Hellfest 2015
19/06/15 - Val de Moine, Clisson, Francia, Clisson


Articolo a cura di Luca Ciuti
A cura di Luca Ciuti, Daniele Di Egidio, Daniele Gaia e Pasquale Milano 
 
L'ingresso stampa è un lungo viale che scorre perpendicolare all'area concerti, particolarmente assolato verso l'ora di punta in questi giorni di inizio estate; avviciniamo il braccialetto al lettore magnetico e il segnale acustico ci avverte che possiamo entrare. “Hellfest!” saluta l' addetto alla sicurezza con voce decisa, mentre ci regala un sorriso alzando le corna al cielo come da tradizione. “Prima del festival abbiamo fatto un briefing, ci hanno detto che questo dovrà essere il miglior festival del mondo”. Caro collega, lasciacelo dire, è andata proprio così: con l'edizione 2015 l'Hellfest ha davvero svoltato, e ha atteso non a caso il decimo anniversario per regalarsi e regalare un evento unico nella sua bellezza. Sono lontani i tempi in cui sull'evento transalpino piovevano critiche impietose, sospinto in un angolo alla stregua di un fratello minore dei grandi eventi continentali. Il festival di Clisson è cresciuto ed è riuscito a crearsi una propria identità, lo ha fatto grazie alla cura studiata nei dettagli, unito a una sana ambizione che ha scongiurato il passaggio in secondo piano del motore di tutto questa grande macchina: la musica. Un contesto che non perde mai quella caratteristica di “umanità” che dovrebbe avere un evento fatto dai fans per i fans, per parafrasare il motto di benvenuto all'ingresso del concerto. L'ingresso nell'arena è una autentica sorpresa: il benvenuto di quest'anno è un'area relax completamente dedicata alla saga di “War Of Warcraft”, un autentico paradiso per veri nerd in cui è possibile giocare sorseggiando una bella birra fresca e scattare qualche foto fra pupazzi a tema e chitarre. Le sorprese non finiscono una volta entrati nell'area concerti: ad accogliere oltre 150.000 persone c'è un'enorme distesa di prati all'inglese che si estende a vista d'occhio su tutta l'arena, con tanto di vialetti, marciapiedi e il già presente boschetto. Se ci troviamo a un festival o in un villaggio vacanze è una domanda cui impieghiamo un po' prima di rispondere, mentre notiamo subito il potenziamento dei palchi al coperto: dimenticate il tendone da circo che includeva i due stave “estremi” (Altar e Temple), ciascuno di essi gode adesso di una copertura indipendente delle dimensioni di un hangar, e di una capienza molto maggiore. Tali strutture sono sovrastate, all'esterno, da un maxischermo che annuncia l'orario della prossima band permettendo anche a chi preferisce stare lontano dalla mischia di ammirare l'esibizione sul gigantesco monitor. Fra le altre novità di quest'anno, la possibilità di usufruire di carte ricaricabili per le bevande, evitando code e confusione con vuoti a rendere e biglietti. Non poteva mancare l'area dedicata al Muscadet, vero fiore all'occhiello del territorio di Clisson, bagnato con un bel piatto di ostriche dell'Atlantico, quando serve per farsi coccolare e godersi lo show più bello del mondo. Il primo impatto ci rilassa e ci mette a nostro agio per ripartire con la musica a tempo di record: se queste sono le premesse sarà senz'altro un'edizione indimenticabile. (lc)
 
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GIORNO I (venerdì 19 giugno 2015) 
 
ARMORED SAINT
Saltata l'infornata di tarda mattinata, il primo nome di spicco in cartellone è quello degli Armored Saint, che approfittano del tour europeo di quest'estate per debuttare anche all'Hellfest. Passati alla storia come esponenti di punta del classic metal targato US, la band di John Bush è molto diversa da quella di fine anni ’80 e non si vergogna, parola del batterista Gonzo Sandoval con cui abbiamo scambiato due parole nel backstage, di mostrare tutte le sue influenze sia nel sound che nel look. Per una band che nel 2009 è stata headliner al Keep It True Festival il salto è notevole: John Bush e tutta la band hanno quell’approccio friendly tipico di chi è cresciuto sotto il sole della California, pelle e borchie degli anni '80 sono diventati pantaloni larghi e camicie sbottonate, parecchio lontani dalle spigolosità del power europeo. Si parte con “March Of The Saint”,  poi“Left Hook” e le classiche “Can You Deliver”, “Last Train Home” e “Reign Of Fire”, il pubblico si lascia trascinare che è una bellezza e Bush si conferma la solita scheggia impazzita. La temperatura del festival si fa decisamente alta. (lc)

BILLY IDOL
Sarebbe fuori luogo affermare che Billy Idol sta vivendo una seconda giovinezza: i tanti mesi di tour iniziano a farsi sentire e la sua performance non è così efficace come quella del novembre scorso a Milano, complice l'orario piuttosto insusuale per uno come lui. L’ex Generation X resta il miglior esempio di icona pop adottata dai rockettari e riesce ancora a far divertire, splendidamente supportato dal chitarrista Steve Stevens, l’uomo che meglio incarna lo stereotipo del rockettaro anni ’80 modello “Rock Of Ages”. Solita carrellata di classici, da “Dancing With Myself” a “Flesh For Fantasy” (con tanto di spogliarello), il tributo agli anni '80 è ampiamente ripagato. (lc)

LAMB OF GOD
Una band formalmente ineccepibile che incarna il metalcore per forma e sostanza, e che non ha nulla da invidiare in quanto a mestiere a tanti acts di prim'ordine. Con la classica pedana a centro palco in perfetto stile core, il controverso Randy Blythe si conferma autentico trascinatore di una band che, come molte di questo genere, dà l'impressione di essere una macchina. La domanda di fondo piuttosto è un’altra: resterà qualcosa dei Lamb Of God fra dieci anni? Una canzone, uno spunto, un anthem? O è solo forza bruta che colpisce con lineare precisione? Ai posteri l’ardua sentenza. (lc)

