Hellfest 2019 Day 1 - Gojira, Dropkick Murphys and more
21/06/19 - Hellfest, Clisson, Francia


Articolo a cura di Simone Zangarelli

Benvenuti all'Inferno, dove il metallo brucia, il volume è assordante e la birra scorre a fiumi. Non esattamente quello che Dante aveva in mente quando descrisse il regno del diavolo nella Divina Commedia ma sempre di Inferno si tratta, solo che questo si trova a pochi kilometri da Nantes, in Francia e si chiama Hellfest. Il luogo è meta di pellegrinaggio per i metalhead di tutto il mondo per via dell'atmosfera surreale che aleggia al suo interno ma soprattutto per gli artisti che ogni anno da 14 anni rendono l'appuntamento tra i più importanti al mondo. E, ça va sans dire, anche quest'anno la lineup è clamorosa: KissDef LeppardToolSlayer e tantissimi altri per oltre 180 nomi distribuiti in 3 intense giornate. Dal rock blues fino al metal estremo, ogni genere trova il suo spazio e i suoi esponenti di spicco a spartirsi sei palchi per un totale di oltre 16 ore di musica no stop. Questi sono alcuni dei numeri dell'evento, senza contare gli oltre 60 mila visitatori al giorno. Un'edizione speciale quella di quest'anno, che ha ospitato il primo Knotfest tenutosi in Europa, un piccolo assaggio di ciò che attende i visitatori dell'Hellfest per i prossimi giorni. Rob Zombie, Amon Amarth, Slipknot e Sabaton i nomi più di spicco che hanno surriscaldato Clisson per la data zero. Il quattordicesimo Hellfest inizia in anticipo, un bene per abituarsi ai due Mainstage che sovrastano la zona, uguali e adiacenti per evitare lunghi cambi palco, dove i concerti principali iniziano a distanza di 10 minuti l'uno dall'altro. Gli altri quattro palchi sono distribuiti all'interno del perimetro del festival e divisi tendenzialmente per generi: Temple e Altar sono adibiti al metal estremo (doom, dark, deathgrind, grindcore ecc), il Valley è dedicato al rock più duro, dall'hardrock allo stoner, mentre la Warzone ospita il punk e l'hardcore, un habitat a sé stante. È qui che avviene la magia del festival, quella che lascia a casa ogni pensiero e ti catapulta in un'altra dimensione, quella dove esiste solo la musica, lo spettacolo e il divertimento: inizia l'avventura più pazza di tutte.

 

hellfestday1audience
 

MAINSTAGE 1

 

Latte, caffè e il power metal è la colazione perfetta per i metallari accorsi per non perdersi nemmeno uno dei concerti del primo giorno di Hellfest, quando la musica inizia prima ancora che molti si siano svegliati. Dopo essersi succeduti Sonata Arctica, Godsmack e Demons & Wizard, fanno il loro ingresso sul palco principale i Dream Theater. Dall'esibizione al Firenze Rocks una settimana prima le cose non sembrano essere cambiate molto: scaletta pressoché identica eccetto un pezzo. Labrie continua ad essere in difficoltà ma Petrucci, Myung, Rudess e Mangini sono impeccabili come al solito, quest'ultimo alle pelli si dimostra particolarmente coinvolto durante la meravigliosa "The Dance Of Eternity", durante la quale precisione e grinta si fondono in un connubio micidiale. Nel complesso non molto da aggiungere rispetto alla nostra ultima considerazione.

 

hellfestday1dreamtheater
 

Canti celtici introducono i Dropkick Murphys, il gruppo di Boston celebre per il suo sound folk punk suonato con banjo, mandolino e fisarmonica. Qualche ora prima il duo aveva risposto alla nostra domanda in conferenza stampa annunciando che presto torneranno ad esibirsi nella Capitale, sebbene l'attacco subito da parte di un gruppo di estrema destra nel 2006 ne provocò l'allontanamento fino ad oggi. Calcano il palco con carisma, acclamati da un pubblico in visibilio consapevole che si divertirà per la prossima ora, e così sarà. Tra canti e danze, il pit dei Murphys risulta uno dei più movimentati nonostante la proposta musicale non sia variegata, eppure la band suona con passione ed energia. In fin dei conti, cosa importa della tecnica quando la gente si diverte? Questo è il compito di ogni intrattenitore che si rispetti e, non c'è dubbio, i Dropkick Murphys sanno come esaltare la folla quando partono "Rose Tattoo" e la celeberrima "I'm Shipping Up To Boston", quando le voci dei presenti arrivano a coprire quelle di Barr e Casey. Niente virtuosismi, un lavoro semplice e ben eseguito permette agli americani di portare a casa una felice esibizione al festival.
Ma una brutta notizia giunta la mattina stessa lascia i festivaliers con l'amaro in bocca: i Manowar hanno deciso di lasciare il festival. Seppure presenti in loco il giorno dell'esibizione, la band headliner della prima sera di Hellfest, attesi per il loro tour d'addio, è stata rimpiazzata dai Sabaton (già saliti sul Mainstage la sera precedente) dopo l'abbandono per motivi non chiari. Una comunicazione piombata all'improvviso che si può registrare come unica nota negativa del festival, comunque in grado non solo di provvedere ad un rimpiazzo in tempi brevissimi, ma di garantire anche una giornata di ottima musica. Una magra consolazione forse, ma Hellfest ha ancora molti assi nella manica.

