The Gathering - The West Pole 20th Anniversary Tour
02/02/10 - Alcatraz, Milano


Articolo a cura di Marco Belafatti

L'occasione è di quelle ghiotte: vedere sul palco dell'Alcatraz di Milano i The Gathering, partiti verso la fine di gennaio per un tour europeo con l'intento di celebrare vent'anni di onorata carriera, è una di quelle opportunità che vengono concesse una sola volta nella vita. Ad accompagnare la storica formazione olandese troviamo i più giovani, ma già esperti compositori, Autumn. Cugini lontani in musica, fratelli sul palco. Entrambe le band, nel corso dell'anno da poco trascorso hanno dato una svolta netta alla propria carriera, accogliendo tra le proprie fila due nuove, bravissime cantanti. Stiamo parlando rispettivamente di Silje Wergeland (Octavia Sperati), arrivata dalla fredda Norvegia per riempire il posto vacante lasciato dall'amatissima Anneke van Giersbergen (ora alle prese con una discutibile carriera solista) e di Marjan Welman, scoperta nientepopodimeno che dal signor Arjen Lucassen (Ayreon, Guilt Machine), una giovane promessa della scena nederlandese che negli Autumn ha trovato terreno fertile per esprimere il suo straordinario talento.


Con queste credenziali, ci si sarebbe dovuto aspettare un Alcatraz traboccante di presenze, ma, come al solito, il pubblico italiano si è dimostrato ben poco ricettivo nei confronti di chi la musica la fa con il cuore, andando a confermare una tristissima tendenza che vede pubblici sempre più miseri e fiacchi nel momento in cui nel nostro paese si tenta di organizzare eventi di questo calibro... Un'occasione sprecata, per molti fan della prima ora che hanno rinunciato al concerto per la sola mancanza della storica cantante dai capelli rossi. Silje non ha fatto rimpiangere per un solo secondo chi l'ha preceduta e chi, come il sottoscritto, si è piazzato sotto a quel palco senza pregiudizi di alcuna sorta, ha avuto modo di rendersene conto.

 

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Ma procediamo con ordine. Tocca agli Autumn, autori nel 2009 di un album riuscitissimo, aprire la serata. Gli astanti sono ancora pochi e poco ricettivi, ma una scatenatissima prima fila (soltanto poco più di 10 persone sembrano conoscere questa valida formazione) contribuisce a scaldare la serata con il proprio calore, cantando a squarciagola i testi e scuotendo la testa sui brani più ritmati. Il rumore di un treno, una tastiera soffusa e una voce che, sui versi struggenti di un'emozionante opener, sembra quasi spezzata... Una tragedia che si consuma in silenzio, quella di “Synchro-Minds”, tra un arpeggio delicato ed un timido crescendo di batteria. I cuori palpitano, ed il pubblico degli Autumn sente già una vibrazione speciale nell'aria. La stessa vibrazione che percorre i sussulti prog rock di una “Paradise Nox” o le nostalgiche escursioni di “Blue Wine”, riarrangiata da Marjan, rispetto alla versione originale, grazie a delle variazioni vocali intriganti lungo il finale del brano.

Il pubblico, forse spiazzato dalla bravura della band, capace di unire un'attitudine di derivazione metal ad un sound che non disdegna accenni progressivi ed atmosferici dal grande impatto, oppure colpito dalla naturalezza con la quale la Welman comunica con i propri fan, comincia a farsi più ricettivo, tanto che la baraonda pare tranquillamente continuare sulle note di “The Heart Demands”, tra i furiosi headbanging che seguono il ritmo incessante della batteria. La parte centrale è dedicata ad alcune tra le canzoni più calme ed introspettive dei Nostri, che, con la perizia dei maestri passano in rassegna “Forget To Remember (Sunday Mornings)”, “Epilogue (“What's Done Is Done”) e “Cascade (For A Day)”. Una breve “pausa” necessaria per riprendere alla grande con l'anthemica “Skydancer”, un inno alla libertà che sembra quasi sollevarci con le sue frizzanti chitarre ritmiche. Concludono il set una stupenda “Satellites”, un tempo cavallo di battaglia della prima vocalist degli Autumn, Nienke De Jong, oggi magnificamente reinterpretata da un'ottima Marjan, e l'intensa “Altitude”, sospesa tra tastiere sognanti ed un lungo finale affidato alle chitarre ed ai vocalizzi della giovane cantante. Gli Autumn suonano e dialogano, attraverso i propri gesti, con pochissime persone, ma le emozioni raccolte, sia davanti che dietro alle transenne, sono state numerose.