TRUCKFIGHTERS
Ci spostiamo sui cosidetti palchi minori, ed ecco un giovane gruppo stoner in ascesa per un'attesa che è stata completamente ripagata. Coinvolgenti, orecchiabili, bravi e mai fermi durante un'esibizione che non ha concesso attimi di pausa. Nei quaranta (ahimé sempre pochi) minuti di concerto han fatto pezzi vecchi e nuovi, prediligendo sul finale i “classici” ben conosciuti dal pubblico. Tutto questo alle 14:30 del pomeriggio: si può passare un’intera giornata a vedere concerti? Se l’energia è questa, facile… (pm)
 
ORCHID
Ecco un altro gruppo “giovane” e atteso. I 4 hanno un sound che prende a piene (pienissime) mani dai Black Sabbath e se per qualcuno è un limite per molti altri è un gran pregio. Dal vivo sono praticamente perfetti, “come da CD” si è soliti dire, li abbiamo visti due volte nel giro di una settimana (la prima a Milano con i Blues Pills) e non concedono neanche una sbavatura, nota di merito per il cantante per la sua voce particolare e l’esecuzione perfetta. Forse poco dinamici sul palco ma sembra che nella Valley nessuno se ne sia accorto. Tutti soddisfatti. (pm)

HIGH ON FIRE
Un concerto che entra diretto nelle esperienze top di questo Hellfest: vederli dal vivo è un'esperienza tanto attesa quanto unica, ci troviamo infatti al cospetto di una band schiacciasassi, con suoni potentissimi e in gran forma. La formazione si presenta in versione power trio capitanata da  Matt Pike, grezzo, sudato, voce come carta vetrata e panzone da birra in bella vista che domina la scena facendo agitare la valley gremita e “fumata” (ehm…). Memorabili. (pm)
 
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MOTORHEAD
 
Il tempo passa per tutti, nessuno lo riporterà indietro mai neppure noi. Se la citazione vi disturba, l'esibizione dei Motorhead non è da meno, e lo diciamo con la morte nel cuore. L’act dello storico trio è la presa di coscienza sulla inesorabile forza erosiva del tempo che passa. Quello andato in scena sul palco di Clisson non è soltanto uno spettacolo che non rende giustizia a un gruppo che ha dato lezione di rock n’roll intere generazioni, ma un vero e proprio dramma che si consuma sotto gli occhi increduli dei tanti fans. Col senno di poi avremmo preferito, come qualcuno ha detto, abbandonare il concerto dopo le prime due canzoni e tenersi i Motorhead per come ce li ricordavamo fino a qualche anno fa, una autentica macchina da guerra che dominava il pubblico col suo bombardiere (indelebile il ricordo di Wacken 2011, uscito poi in DVD...) e non faceva prigionieri. Lemmy porta i segni inevitabili dell'età, degli eccessi e degli acciacchi, mano tremolante e poche parole di circostanza appena biascicate, le pennate sul basso non sembrano neppure andare a tempo e il maxischermo amplifica questa terribile sensazione. La versione di “Ace Of Spades” suonata con il freno a mano tirato scandisce un pezzo di storia che se ne va. Le giovani generazioni sono lì ai lati del palco che scalpitano pronte a raccogliere lo scettro della band inglese. Unica parziale consolazione, quella di avere ascoltato “Orgasmatron” in versione live, un colpo di coda con le sempreverdi “Going To Brazil” e “Doctor Rock”. Lasciate riposare il povero Lemmy e che Dio lo abbia in gloria. (lc)
 
ALICE COOPER
Tutto quello che avevamo da dirvi su Alice Cooper e sulla sua musica ve lo abbiamo raccontato nell’arco di due recensioni. Se è vero che è stato il festival del passaggio di consegne, va detto che l’eredità più difficile da ricollocare è quella di Vincent Fournier: non solo il vecchio Vince è in forma smagliante, ma regala un concerto che resta il compromesso più efficace fra il rock n’roll e la spettacolarità di Broadway, con tutte le caratteristiche a essi connesse. Lo spettacolo di Alice Cooper è ancora uno dei più divertenti ed esaltanti nel grande circo del rock n’roll, ricalca a grandi linee quello di “Raise The Dead” del Wacken 2013 mentre la setlist è la consueta carrellata di hit, tante e tutte incredibili come la maggior parte dei suoi dischi, “Department Of Youth”, “Billion Dollar Babies”, “Hey Stoopid”, “Under My Wheels” con l’aggiunta di “Wicked Young Man” e della recente “I'll Bite Your Face Off”. Tanti i momento topici dell’esecuzione,  dalla straripante “Dirty Diamonds” in cui la band tutta sale in cattedra, passando per l'esecuzione del vecchio pazzo sulle note di “I Love The Dead”, fino agli anthem di “Poison” e “School's Out”. La band attuale è una delle migliori che Alice Cooper abbia mai avuto, persino il nostro vecchio pare divertirsi come non mai e riesce a trasmettere tutto questo agli ascoltatori. La musica è una questione di chimica più che di fisica, i cinque musicisti ne sono una dimostrazione e lo Zio Alice ha dimostrato ancora una volta di aver capito questa lezione prima di tanti altri. (lc)
 
MASTODON
Ne hanno fatta di strada i quattro americani, tour mondiali con grandi nomi e ampio spazio nei festival, l'hangar è stracolmo per la loro esibizione, forse c'era più gente che al concerto di Manson, la loro esibizione è stata I M P E C C A B I L E, a mio parere una delle migliori del festival, non sono mancati brani come "The Motherload" dalla bellissima voce di Dailor, batterista della band, "High road" infiamma decisamente l'hangar (vorrei consigliarvi anche di vedere il video della suddetta), a concludere "Crystal skull" che accompagna la loro uscita coronata di applausi e urla. (dde)
 
