Firenze Rocks 2019 - Day 3: Eddie Vedder & more
15/06/19 - Ippodromo del Visarno, Firenze


Articolo a cura di Lucia Bartolozzi

Secondo Giro d'Italia per il Vedder solista, che prima di far tappa a Barolo, torna a Firenze per incantarla nuovamente a distanza di due anni. È il terzo giorno del Firenze Rocks, dopo gli strabilianti Tool e la parentesi Sheeran. Se i primi sono stati un esempio di precisione sul palco, un tripudio di luci e proiezioni che si fondevano alla musica lasciando il pubblico viaggiare, Eddie Vedder si limita ad una scenografia essenziale e quasi arrangiata, puntando sul sentimento e concedendosi non poche sbavature. Forse è il pubblico a concedergliele, perdonandogli ogni piccola distrazione sul tempo, ogni parola cambiata e qualche ritornello ibrido.

 

Ad aprire le danze per la giornata è Jameson Burt, direttamente da Orange County. Da solo, come nei locali di Los Angeles nei quali stato scoperto da Vasco, si fa avanti sul palco cominciando a cantare, accompagnato solo dalla propria chitarra. Il set è breve, solo 5 pezzi, perlopiù dall'ultimo album "Fire", dal quale vengono proposte "Let You Be", "I Don't Love You (I Just Want You)" e la title track. La maggior parte del pubblico, alle Cascine per il frontman dei Pearl Jam, tarda ancora ad arrivare, ma i presenti sembrano gradire l'esibizione di Jameson, ballabile e grintoso. Prima dell'ultimo pezzo il cantante azzarda un "Salute, Firenze!" sorseggiando una birra, riprendendo poi a cantare ancora più convinto.

 

Dopo circa una decina di minuti arrivano le amazzoni, annunciate da un'intro epica. Da Reading, i The Amazons si fanno bene spazio sul palco aprendo col primo singolo del loro ultimo album "Future Dust", "Mother". Il pubblico partecipa subito insieme alla voce di Matt Thomson, che gioca sul verso "Friends say I gotta see reason", urlando "Firenze, I gotta see reason!" Il gruppo se la cava bene e va di filata, scivolando quasi in un medley con "Fuzzy Tree". Fra un pezzo ed un altro sembra esserci solo il tempo di ringraziare, di togliersi gli occhiali da sole e fronteggiare il pubblico. Thomson fa le dovute presentazioni e segue con "25", incarnando lo spirito della canzone passando da una voce morbida, sostenuto dai cori di Chris Alderton (chitarra) ed Elliot Briggs (basso) a un urlo aspro che chiude il pezzo. "Little Something" viene poi intervallata inaspettatamente da "Helter Skelter", cover dei Fab Four. Prima che il pezzo possa finire, il pubblico già li applaude rumorosamente e accoglie "Dark Visions", altro nuovo materiale insieme al nuovo singolo "Doubt It". Il basso la fa da padrone, forse perfino troppo alto: guadagna tutta la scena, diventando unica base per la voce, fin quando il pezzo scivola di nuovo in mano alle chitarre, finendo con un breve riff giocato sulle note alte. "Grazie per aver sostenuto il caldo ed essere rimasti con noi. Da buon inglese ho messo della crema sulla mia pelle smorta e bianca" scherza Matt prendendo l'acustica e cominciando così "Junk Food Forever", prima che la band si unisca ed il tiro cresca ancora. Per ultima viene "Black Magic", di presa sul pubblico e finita in un duello fra batteria e chitarra, culminato in un round di applausi che accompagna fuori la band.

