We Sell The Dead (Niclas Engelin)
Abbiamo fatto quattro chiacchere con il chitarrista Niclas Engelin (In Flames, Engel), che ci ha raccontato il dietro le quinte del nuovo album dei We Sell The Dead, "Black Sleep": un lavoro profondo, coeso, coinvolgente e divertente.
Articolo a cura di Marta Scamozzi - Pubblicata in data: 06/03/20
Ciao Niclas, è un piacere parlare con te. Come stai?


Tutto bene, grazie!

 
Cominciamo a parlare del nuovo album dei We Sell The Dead, “Black Sleep”. Questo album mi ha decisamente sorpreso per molte ragioni. La prima, è il sound: è un rock classico con alcuni elementi elettronici, che strizza l’occhio al prog. Quali sono le vostre principali ispirazioni?

 
Grazie! Penso che ciò che rende il nostro sound così vario sia semplicemente il fatto che ci piaccia musica molto varia. Quando hai un po' di anni di esperienza da musicista dietro alle spalle, diventa naturale aprirsi un po' a generi musicali più variegati. Abbiamo cercato di mettere un po' di tutto, tutto quello che ci piaceva. Da Ozzy Osbourne, a Dio, passando per Tom Petty. È stato un album che è nato da un processo lento e molto naturale: abbiamo cominciato a scrivere la musica immediatamente dopo aver completato il primo album. L’idea, almeno da un punto di vista melodico, era qualcosa che rispecchiasse tutto ciò che ci piaceva, senza preoccuparci troppo del genere. Ne è uscito un album abbastanza semplice da ascoltare ma, d’altro canto, piuttosto oscuro. A differenza di quanto è successo con il primo album, alla scrittura di “Black Sleep” abbiamo partecipato tutti in praticamente tutte le fasi. Per questo motivo penso che le diverse influenze classiche che lo caratterizzano siano state amalgamate molto bene.
 

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Riguardo a questo, ho trovato molto affascinante la scelta del tema protagonista di questo album: il "sonno nero", ovvero la morte. Potresti parlarmi meglio di ciò che rappresenta la morte per te, e di ciò che rappresenta in questo album?


Per me la morte non è la fine. È semplicemente il passaggio a un’altra forma di esistenza. Con questo album volevamo, da una parte, sdrammatizzare l’idea di “morte”, dall’altra avvicinare un argomento così tabù al pubblico. La musica, dopotutto, ha il potere di esorcizzare le paure… e perché dovremmo avere paura della “sonno nero”’? Riguarda tutti, e non c’è niente di male a trattare questo concetto con una certa sicurezza. 


A questo proposito, “We Sell The Dead” sembra quasi un vero e proprio concept sulla morte: partite con un album che si chiama “Heaven Doesn't Want You And Hell Is Full”, vi chiamate “We Sell The Dead” e ora “Black Sleep”… 

 
(Ride NdR) Suppongo di sì! Non ci avevo mai relmente pensato in realtà. “Heaven Doesn't Want You And Hell Is Full” è nato come la colonna sonora di un film, quindi la composizione dell’album è stata praticamente legata all’effetto che la colonna sonora avrebbe dovuto avere sullo schermo. Insomma, la musica l’abbiamo composta con uno scopo ben preciso, senza concentrarci su una certa tematica per un motivo particolare. Per quanto riguarda  “Black Sleep”, invece, il tema è stato scelto dal bassista Jonas Slättung (Drömriket), ne eravamo tutti entusiasti. Io, in particolare, mi sono divertito parecchio a lavorarci. È divertente lavorare in modo così leggero su tematiche profonde, ecco; mi piace pensare che siamo riusciti a fare questo.


Su cosa sarà il vostro prossimo album?

 
Probabilmente sull’amore. 


Per quanto riguarda il tuo stile personale come chitarrista: quali sono gli elementi che hai pensato di inserire in questo album durante il processo di scrittura e composizione?


Ammettendo che non sono il Dio assoluto della chitarra, ho tentato di avere un sound molto particolare, che si accordasse con la perfetta coesione che siamo riusciti a creare, in fase di composizione e in studio. E' stato tutto quasi un gioco: non mi sono concentrato tanto su uno stile particolare, sul dire qualcosa utilizzando la mia chitarra; piuttosto, sull’aggiungere idee, strumenti inusuali, sperimentazioni. In quel senso è stato davvero un lavoro di squadra. Abbiamo ricevuto moltissime obiezioni sulle nostre idee, e abbiamo obiettato di rimando: se una canzone risultava essere troppo pesante e assolutamente non coerente con la tematica generale, la si toglieva. 


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Sei un musicista con parecchi anni di esperienza originario dalla Svezia, uno tra i paesi europei con il panorama metal più interessante. Quanto ti ha influenzato musicalmente la tua terra natìa?

 
Tantissimo. Quando ero ragazzino, dopo la scuola, nella mia zona era molto comune trovarsi in queste sale prove gratuite dove si imparava a suonare, ci si cimentava con diversi strumenti e si decideva qual era il preferito, o per quale si era più portati. È in questo modo che ho cominciato ad appassionarmi davvero alla chitarra. Noi ragazzini passavamo così gran parte delle nostre giornate…Non posso fare a meno di pensare che, anche a causa di questa usanza, il metal in Svezia è una realtà così consolidata. Basta guardarsi intorno e contare tutte le band rock e metal che esistono in Svezia.


Che mi dici della vostra futura attività live?

 
Cominceremo con qualche show qui in Svezia: Gotheborg, Stoccolma e altre città nei dintorni. Poi abbiamo qualche piano, qualche festival, ma nulla di definito perché preferiamo pianificare qualche mese di tour. A Natale abbiamo suonato in Germania, e lo show è stato davvero, davvero soddisfacente. Ci aspettiamo la stessa risposta entusiasta durante un nostro tour. Non posso parlarne troppo nello specifico, per ora! 


Qual è la cosa più importante che hai imparato durante la tua carriera?
 

È facile perdersi nella vita da rockstar. Arrivi a un certo punto in cui capisci quanto sia fondamentale tenersi stretti gli affetti veri e duraturi.



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