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SATYRICON
Freschi del lancio di nuovo album più dvd accompagnati da un'orchestra sinfonica, i Satyricon si portano sul groppone la fama di gruppo caposaldo del black metal norvegese che ha nel tempo modificato (per molti forse troppo) il proprio stile, andando a limarlo, e soprattutto privandolo della nera magia delle prime uscite (in particolare la prima trilogia di album). I nostri continuano a non badare tanto alle parole e a spingere forte sull'acceleratore della velocità, e si presentano all'Hellfest convinti della carica della loro musica. E infatti, tra un ringraziamento e l'altro al devoto pubblico (a dire il vero numeroso ma non trabocchevole) , mettono a ferro e fuoco lo stage con canzoni quali "Now, Diabolical" e "Nekrohaven", fino all'attesissima "Mother North", che scatena uno dei poghi più caldi del festival mentre viene cantata a squarciagola da tutti i presenti. Saranno cambiati forse troppo nel corso della loro carriera, ma sulle assi di un palco Satyr, Frost (grande prestazione dietro le pelli per lui) e  il resto della band restano ancora un punto di riferimento per tutta la scena black Metal. (dg)

JUDAS PRIEST
Ci eravamo appesa ripresi con Alice Cooper dopo la debacle dei Motorhead, che tocca ai Judas Priest ricondurci all'amara realtà, e ricordarci che il  momento dei saluti arriva prima o poi per tutti. Quella di stasera è una band visibilmente appesantita, con un Halford che regala si momenti esaltanti, ma che canta da tempo ormai a mezzo servizio, fra parti concesse al pubblico e interminabili pause. A parziale consolazione la scelta di ripercorrere tutta la carriera con un estratto per quasi ogni album: “Turbo Lover”, “Beyond The Realms Of Death”, “Jawbreaker”, “Painkiller”, “Hellbent For Leather” ed “Electric Eye” sono brani che non richiedono presentazioni e che fanno parte del vissuto di ogni metalhead degno di tale appellativo, e  persino “Halls Of Valhalla” fa la sua porca figura di fianco a titoli tanto iimportanti; alla fine il concerto è un mix di sensazioni contrastanti, cui fa da sfondo la consapevolezza di trovarsi davanti a una band in parabola discendente. (lc)
 
SLIPKNOT
Se da anni ormai abbiamo tutti imparato a riconoscere gli Slipknot come una band di spessore assoluto, in grado di creare uno stile unico di suonare e proporre anche visivamente la propria musica, le tante (e tutte decisamente negative) vicissitudini che hanno segnato la band negli ultimi anni avevano fatto crescere nei moltissimi fans assiepati sotto il palco del Main Stage 2 la paura di trovarsi di fronte ad un gruppo diverso da quello atomico che ha abituato i propri fans a concerti esplosivi negli ultimi lustri... ed invece, nonostante la perdita di due dei fondatori nonché menti ed anima del gruppo (Joey Jordison allontanato e Paul Gray, deceduto), i nove americani mascherati hanno davvero fatto fuoco e fiamme (nel vero senso della parola) nell'ora a loro disposizione, con giochi pirotecnici uniti alla consueta gestualità, con un singer (Corey Taylor) sempre più leader incontrastato della scena e che continuava a mostrare, a gesti e parole, la sua gratitudine per il supporto ricevuto non solo stasera ma in generale negli ultimi difficili tempi da parte di tutti i fans, ma soprattutto aizzando la folla sulle note di super hits del pogo quali la nuova "The Devil in I " o "Psychosocial", fino al trittico tritaossa composto da "Wait and Bleed", "Before I forget" e "Duality". I nostri si muovono come forsennati sul palco, facendo volare via tra sudore e note l'ultimo concerto del primo giorno. (dg)
 
 
GIORNO II (sabato 20 giugno 2015)
 
ACE FREHLEY
Uno stile unico, una vita caratterizzata da eccessi di ogni tipo, una carriera tutta da raccontare. Ace Frehley incarna lo spirito più genuino e rock n’roll di quella grande corazzata macinadollari chiamata Kiss e a distanza di anni mostra di saper ancora far breccia nei cuori dei fans. Il ritorno di “Space” Ace era senz’altro uno dei piatti forti di questo Hellfest, considerato che lo Spaceman non passa proprio tutti i giorni dal Vecchio Continente. Ace sembra un lontano parente di quello raccontato da Gene Simmons, chiuso nel suo elegante completo grigio appare in forma smagliante e si riappropria da subito del repertorio dei Kiss più remoto: si parte con “Rocket Ride”, poi “Parasite”, “Love Gun”,  “Deuce”, sapientemente alternate ai brani più rappresentativi del suo repertorio solista. Un successo annunciato grazie al contributo di una band mozzafiato, capace di  supportarlo nelle vocals e nei soli. Insomma, un concentrato di rock n'roll. Sanguigno, essenziale e genuino. Ammetto di essermi ricreduto su di lui  e di aver finalmente compreso il motivo per cui continua ad essere ancora amato. (lc)
 