 

Poco dopo i The Struts, acclamati dal pubblico, salgono sul palco sul suono di una sirena. Il cantante Luke Spiller non perde un secondo, per saltare in giro per il palco e farlo suo, brillando di paillette nere e oro. Il collegamento con figure come Mick Jagger o Freddie Mercury è da subito lampante e ribadito dai continui giochi di voce che Luke mette in atto da solo e col pubblico, gestendolo a proprio piacimento. Seguono "Body Talks" e "Kiss This", sulle quali il pubblico salta, balla e applaude a tempo. Su "I'm In Love With A Camera" Luke continua a catalizzare l'attenzione così come con "Dirty Sexy Money" e "I Do It So Well", che canta a botta e risposta col pubblico. L'interazione continua su "Put Your Money On Me", ma non servono cori aggiuntivi, considerata la sua energia, che neppure la calura riesce a fermare. La performance si chiude con "Could Have Been Me", prima di un inchino di gruppo fra i tanti applausi e l'immancabile "Remember the name: THE STRUTS!"

 

Sorte diversa tocca ai Nothing But Thieves, che paiono quasi schivi in confronto alla band precedente, nel salire sul palco, per poi darci dentro da subito con "Forever & Ever More", tratta dall'ultimo EP. La vera partecipazione del pubblico arriva con "Wake Up Call", mentre successivamente la scena viene presa da Joseph Langridge-Brown che si fa avanti per la durata del solo e resta forse la presenza più importante dopo la voce di Conor, un pendolo fra vibrante morbidezza e intensa energia. Gli applausi si fanno fragorosi e Mason prende la chitarra per "I'm Not Made By Design", non suonando molto fino al primo ritornello e andando sorprendentemente in alto prima dell'ultimo, sporcando leggermente la fine. Cerca un po' di complicità, mostrando di saper usare qualche improperio in italiano. "Sembro quasi un italiano adesso, vero?", ride con timidezza introducendo una canzone, a suo dire, meno over the top: "Soda". La voce si fa più vellutata, con i soliti sprizzi armoniosi. "Trip Switch" si alza con quel giro di basso e quel falsetto catchy, finendo in modo sospeso su quel "The lights go..." e subito viene introdotta "I Was Just A Kid", spinta al massimo dalla voce e dal basso incisivo. Il cantante ringrazia con umiltà e prende  nuovamente la chitarra per "Sorry", penultimo pezzo della performance prima di "Amsterdam", dopo il quale la band lascia il palco ringraziando la folla, mentre l'ultimo accordo muore.

 

Dopo le due band inglesi, prima di tornare in America, facciamo tappa in Irlanda con Glen Hansard. Novanta minuti di esibizione che paiono un faccia a faccia col musicista, su un palco spoglio: solo lui e due chitarre usurate da quello strumming vigoroso e sentito. Glen apre con "Grace Beneath The Pines" e la magia continua con "High Hopes", sulla quale incita tutti a partecipare, parlando in italiano (usando candidamente degli appunti, come Vedder). La sua voce viene fuori, più roca e potente su "When Your Mind's Made Up", seguita da una preoccupante scarica di pennate, solo le prime della sera. Con trasporto si siede al piano per "Bird Of Sorrow", tornando alle corde per "I'll Be You, Be Me", con un'aura più cupa e un inaspettato fuzz sull'acustica. Ancora attuale come due anni fa, torna "Way Back In The Way Back When", che viene dedicata a 4 milioni di Venezuelani in esodo, sorridendo ampiamente sorpreso per la partecipazione, che diventa un duetto fra lui e il pubblico, mentre l'urlo si inasprisce come a voler dare una voce ad ogni persona costretta a emigrare. Il tono si fa greve, quasi come una preghiera, su "Shelter Me" a cui segue una dedica a Leonard Cohen su "Her Mercy". Con la stessa semplicità il musicista abbandona il palco, raccogliendo giacca e tazza di caffè, dopo gli ultimi potenti accordi di "This Gift", ritenendo un regalo la fantastica performance fatta per Firenze.