 

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Neanche il tempo di riprendere fiato, di scambiare qualche parola con i ragazzi degli Autumn, tutti ben disposti al contatto con i fan, che già i The Gathering prendono posizione sopra il palco, forse spinti da un'organizzazione piuttosto frettolosa, la stessa che ha letteralmente spinto i fan fuori dal locale al termine del concerto. La formazione appare in forma smagliante, con una Marjolein sempre sorridente ed una Silje che, in quanto a carisma e spontaneità, non ha proprio nulla da invidiare a tante altre cantanti più famose.

L'introduzione è affidata alla strumentale “When Trust Becomes Sound”, tratta dall'ultimo capolavoro dei Nostri (“The West Pole”). I suoni sembrano ancora poco stabili, tant'è che le chitarre ronzano leggermente nelle casse, mescolandosi con i suoni delle tastiere di Frank e del pianoforte di Silje e coprendo vistosamente il basso e la batteria. Nulla di grave, se consideriamo che già con “No One Spoke”, anch'essa tratta dall'ultima opera del quintetto, il sound si fa più dolce e definito, andando a rifinire le soavi tonalità della voce della Wergeland, un vero e proprio toccasana per cuori ed orecchie. Nonostante le presenze si siano ormai quintuplicate (ma, ad onor del vero, i numeri rimangono troppo bassi rispetto agli standard a cui questo gruppo è abituato in altri paesi europei), gli applausi stentano a farsi sentire alla fine del brano, forse perché gran parte dei presenti non conosce nemmeno gli ultimi sviluppi della ventennale carriera di questa band.


thegathering_livereport_2010_04Ed è così che i Nostri danno il via ad un retrospettiva che, con l'incalzante “On Most Surfaces” ci porta indietro nel tempo, più precisamente ai tempi di “Nighttime Birds”, album che ispirò l'intera scena metal al femminile, all'epoca ancora in stato embrionale. Durante il ritornello le voci si alzano in coro ad accompagnare una Silje precisa e dirompente, per lasciare spazio ad una cascata di buon vecchio gothic metal. “A Constant Run” segna il ritorno a sonorità decisamente più leggere e, se proprio vogliamo dirla tutta, al passo coi tempi che corrono (anche se le “mummie” delle file posteriori sembrano non aver gradito questo passaggio), infondendo nei presenti dosi massicce di tranquillità e spensieratezza. Il sound, però, non lascia proprio nulla al caso: i The Gathering trovano sempre il modo di stupire i propri fan, con una melodia vocale quasi dream pop, oppure con un finale dai toni progressivi in cui chitarre, tastiera e pianoforte tornano a duettare. Qualche accenno elettronico introduce la psichedelica “Analog Park”, tratta dallo sperimentale “If_then_else”. Le chitarre giocano a nascondino nella prima parte del brano, intervenendo soltanto qua e là e lasciando le redini ad una morbida tastiera ed all'impeccabile voce di Silje, salvo poi esplodere in una parte centrale di pura follia, aiutata tra l'altro da giochi di luce e dal fumo che intervengono al punto giusto. Segue la malinconica “The West Pole”, uno degli apici espressivi dell'album omonimo. In questo brano la Wergeland s'alterna con straordinaria bravura tra tonalità alte e tonalità basse, facendosi notare per via di una capacità interpretativa che, in questi ambiti, trova ben poche rivali.