AIRBOURNE
Su questo concerto di quarantacinque minuti si potrebbe scrivere  un libro, talmente tante cose sono successe durante il set! E iniziamo subito col dire questo: se è vero che nel giro di pochi anni una generazione di band storiche sta lasciando o lascerà campo ai giovani, gli Airbourne visti qui in Francia sono seri candidati a divenire nuovi headliner dei futuri festival di mezzo mondo. E non tanto per la loro musica, intuitiva, immediata anche se non certo originalissima, ma soprattutto per il loro modo di gestire la parte live del loro lavoro. Avete presente dei bambini al parco giochi preferito? Ecco, questi sono gli Airbourne sul palco. Ma andiamo per ordine... il concerto inizia con un gruppo che si ritrova a suonare nel  mezzo dell'assolato pomeriggio di fronte ad una folla degna degli headliner della sera... i nostri partono decisi con "Ready To Rock", ma al termine della canzone l'intero impianto elettrico del Main Stage 1 salta. Purtroppo capiterà altre 4-5 volte durante il festival  (Cavalera Conspiracy, Scorpions). Il buon Joel O'Keeffe, da bravo frontman non perde un secondo e inizia a giocare con il pubblico, prima distribuendo birre alle prime file, poi bevendone una tutta d'un fiato lui stesso tra le urla di incitamento dei fans. Non essendo ancora risolto il problema, il nostro inizia a provocare la "ola" tra il pubblico, con scene da siparietto comico! Torna la luce, e si riparte a mille ma... la musica si sente solo nelle prime file (!!!) mentre tutto il resto dei fans vede le immagini sul maxi schermo senza sentire nulla perchè le casse dell'area concerti sono staccate! Il  gruppo ci dà dentro, ma si ferma dopo poco stupito nel sentire (senza accorgersi del motivo reale) tutto il pubblico fischiare (fischi rivolti ovviamente all'impianto non funzionante e non ai quattro musicisti). Altre scene esilaranti quando viene spiegata la situazione alla band, che ci beve su. Altra piccola pausa e finalmente ci siamo: impianto ok, la musica torna a scorrere a fiumi! Non potendo arrampicarsi sullo stage come in passato a causa della tipologia di struttura montata attorno al palco all' Hellfest, il singer pensa bene di salire in groppa ad un energumeno della crew e di suonare un intero assolo sulle sue spalle, mentre l'uomo si tuffa tra la gente delle prime file, correndo a destra e sinistra. Uno spasso, debitamente supportato da un hard rock semplice ma diretto che cattura tutti i presenti, facendoli ballare e battere le mani. Il tempo stringe, e allora ecco anche comparire la classica lattina di birra aperta dal cantante a furia di sbattersela sulla testa, replicata da una seconda lattina poco dopo (quest'uomo è davvero un pazzo), fino alla conclusiva "Runnin'Wild", strappata a gran voce da pubblico e gruppo all'organizzazione del festival per recuperare il tempo perso anche se ormai il timing dedicato alla band era abbondantemente scaduto, e che saluta la folla nel migliore dei modi. Più forti di ogni avversità, davvero stoici e bravissimi gli australiani oggi. (dg)
 
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FINNTROLL
Gran bella prestazione anche per i Finntroll, gruppo culto del black folk metal, e presentatisi qui all'Hellfest forti di una discografia ormai ricca di titoli e di pezzi divenuti classici del genere. Il tendone del "The Temple" stage trabocca di fans, e i nostri si presentano con face painting puramente black, ammorbidito da orecchie da elfo (o orco a seconda dei punti di vista), a riprendere l'artwork degli ultimi album in studio della band. I pezzi scorrono veloci, da "Windfard" a "Solsagan" , con suoni puliti e soprattutto con una folla soverastata, soprattutto nelle prime file, da un bodysurfing davvero esagerato. Ma il massimo dell'esaltazione, della band e del pubblico, arriva con le prime note dell'inconfondibile "Trollhammaren", che fa scatenare l'intera tensostruttura, che conclude poi la danza e il pogo con la conclusiva "Under Bergets Rot". (dg)

ENSIFERUM
Con il crescente successo del folk in chiave Heavy Metal, anche gli Ensiferum sono in costante ascesa a livello di popolarità ,e il loro posto nel running order del secondo giorno del festival ne è la concreta dimostrazione. Buona anche in questo caso la presenza del pubblico, anche se forse non si raggiungono i numeri dei Finntroll che hanno suonato un paio d'ore prima,  degli scanzonati Alestorm che suoneranno il giorno successivo e soprattutto dei leader (e forse reali inventori del genere) In Extremo cui spetterà l'onore di chiudere il festival. I finlandesi guidati dal biondo Markus Toivonen mixano sapientemente i brani del nuovo disco "One Man Army" ai classici della band, per un concerto certo preciso ma forse più "tranquillo" e freddo del previsto. I nostri svolgono il compito alla perfezione, senza lasciarsi andare più di tanto con il pubblico, ma con il grande merito di aver proposto un suono pulito e preciso, sollecitando il ballo da parte dei fans soprattutto sulla onomatopeica "Lai Lai Hei". (dg)
 
FAITH NO MORE
O se preferite, il Mike Patton Show. Si mettano il cuore in pace i fans che erano presenti il 2 giugno al concerto di Assago, l'istrionico singer ha riserva al pubblico francese lo stesso trattamento degli italiani nello show di un mese fa, fra un “heavy meRDAL” e un più canonico “you motherfucker”. Liberàti quelli che si consoleranno con il classico mal comune mezzo gaudio, spendiamo ancor qualche parola su questa folle band e sul suo istrionico leader che rischia una denuncia per procurato allarme quando grida “al fuoco! Al fuoco!” indicando le fiaccole in lontananza facendo girare di scatto mezza platea, o mentre sfila la maglia a un elemento della security e se la infila, per poi prendersene gioco (“Che bella security avete! Mi dai la maglia? Certo! Davvero tutti d’un pezzo!”). Da vecchio ammiratore sento la mancanza di vecchie hit come “From Out Of Nowhere”, “Digging The Grave”, “Falling To Pieces”, ma sono i Faith No More e possono permettersi tutto, saccheggiare il nuovo, bellissimo “Sol Invictus”, allestire un palco con i fiori modello Festival di Sanremo e chiudere il concerto con una incredibile cover di “This Guy's In Love With You” firmata Burt Bacharach. Questi sono i Faith No More e se non riuscite a capirli è soltanto un problema vostro. (lc)
 