 

L'attesa per l'headliner è palpabile e si sfoga nel boato che esplode davanti agli occhi di un Eddie Vedder emozionato: sale sul palco e si avvicina al piccolo organo per "Cross The River". Il silenzio è quasi religioso, finché non parte "Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town", cantata all'unisono da tutto il pubblico. E lo spettacolo si evolve, rimanendo sempre lo stesso: la scaletta va avanti, ricca di pezzi già suonati due anni fa al Visarno, ma non per questo meno sentiti dai fan, anche per chi è al secondo appuntamento. Non mancano le novità, cover da vari artisti e un repertorio stavolta, più improntato sui Pearl Jam. Eddie ci scherza su, presentando il quartetto d'archi che lo accompagnerà per qualche pezzo, i Red Limo. "Mi dovete scusare se stasera con questo quintetto vado a ripescare dall'altro mio quintetto, proprio quello che conoscete bene", ride e va avanti a ringraziare il resto dei Pearl Jam, facendoci sperare in un ritorno a breve.

 

Nel delirio viene suonata "I Am Mine" e le voci non cessano neanche quando Vedder si siede di nuovo all'organo per interpretare "Brain Damage", a cui seguono "Immortality", "Wishlist" (con qualche verso ibrido, fra una strofa ed un'altra) e "Indifference". Inutile parlare della risposta che ricevono e dell'emozione che suscitano nel pubblico, il quale si scioglie quando la canzone successiva viene dedicata ad un amico scomparso, la cui musica ancora tiene compagnia a Eddie. Il pensiero va subito a Cornell, ma è Tom Petty con la sua "Wildflowers" a venire ricordato. Segue "Far Behind", che lascia il posto ad un'altra dedica, questa volta all'appena scomparso Zeffirelli, a cui va "Just Breathe". "Questo paese mi ha dato tantissimo, qui ho conosciuto mia moglie, il cinema di Franco (Zeffirelli)...", afferma il canatnate e chiede al pubblico di cantare più forte, finendo a volte per fermarsi e lasciare la scena ai presenti. Successivamente imbraccia l'ukulele e parte con "Can't Keep", per poi dedicare "Sleeping By Myself" alla moglie lontana. "Dormirò abbracciando Glen Hansard", scherza e dopo due sentitissime "Guaranteed" e "Black" seguono "Parting Ways" e un'inaspettata versione per ukulele di "Should I Stay Or Should I Go". La canzone viene eseguita con la stessa grinta di "Porch", tanta grinta da richiedere una pausa mentre i Red Limo, di supporto in questo tour, iniziano "Alive", cantata dal pubblico sotto gli occhi di Vedder che torna sul palco. Il duetto Vedder-pubblico su "Better Man" lascia posto a Hansard per "Song Of Good Hope", dedicata ai fan presenti sotto il palco, in un'atmosfera intima e emozionante. I due proseguono con "Society" e Hansard lascia il palco al compagno con la solita semplicità.

 

In una tempesta di emozioni Eddie  regala "Hard Sun", sotto una bellissima luna piena, fingendo di andarsene prima di terminare con "Keep On Rockin' In The Free World", come da copione. Non c'è molto da dire: se qualcuno tra i presenti dicesse di non aver cantato e battuto i piedi, se dicesse di non essersi sentito a casa nella voce calda di Vedder ancora una volta, allora sarebbe un bugiardo.

 

Setlist Eddie Vedder

 

Cross The River
Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town (Pearl Jam)
I Am Mine (Pearl Jam)
Brain Damage (Pink Floyd)
Immortality (Pearl Jam)
Wishlist (Pearl Jam)
Indifference (Pearl Jam)
Wildflowers (Tom Petty)
Far Behind
Just Breathe (Pearl Jam)
Can't Keep (Pearl Jam)
Sleeping By Myself
Guaranteed
Black
Parting Ways (Pearl Jam)
Should I Stay Or Should I Go (The Clash)
Porch (Pearl Jam)
Alive (Pearl Jam)
Unthought Known (Pearl Jam)
Better Man (Pearl Jam)
Song Of Good Hope (Glen Hansard)
Society (Jerry Hannan)
Hard Sun (Indio)
Rockin' In The Free World (Neil Young)




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