Le pulsazioni psichedeliche di “Great Ocean Road” scaldano i presenti e l'attenzione si catalizza sulla coesione che domina sovrana sopra al palco, anche se una leggera aria di smarrimento aleggia sul volto di René Rutten, probabilmente spiazzato dallo scarso coinvolgimento delle ultime file. Sulle note di “In Motion #1”, canzone tratta da quello che molti metal heads tuttora considerano il miglior disco della band (“Mandylion”), il pubblico torna a dare qualche segno di vitalità, forse in virtù dei ritmi più sostenuti del brano. D'altronde, i The Gathering nascono come doom metal band e molti dei presenti sembrano non essersene dimenticati. I fasti del passato lasciano poi spazio a quelli del presente: i The Gathering ci regalano, durante una parentesi votata all'introspezione, una stupenda “No Bird Call”, canzone progressive che nell'incipit sfiora i limiti dell'ambient, tratta anch'essa dall'ottimo “The West Pole”. Il brano risente soltanto in parte dell'assenza della sezione d'archi che completava la versione incisa sul disco, ma osservazioni di questo tipo sarebbe meglio lasciarle a chi vuole cercare a tutti i costi il pelo nell'uovo. Quello della band di Nijmegen è stato infatti un concerto impeccabile e, per quanto mi riguarda, non ci sono paragoni che reggano. I The Gathering sono una delle poche band a risultare credibili in qualsiasi cosa facciano. Ulteriori dimostrazioni di bravura ci vengono offerte da due canzoni condite da una finissima patina elettronica: l'ipnotica “Even The Spirits Are Afraid” e la cullante “Marooned”.


“Saturnine”, dedicata da Silje ai fan della prima fila, spiazza l'intero locale con la sua adrenalina, che porta tutti quanti in un tripudio di voci, quella del pubblico, che intona un coro per incitare la band, ma anche quella della cantante norvegese, immersa anima e corpo nell'atmosfera del brano... La ritmata “All You Are” ci travolge nuovamente con il suo ritmo. Tra salti, urla e applausi, i The Gathering escono di scena. L'encore è affidato a due grandi classici della band: “Leaves” e “Travel”. Il pubblico gradisce ed accompagna con le ultime energie rimaste la band olandese, che conclude il proprio set con un bel sorriso stampato sulla faccia.

 

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Tra la folla si alzano sporadici paragoni negativi, rimpianti nei confronti di un passato che non tornerà. I The Gathering, a differenza di altri, non hanno lasciato la strada vecchia per quella nuova. L'impressione che ha dominato la serata, infatti, è quella di avere di fronte a sé persone umili, per nulla inselvatichite dai due decenni di incessante attività, musicisti eccezionali e splendidi esecutori che, come accadeva in passato, continuano a puntare sul lavoro di squadra (cosa che qualcuno si ostina a non voler capire). Coloro che hanno avuto la fortuna di non attaccarsi ad una forma mentis fin troppo abusata, conserveranno, in tutta probabilità, un bellissimo ricordo di questa serata.

 

Si ringrazia Francesco Santese per il materiale fotografico

 

Setlist Autumn

 

1. Synchro-Minds
2. Paradise Nox
3. Blue Wine
4. The Heart Demands
5. Forget To Remember (Sunday Mornings)
6. Epilogue (What's Done Is Done)
7. Cascade (For A Day)
8. Skydancer
9. Satellites
10. Altitude

 

Setlist The Gathering

 

1. When Trust Becomes Sound
2. No One Spoke
3. On Most Surfaces
4. A Costant Run
5. Analog Park
6. The West Pole
7. Great Ocean Road
8. In Motion #1
9. No Bird Call
10. Even The Spirits Are Afraid
11. Marooned
12. Saturnine
13. All You Are

Encore

14. Leaves
15. Travel




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