SCORPIONS
Non è ancora esploso l'ultimo mortaretto del decennale che veniamo letteralmente sopraffatti dallo show degli Scorpions. Sembrava davvero difficile fare meglio dei venticinque minuti precedenti, venticinque minuti di autentico tripudio di fuochi d'artificio allestito per le celebrazioni del decennale, accompagnato dai pezzi che hanno fatto la storia di un genere, da “Thunderstruck” a “Bohemian Rhapsody”, da “Eat The Rich” a “South Of Heaven” passando per una inspiegabile “Satellite 15...” dei Maiden... difficile non farsi sopraffare dall'emozione, chi c'era ricorderà quegli attimi per una vita intera, raramente è capitato di assistere a un evento collettivo con una tale intensità emotiva. Dicevamo invece degli Scorpions, che sono un autentico uragano, parafrasando la biografia di recente uscita, perché se non si era capito, la band non ha affatto intenzione di abdicare neppure di fronte alle cinque decadi di carriera qui celebrate. Un compleanno che si accoda al decennale dell'Hellfest e che fa di questa serata una di quelle da scolpire negli annali a futura memoria: lo show degli scorpioni è fatto di luci, tante luci come nella migliore tradizione degli anni '80, di momenti diversi come il medley dei primi dischi, o del set acustico, un concentrato di magia che non sarebbe stato possibile senza la classe innata di una band ancora in forma smagliante. Persino Klaus Meine riesce a tenere in pugno pezzi come “Dynamite”, “Big City Nights”, “Blackout” (davvero impossibile da cantare...), capolavori senza tempo guidati dalla ballad “Still Loving You” (la più bella di sempre...?). Ulteriore nota di merito, riescono nell’impresa titanica di far cantare in coro il pubblico francese sulle note di “Wind Of Change”, notoriamente poco incline all'empatia da concerto, costretto a lasciarsi andare per manifesta inferiorità davanti a degli autentici mostri sacri. A novembre saranno in Italia, perderseli potrebbe essere un errore imperdonabile. (lc)
 
MARYLIN MANSON 
Sono lontani i tempi in cui il reverendo Manson shockava l'opinione pubblica di mezzo mondo: come per molti altri artisti, Clisson rappresenta la tappa conclusiva del tour europeo e il nostro arriva al rush finale col fiato corto. L'esibizione e le sparate di Manson tradiscono un po' di svogliatezza, peccato perché riascoltato a distanza di anni e spogliato dal tam tam mediatico che lo circondava, il repertorio del singer americano suona decisamente affascinante. Essere stati di moda a volte può essere una condanna, valeva per tanti artisti degli anni '80 e anche Manson a suo modo non fa eccezione. (lc)
 
GIORNO III (domenica 21 giugno 2015)

EXODUS
La cosa più banale che potremmo dire degli Exodus è che con il ritorno di Steve Souza il combo di San Francisco sembra aver recuperato quell’approccio old school che ne aveva caratterizzato gli esordi. La band esegue il suo set con la consueta precisione chirurgica, e dunque prevedibile. In questo non è cambiato molto rispetto all'era di Rob Dukes, uno dal piglio hardcore quanto si voleva, ma che il suo mestiere lo sapeva fare eccome. Far correre il pubblico sotto un sole cocente come una mandria di bufali impazziti rimane un lavoro dei più sporchi, ma qualcuno deve pur farlo. Gli Exodus sembrano nati per questo ma forse non è il caso di farsi troppe domande, meglio lasciarsi trascinare dalla solita danza irruenta sulle note di “Strike Of The Beast”, “Children Of a Worthless God”, “Bonded By Blood” e “Toxic Waltz”. (lc)
 
DARK TRANQUILLITY
Difficile giudicare i Dark Tranquillity in un'ottica che vada oltre l'ora scarsa dell'esibizione qui all'Hellfest, difficile dare un senso a questa fase della loro carriera, ora che non ci sono muri sonori da abbattere, dischi da promuovere, né particolari avvenimenti all'orizzonte. La sensazione che va avanti da anni è che Stanne e soci abbiano già detto tutto e che ogni nuova uscita sia soltanto una variazione sul tema: questo non impedisce loro di presentarsi al pubblico francese con la consueta professionalità, regalando i tre brani migliori del più recente “Construct” (“Silence In Between”, “The Science Of Noise” e “State Of Trust”) più le solite “Misery's Crown”, “Wonder At Your Feet” e “ThereIn”. Che altro aggiungere? Chi si accontenta gode. (lc)
 
RED FANG
I Red Fang sono sulla scena stoner ormai da diversi anni e la loro popolarità è in crescita di anno in anno; all’Hellfest si sono guadagnati il Main Stage e pur ad un orario scomodo (13:30) è un gran traguardo che garantisce un’ampissima platea. Il gruppo parte un po' in sordina per acquistare affiatamento  potenza nel giro di pochi pezzi, nonostante il poco tempo a disposizione. Nella setlist ci sono pezzi provenienti da ogni album della loro (breve) discografia come “Prehistoric Dog” o “Wires” (per citare i più celebri), immancabile gli stage diving e fan con l’armatura realizzata in cartoni o lattine di birra (chi ha visto il video “Prehistoric Dog” sa di cosa stiamo parlando…). Un’ottima prestazione quindi, anche se li avremmo preferiti ad un’ora più congeniale e con un po’ di minutaggio in più. (pm) 

CAVALERA CONSPIRACY
La storia e le evoluzioni dei fratelli Cavalera restano per il sottoscritto un enigma fra i più indecifrabili nel fantastico mondo del metallo pesante. Se le pagine scritte ai tempi dei Sepultura restano indelebili e indiscutibili, qualche dubbio affiora se si parla di Soulfly e Cavalera Conspiracy; forse non abbiamo la sensibilità necessaria a cogliere tutte le sfumature di queste proposte musicali, ma restiamo dell'idea che se in un set di un'ora si deve ricorrere per una buona metà ai classici della band carioca (“Territory”, “Refuse/Resist”, “Roots Bloody Roots” e svariate altre) allora qualcosa non va. A dieci minuti dalla conclusione poi l'intero impianto fa puf, e la band si vede costretta a lasciare anzitempo il palco. Lo fa con estrema signorilità, senza gesti eclatanti, mentre Max Cavalera saluta il pubblico battendo il pugno sul cuore. Al danno la beffa, ma anche onore al merito e alla passione dei due fratelli. (lc)
 
