Bob Dylan and his band
08/11/13 - Gran Teatro Geox, Padova


Articolo a cura di Francesco De Sandre
Formalmente cominciato negli anni '90, questo "Never Ending Tour" compie orbite attorno al mondo, ricalcando sentieri già percorsi più e più volte. La parentesi italiana si è conclusa ieri sera, ma il pensiero che la carovana targata Dylan troverà ancora occasione di riapprodare nel bel paese è, a meno di qualche sorpresa dell'imprevedibile poeta, quasi una certezza.

 

Intendiamoci, chi vuole andare ad un concerto di Bob Dylan per cantare allegramente "Knockin' On Heaven's Door" o per sentirsi suonare una spavalda "Mr. Tambourine Man" è un folle. E di folli ieri sera, come in ogni ammucchiata rock che si rispetti, ne sono arrivati parecchi al Gran Teatro Geox di Padova, di tutte le età e provenienze, anche da Austria e Slovenia. Difficile scovare la piena soddisfazione sui volti dei presenti al termine dell'esibizione, di per sé impeccabile, ma antagonista dell'aspettativa accumulata nelle ultime settimane: c'è chi, dopo salti di gioia con l'iniziale "Things Have Changed", rimane stanco ad assistere all'esecuzione di brani sconosciuti per quasi due ore, chi per ingannare la noia visita in continuazione il bar del teatro, chi tenta di ballare per sgranchire le gambe stanche. Alla fine dell'ultimo brano, mentre il parterre lentamente si svuota, trovo una ragazza quasi in lacrime. Mi avvicino per cercare di aiutarla, mi comunica che è molto triste perchè era venuta quasi esclusivamente per ascoltare "Blowin' in the wind", ed era incredula che il concerto fosse finito senza di essa: peccato che l'ultima canzone cantata da Bob sia stata proprio l'eterna Blowin', sapientemente stravolta e riarrangiata, inserendo il testo storico delle "how many roads..." in una miscela di blues accostato allo swing più pesante.

 

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La conclusione più logica che si può trarre da queste osservazioni è che chi va a vedere Dylan è mosso dalla curiosità e dalla inevitabile attrazione che quest'uomo esercita, in quanto metafora del Rock, ideatore, visionario di un mondo provocante e libero. E fino alla fine mr. Robert Allen Zimmerman non smette di essere scomodo, alternativo, causa eterna della sua stessa reputazione: arriva sul palco quasi di nascosto, nella penombra dello stage divinamente arredato da fari e sei gigantesce lampade calde, come se fosse un elegante salotto musicale. Il tendone retrostante è oggetto di scherzi luminosi kaleidoscopici, grazie ai quali ad ogni brano viene accostata una gigantesta geometria.

 

Un concerto pensato per il teatro: Bob, vestito con una tenuta a righe larghe ed alterne, canta le prime "Things have changed" e "She belongs to me" in piedi. La voce è la solita, fastidiosa, consumata dal peso della storia che si porta dietro, ma quando dal taschino della giacca estrae l'arma segreta, la fedele armonica, brividi di epica si diffondono tra il pubblico, che applaude in estasi. Dopo tre brani Dylan si accomoda al piano, formando un semicerchio assieme ai componenti della sua band: chitarra acustica, basso, batteria, chitarra solista e tastiera. Il tastierista in particolare si rivela il vero jolly del gruppo, esibendosi anche al violino, all'ukulele e a sua volta alla chitarra. La base costituita dagli elementi descritti è tale che le poesie controverse sospirate dalla voce di Bob si diffondano pacatamente sotto alla volta del Gran Teatro.

 

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A metà esibizione il poeta saluta il pubblico di Padova e, prendendosi una breve pausa, scherza sulla propria età: "Adesso ci fermiamo per qualche istante, andiamo a prendere le medicine e torniamo". Dopo poco più di dieci minuti i sei ritornano sul palco e, grazie all'entusiasmo reciproco, fanno riemergere alla mente diversi scenari storici: i saloon western, le sale dei casinò americani nel dopoguerra, ambienti raccolti di epoche andate che ritornano in scena grazie ai disegni melodici di un gruppo sapiente, di cui Bob è la punta di diamante. Lo spettacolo prosegue per due ore esatte, terminando con lo stravolgimento già descritto di "Blowin' in the wind".

 

Che Bob Dylan sia ancora la vecchia volpe di sempre lo si capisce dalla sapiente macchina promozionale che muove ad ogni suo spostamento con abili trucchi di marketing. Come se con un nome così ce ne fosse bisogno. Questo segmento del tour proseguirà ancora per mezza europa in Belgio, Francia, Lussemburgo, per terminare con tre date londinesi. Dal 29 Novembre quindi Dylan non sarà più impegnato in concerti, e chissà che cos'altro si inventerà: preso atto della sua indole lunatica e imprevedibile, vale la pena andare a vedere il menestrello più famoso del Rock almeno una volta nella vita. Perchè? Per il mito che rappresenta, per il grande volume di classe che assieme alla sua band ancora esprime, per tornare ad immaginare con le orecchie, o per nessuno dei motivi descritti: la vera risposta, forse, sta barcollando nel vento.

 


Scaletta:

 

Things have changed
She belongs to me
Beyond here lies nothin'
What good am I?
Waiting for you
Duquesne whistle
Pay in blood
Tangled up in blue
Love sick
High eater (for Charley Patton)
Simple twist of fate
Forgetful heart
Spirit on the water
Scarlet town
Soon after midnight
Long and wasted years

 

All Along the watchtower
Blowin' in the wind




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