vostre parole permea quasi un desiderio degli abitanti di quella città di abbandonarla, come fosse solo una stazione di passaggio. Che consiglio dareste a qualcuno che comincia la propria carriera come voi a partire da una realtà simile, opposta alle opportunità di città più grandi?

Il consiglio che mi viene da dare è quello di non nascondere la propria origine. Quando abbiamo ottenuto il contratto, abbiamo insistito molto nel portare avanti questo particolare sulla nostra band e ci ha aiutato a rendere la nostra storia diversa, a differenziarci. All’inizio ci aveva tentato l’idea di essere più vaghi e magari fingerci per dei londinesi, ma centinaia di band vengono da Londra e nonostante a Reading ci sia un grosso festival, le band che vengono da lì sono poche. La cosa si è trasformata in una nostra peculiarità quindi, in qualcosa di cui parlare. Se fossimo stati di Londra, probabilmente non avremmo parlato molto di dove viviamo, mentre tutti sembrano interessarsi a Reading, perché sostanzialmente è un posto noioso che nessuno conosce. Grigio e noioso come sentite tutti, lo confermo, ma sono felice di venire da lì.

Più volte hai detto di sentirti ancora molto lontano dall’essere il tipo di band a cui mirate. Pensi comunque di aver fatto grossi passi avanti con questo nuovo album? Quale traccia fra le nuove undici è più vicina alle vostre ambizioni, secondo te?

In questo momento penso che un pezzo tipo “Georgia” sia il più compiuto dal punto di vista creativo ma mi piace molto anche “25”, che come ho detto sarà il prossimo singolo. A dire il vero non so decidermi e non mi interessa molto ormai, perché già sono proiettato verso altro e quindi riesco solo a pensare a un ulteriore progresso.
 
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La tua passione per i Led Zeppelin, insieme ad altre grandi band, non è mai stata un segreto. Questa passione ti ha portato a fare una ricerca dentro le radici del rock stesso, partendo dal blues. Ad esempio, l’atmosfera di “Mother” è stata inspirata da Son House, dalla canzone “Grinnin’ In Your Face”, hai detto.

Certo! È stato qualcosa di naturale. Negli anni in cui la band si stava ancora formando le band che ci hanno influenzato di più sono state le prime band a cui siamo stati introdotti come Led Zeppelin e Rolling StonesBeatles e tutta quella roba. Nel corso della vita però queste band continuano ciclicamente a riproporsi davanti a noi, continuando a ispirarci. Il bisogno di capire cos’ha ispirato la loro musica diventa naturale allora, perciò ci siamo messi a ricercare tutto il materiale che ha ispirato questi artisti. Oggi è facile farlo coi servizi di streaming, con YouTube, con internet in generale. Chiunque può avere accesso all’intero archivio musicale fino ad oggi in modo semplice ormai, con un tocco su uno schermo. Siamo arrivati al blues perché volevamo sezionare il rock, studiarne le radici per capire davvero di che cosa si tratta, in un momento non proprio dei migliori per questo genere.
È così che abbiamo trovato artisti come Muddy Waters, Howlin’ Wolf, poi più sul rock n’roll Buddy Holly, Jerry Lee Lewis. Gente col fuoco che brucia nel ventre, che ha rifiutato ciò che era popolare al tempo e se n’è uscita con qualcosa di nuovo e controverso. Spesso tanti si scordano che quella era la musica del diavolo, una cosa assolutamente rivoluzionaria per il tempo, che andrebbe compresa una volta ricollocata nel proprio contesto per capirne la genialità.
Questo che abbiamo intrapreso è solo un percorso di continua scoperta per noi e siamo solo all’inizio.

Domanda di rito per chiudere: vorresti dire qualcosa ai fan italiani dei The Amazons?

Accidenti, non saprei proprio. Sicuramente grazie davvero per averci ascoltato e be', vi
aspettiamo di nuovo a ottobre! L’Italia è un paese che ci sta dando molto, che ci ha consentito già molte volte di suonare e che ci trasmette molto volentieri in radio. È un paese pieno di storia, che non smetto mai di scoprire, e colmo di un’ispirazione che mi coglie costantemente per le strade di Firenze o Milano. Grazie mille per il supporto.



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