ARCH ENEMY
Volete un nome tra i tanti gruppi presenti che possa lottare per la palma di miglior concerto del festival e che certamente potrebbe essere il numero uno tra quelli non sui due Main Stage? Eccolo: Arch Enemy. La band continua nel corso degli anni a rinnovarsi, a cambiare membri della line-up, eppure la grinta e la grandezza della musica della band sembra tuttora in costante ascesa. E se qualcuno poteva mostrare dubbi sull'inserimento di Alissa White-Gluz alla voce e di Jeff Loomis (Nevermore) alla seconda chitarra, dopo questo concerto non potrà che convenire con noi che questa band è davvero uno schiacciasassi che non fa prigionieri. I pezzi del nuovo album War Eternal sono ottimi dal vivo, e gli intrecci (e gli assoli) dei due chitarristi ( l'altro è ovviamente sua maestà Michael Amott) che giocano a stupire il pubblico con velocità di note e precisione stilistica sono una esprerienza da vivere. La cantante, che parla francese date le origini e la cittadinanza canadese, diventa subito idolo del pubblico, e se lo gioca come meglio crede, esaltandolo a dovere e facendolo scatenare sulle note di pezzi da 90 quali "Nemesis", "No Gods, No Masters" o " Yesterday is Dead And Gone". Setlist concentrata tantissimo sull'ultimo lavoro, e che si permette di escludere  veri e propri inni del death metal quali "We Will Rise", ma che raccoglie consensi per questa scelta coraggiosa, mostrando invece come tutti i pezzi del nuovo studio album siano perfettamente adattabili alla scena live e anzi si rivelino più che all'altezza dei classici della band. Merito, mai come questa volta, di cinque superbi musicisti stasera davvero in palla. (dg)
 
WEEDEATER
Il tanto agognato premio “fattoni Della Valley” va a loro (e di concorrenza ce n’era TANTA e di qualità, ve l’assicuro); il gruppo si presenta con la batteria in primo piano, disposta di lato (il batterista farà una prestazione acrobatica, da vero indiavolato) e il cantante/bassista Dixie vestito con una “mise” che farebbe quasi schifo ad un barbone. Tanta energia dal vivo era del tutto inattesa, pezzo dopo pezzo il trio macina note e consensi e Dixie è letteralmente inarrestabile: smorfie, gestacci e Jack Daniel’s tracannato come fosse acqua, il tempo vola e anche questo concerto termina. I Weedeater vanno visti dal vivo per essere apprezzati appieno. (pm)
 
EYEHATEGOD
Il male di vivere fatto band. Gli Eyehategod sono uno dei gruppi più rappresentativi della scena sludge/doom/quellochevipare, in attività da più di 25 anni; mesi fa son apparse vaghe e inquietanti notizie sul precario stato di salute (fisica e mentale) del cantante con relative date cancellate. All’Hellfest fortunatamente si sono presentati per fare un altro concerto di grandissimo livello. Parlavamo di male di vivere…si, questi sono gli Eyehategod: graffianti, assordanti, la voce disperata di Mike (e non solo quella…diciamo che quell’uomo anche a guardarlo…non sta tanto bene) fanno cadere lo spettatore in un’abisso…fantastici. (pm)
 
THE EXPLOITED
“Scusi, dov’è il Warzone?” la domanda diventa obbligatoria quando decidiamo di dedicare un’ora scarsa a una delle più grandi punk band di sempre. Il palco dedicato al punk/hardcore sembra un festival nel festival, una sorta di fratello minore posizionato in un angolo dell’enorme area concerti. Trovarlo non è così scontato, ma ne vale sicuramente la pena. La cornice di pubblico è degna degli altri set e si respira un’aria di rottura rispetto al resto del festival. La mia presenza qui è soprattutto una forma di rispetto verso una band che ha fatto del “no compromise” una ragione di vita. C’è una cresta rossa sul palco che sputa rabbia come pochi e si dimena come un ossesso, mentre la chitarra spara assoli a profusione anche degni di nota. Alla fine, mi trovo davanti una band con più di trent’anni di carriera ma che deve ancora insegnare qualcosa alle giovani generazioni, tanta è l’energia emanata da un set fatto di canzoni da due tre minuti sparate a velocità della luce. No, il punk non è affatto morto. (lc)
 
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ZZ TOP
Gli anni non sembrano farsi sentire per questi omaccioni barbuti, folle di motociclisti e old school lovers attendono trepidanti i tre Texani sotto al sole cocente, si parte con un hit secolare come "Got Me Under Pressure" per poi proseguire con canzoni del calibro di "Jesus Just Left Chicago" e " I Gotsta Get Paid", non può mancare di certo la cover di Hendrix "Foxy Lady" che scatena la folla, per finire l'immancabile "La Grunge" seguita da "Tush" che completa un'esibizione sopra le righe che non delude i vecchi e nuovi fan.  (dde)

EPICA
Per chi come me se li ricorda quasi dieci anni fa, sotto una pioggia battente allo sfortunato Rockin' Field di Milano in un concerto per pochi eletti, fa un certo effetto vedere gli Epica sul main stage, davanti a una folla oceanica. Batte forte il sole anche se è quasi sera ma il pubblico non si lascia intimidire, desideroso com'è di vedere all'opera una band che continua a macinare numeri e date sold out (non ultima quella all'Alcatraz di Milano nel novembre scorso). Il gruppo olandese di strada ne ha fatta e di classe ne ha da vendere, anche se chi scrive resta sempre un po'dubbioso su alcune scelte stilistiche (vedi il growl di Mark Jansen, che trovo un po' innaturale) diventate ormai trademark della band. Che quella di Simone Simons non sia una bellezza fine a se stessa lo avevamo capito da tempo, la rossa vocalist tiene il palco alla grande (anche se parla poco): “Martyr Of a Free World”, “Sancta Tierra” e “Consign To Oblivion” suonano sempre più belle col passare degli anni, e forse la scelta di dedicare metà della setlist al nuovo “The Quantum Enigma” è parsa un po' eccessiva, ma va bene così. Promossi. (lc)

IN FLAMES
Anche qui ci troviamo davanti a una band che di strada ne ha fatta eccome. Per una volta non ci lasceremo coinvolgere dalla solita diatriba sui vecchi In Flames o sull'ultimo discutibile disco in studio: volenti o nolenti la trasformazione iniziata più di dieci anni fa con “Reroute To Remain” (forse prima...) è giunta a compimento, oggi gli In Flames sono una band da stadio che sembra aver superato le discontinuità che caratterizzavano le performance degli anni passati, mentre Anders Friden potrebbe fare invidia a Randy Blythe per come tiene il palco (e lo ricorda non poco...). Scaletta democraticamente distribuita su tutto il repertorio da “Clayman” in avanti, approccio e look decisamente “core” (la solita pedanetta a centro palco), coinvolgimento ai massimi livelli e tanta generosità da parte del frontman, per essere un concerto con le aspettative al minimo non potevamo davvero chiedere di più. Bravi. (lc)
 
KORN
Ormai all'hellfest sono abituali come l'insalata nella baguette, i Korn sono una delle band più attese in Francia, un boom che dalle nostre parti è solo un eco; 
I cinque capitanati da Jonathan Davis si presentano su un palco povero di scenografie, o almeno povero per quel che ci hanno abituati negli ultimi 20 anni. 
La loro esibizione ci ha stupiti, hanno omaggiato il ventennale del loro primo disco, "korn", eseguendo nella loro set list l'intero album, salvo il bis di Falling away from me e Freak on a leash.
Davis è in gran forma come il resto della sua band, sorriso in faccia riesce a gestire anche i due blackout del service e non lascia scontento nessuno, acclamati e osannati meritano di calcare il loro nome consolidato da anni tra gli headliners mondiali. (dde)
 
hellfest2015nw
 
NIGHTWISH
Arriva l'ora di un altro attesissimo headliner, quei Nightwish che dopo numerose peripezie e cambi di formazione sembrano davvero aver trovato la quadra per una tranquilla navigazione, in un certo senso. Questa l'impressione scaturita dall'ora e mezzo dei cinque finlandesi, per i quali potremmo spendere in un certo senso le stesse parole usate per gli Epica: scaletta incentrata sul materiale degli ultimi due dischi, luci e giochi pirotecnici, poche parole dalla bellissima Floor Jansen che dimostra anche lei carisma ed esperienza da vendere. La cantante olandese resta forse il miglior compromesso fra l'inarrivabile unicità di Tarja e la vena pop rock giocata con Annette Olzon, mostrandosi parimenti a suo agio tanto su “I Want My  Tears Back” e “Amaranthe” quanto su “Ghost Love Score” e un'inattesa “She's My Sin”. Un concerto soddisfacente, che non sconvolge ma che regala i suoi bei momenti. (lc)

Giunti alla fine, recitiamo il consueto mea culpa per la mancanza di Slash, Five Finger Death Punch e Limb Bizkit, Killing Joke, Sodom e Nuclear Assault, NOFX e Dead Kennedys e Venom, tanti nomi con cui si sarebbe potuto creare un altro festival parallelo. Ci scuseranno i lettori, ma l'attività dietro le quinte di un festival è meno godereccia di quello che si potrebbe imnmaginare, un autentico delirio di orari e scadenze fra press conference, contatti per i photo pass e fisiologiche soste ai box. Presenziare a ogni singolo concerto, si capisce, è difficile anche per chi schiera una autentica task force dedicata come ha appunto fatto SpazioRock. Per una volta abbiamo preferito concentrarci un po'meno sulle scalette e un po' di più sulle emozioni, che a questo decennale sono state decisamente tante. La speranza è che qualcuno dalle nostre parti, qualcuno del mestiere che abbia mezzi e mestiere, stia prendendo appunti di nascosto su come si organizza un festival e si impunti, in un modo o in un altro, di replicarlo secondo gusti e tradizione nostrani. Quello sì, sarebbe ancora di più il più grande festival al mondo. Per adesso, ci lasciamo cullare dai ricordi di un'edizione memorabile. E guai a chi ci sveglia.

 
 
Appendice: il festival... visto da un obiettivo

di Daniele Di Egidio

Qui è Daniele, vostro fotografo di fiducia, ho scritto un po’ di pagine in pura informalità, giusto per darvi una visione del festival “più colloquiale". E' il sesto anno che vado all’Hellfest e quindi, data l'esperienza in materia, vi dico anch'io la mia sull'argomento.
 
Arrivati a destinazione si parcheggia nell'unico posto libero, ovvero all’entrata dall’autostrada a circa due km dalla location. Ritiriamo gli accrediti e subito saltano all’occhio le nuove scenografie e vien da chiedersi quanto abbiano speso. D'accordo che si tratta del decennale ma qui c’è stato un lavoro inaudito, guardando per terra la mia faccia assume uno sguardo incredulo, un'enorme distesa di erba all'inglese, di quelle da campo da golf per intenderci, cioè, niente più fanga mannara! Camminiamo e ci imbattiamo in una gigantesca piazza simile a quella dell’anno scorso con gli stand commerciali ed il metal market, anche quest’anno fornitissimo. Quindi la prima struttura ad accorglierci è l’Hellfire Tavern, o qualcosa di simile, dove orde di nerd si sono riunite a giocare a Heartstone in una locanda di “World of Warcraft”. La seconda struttura ad accoglierci è invece un “castello” in cartonato, di quelli che piacciono alle nostre lettrici gothicone, ecco, quello è l’ingresso. Rimango letteralmente sbalordito e la prima considerazione è stata il chiedersi dove fossero finiti i tendoni. Niente, quest'anno ci sono soltanto tre giganteschi Hangar: “Altar - Temple - Valley” mentre nello spazio antistante sorgono giganteschi megaschermi in stile check in aeroportuale dedicate alle band in arrivo e alle riprese delle band che si stanno esibendo. Poco più avanti, camminando su questa immensa distesa verde, si trovano i bar, gli stand culinari, la ruota panoramica, e i due mainstage. Diversamente dagli anni passati in cui erano semplicemente due palchi molto grandi affiancati con i megaschermi, i loro linearray con casse per i bassi e dei teloni decorativi, quest’anno le due strutture sono più simili a quelle del Tomorrowland (se pur in piccolissima scala), guardare le nostre Foto Gallery per credere. Perse le tre ore canoniche per esplorare l’area location e la zona vip, sempre più grande ed attrezzata, si inizia finalmente a lavorare.
 
hellfest2015lb
 
Il primo giorno ho potuto mostrare i miei occhi a cuore per Masha Scream degli Arkona, emozionarmi con gli Envy, tirare sonore scapocciate con i Meshuggah, ascoltare la tanto osannata “quasi coverband” dei Black Sabbath, gli Orchid, godermi i Mastodon e fomentarmi come un sedicenne per gli Slipknot. Il secondo giorno, lo ammetto, sono stato trepidante per i Faith no More, ho atteso la conferenza stampa per vedere da vicino Patton che non si è presentato causa sbronza. Si scattano quindi un po’ di foto agli Airbourne, si fa un po’ di public relations con i colleghi e amici fotografi per poi fotografare i grandissimi ZZ Top ed aspettare in seconda fila i Faith No More. Arrivo li davanti a colpi di spallate per godermi uno spettacolo che sognavo da circa dieci anni e non ne sono rimasto deluso. L’esibizione è infatti valsa gli oltre 2500 km di viaggio, non ho neanche parole per descriverla visto che mancherei di sana oggettività. Del resto del giorno c'è da citare l'esibizione degli Scorpions e i fuochi d’artificio. Arrivati a fine giornata decido di guardarmi metà concerto dei Venom, in gran forma, e più da lontano una mediocre esibizione di Manson di fronte ad un pubblico un tantino spento. Il terzo giorno, lo ammetto, è stato il mio preferito, non ho smesso di correre neanche cinque minuti. La carrellata inizia con i The Haunted, seguiti dai Red Fang: da loro non mi aspettavo il mainstage, eppure sinceramente loro il botto lo stanno facendo, dai piccoli palchi a quello principale di un festival dalla levatura mondiale, stiamo assistendo pian piano alla nascita di una stella. A seguire Stanne apre il concerto dei Dark Tranquillity col sorriso e la band, assolutamente carica, si ripernde dagli ultimi concerti un po’ sottotono. Agli Hollywood Undead rimango un po’ interdetto, non ho ben capito la loro presenza se non per accompagnare i Limp Bizkit poco più tardi, non sono un purista e sono molto aperto alle novità ma loro non mi hanno proprio raccontato nulla, poco dopo ecco gli Exodus forti del nuovo cantante ed un’esibizione discretamente adrenalinica. A seguire gli A Day to Remember, una band per i ragazzi di oggi, c’è poco da criticarli, incarnano il genere “degli anni 10” del nuovo millennio, tecnicamente preparati, mantengono bene il palco e fatevelo dire, avevano assolutamente i migliori suoni dell’intero Hellfest. Poco dopo i Cavalera Conspiracy e il frontman non delude: un sorriso brasiliano a duecento denti e una voglia gigantesca di vedere gli spettatori uccidersi nei circle pit. Non mancano, come di consueto, le più grandi hit dei Sepultura. Guardo l’orologio e alle otto meno venti mi accingo per fotografare Simone Simons, il sole in Francia tramonta molto tardi e non mi aiuta con gli scatti, la sua carnagione chiara risulta essere troppo bianca per il mio sensore, cerco comunque di fare di meglio e mi perdo un po’ nella sua bellezza. Rimanendo sui mainstage mi preparo per fotografare i Limp Bizkit, ero un po’ scettico ma l’esibizione era ottima, la carica e la grinta ricordava quella degli anni '90 e, per l’uscita trionfale con “Staying Alive”, accompagnata da oltre 80.000 persone danzanti, meritano un applauso (uno dei momenti più alti dell'intero Festival, ndr Luca Ciuti). Le prossime due band le avrò fotografate fino allo sfinimento, In Flames e Korn. I primi ci hanno regalato pezzi della vecchia guardia con Anders Fridén in gran forma seppur mantenendo il suo look alla Jovanotti, i Korn oramai habitué del festival fomentano il giusto il pubblico e ci accompagnano verso la fine. Ah no, dimenticavo, i Nightwish capitanati dalla “nuova” frontman Floor Jansen, e lo spettacolo pirotecnico che ha confinato noi fotografi in uno spazio minuscolo, che si rendono degni della conclusione di un festival da urlo. Tiriamo le somme...
 
hellfest2015final

 
Punti a favore dell’edizione 2015:
1. Il manto erboso, erano anni che lo desideravamo tutti
2. Scenografie, guardate voi stessi le foto e giudicate
3. Spazi aperti e zone d’ombra... qualcuno ha detto Sonisphere Milano?
4. Accesso per i disabili funzionalissimo e rimozione barriere architettoniche
5. Cortesia e correttezza negli stand sempre e comunque, nonostante i lunghi turni degli addetti
6. Il numero di urinatori al di fuori degli Hangar per evitare l’odoraccio di migliaia di metalheads birra-dipendenti
7. I megaschermi al di fuori degli Hangar con orari e band
8. La security, nei festival al di fuori dello stivale la security ti dà una pacca sulla spalla quando fai crowd surfing, non come in Italia che quasi ti malmenano
9. L’organizzazione, super scrupolosa e puntuale
10. La zona campeggio, un festival nel festival


Difetti (se così possiamo chiamarli):
1. Gli stand gastronomici per qualità e prezzi
2. Le diverse interruzioni musicali che ci sono state per problemi con il service, nulla di grave ma deve esserci stato qualche problema visto che sono state frequenti
3. La mancanza di parcheggi


Sento di aver riassunto il mio pensiero, ringrazio infinitamente i compagni di viaggio, Laurie (la ragazza che gestisce i mainstage) oramai amica da anni, la security, Roger, SpazioRock, gli amici fotografi e delle radio.



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