 

MAINSTAGE 2


Il secondo palco in ordine di importanza del festival è rivestito di orgoglio francese: ben 3 gli artisti ad esibirsi accanto ai grandi nomi internazionali. Gli headliner in questo caso i mastodontici Gojira. Negli ultimi 20 anni la scena heavy e death metal francese ha conosciuto uno sviluppo notevole soprattutto a livello locale con qualche picco di eccellenza (Gojira, appunto, e Alcest). Il risultato è una serie di gruppi dal sound più o meno pesante che si contendono il primato di rappresentare il paese oltre i confini nazionali, per un genere che fa fatica ad affermarsi in Europa centro-meridionale. Si ha invece tutt'altra impressione quando ci si trova tra i fan degli Ultra Vomit, quartetto heavy metal francese molto acclamato in patria. Il loro concerto è semplicemente uno dei più divertenti dell'intero festival: vengono introdotti sul palco da animazioni cartoon ironiche, si elevano a re del metal francese e creano siparietti in cui non risparmiano nessun membro della band. Prendete gli Skiantos, fateli tornare ragazzi, aggiungete del metallo e avrete gli Ultra Vomit. Già dal nome si evincono gli argomenti più trattati nelle loro canzoni: escrementi umani, temi scabrosi e dissacranti e tanta ironia. Se a ciò si aggiunge una competenza tecnica notevole e una dose di versatilità fuori dal comune, il divertimento è assicurato: con "Calojira" il gruppo scimmiotta i connazionali, in "Jésus" riprendono il tema di "Thunderstruck" accompagnato da un coro gospel e un Gesù che divide il pubblico in due come fece Mosè con le acque del Mar Rosso. E ancora "Pink Pantera" omaggia "Walk" e i re del groove metal, poi ancora in "Kammthaar" cantano in tedesco per imitare i Rammmstein, ennesima dimostrazione di abilità d'adattamento del sound. Così giovani eppure così abili a tenere in pugno un pubblico di 40.000 persone, di cui molte non francesi, eppure il concept dietro a questo tipo di band non conosce barriere linguistiche. I quattro giovani folli, insieme alla loro banda di scatenate apparizioni sul palco, mettono in piedi una festa stile punk. Il loro stile è un kitsch sofisticato, un'imitazione non fine a sé stessa ma coerente con lo sviluppo di un sound specifico e le loro esibizioni sono spettacoli completi pieni di momenti interessanti.

 

hellfestday1gojira
 

La seconda band gallica a calcare il secondo mainstage è i Mass Hysteria, gruppo tendente all'heavy metal con sfumature nu metal e industrial. Molto acclamata dal pubblico francese, la band non convince in tutto: il sound non si contraddistingue rispetto a quello di altri colleghi dello stesso genere, se non per i testi cantati interamente in francese. I cinque si riprendono sfoderando qualche mina industrial, come "Contraddiction" per poi concludere uno show ad alto voltaggio.
Gli ultimi a salire sono i più attesi, i pionieri del tech-death metal di Bayonne dallo stile inconfondibile. Drammaticità, terrore, inesorabilità. Questi gli elementi che caratterizzano un sound innovativo, che trae ispirazione dal progressive metal per l'impiego di tempi artificiosi e strutture complicate, dal death per l'uso di growl e scream e lo spiritualismo della musica dark. Una sorta di calma apparente si nasconde dietro i loro brani, anche quelli più aggressivi, una sensazione di deflagrazione imminente emerge brano dopo brano, come in "The Cell" o ancora in "Stranded", dove il basso è distruttivo. Gli effetti speciali (proiezioni, suoni marini) aumentano l'epicità di un concerto estraniante il cui tema è il rapporto con la natura e soprattutto gli oceani, culla della vita per la terra emersa e luogo da tutelare con ogni mezzo. Per questo la propaganda ambientalista partita dal loro LP capolavoro "From Sirius To Mars" ritorna con una potenza schiacciante nei versi, nei riff, nelle parole urlate a squarciagola da Joe Duplantier, e poi quella doppia cassa che quando entra non può che sconvolgere ogni cosa come in "Love". E poi i riff start-and-stop rivelano un controllo e una precisione chirurgica. Un'esperienza quasi ultraterrena quella vissuta dal pubblico dell'Hellfest; sembra incredibile che un sound così pesante, a tratti estremo, possa rendere l'esibizione un'esperienza ultraterrena, extracorporea. Non ci sono confini che i Gojira non riescano ad oltrepassare, in primis quelli del successo, consolidatosi anche all'estero con la nomina a 2 Grammy Awards, e, non da meno, anche quelli musicali. Non c'è genere che possa includerli in toto, ma solo una serie di emozioni può assumersi il compito di descriverli.

 

TEMPLE


L'ora più buia è scoccata. Passata l'una di notte fa il suo ingresso sul palco del Temple stage la leggenda dell'heavy metal, ex leader dei Mercyful Fate, King Diamond. Per lui un palco che richiama il teatro, fatto di scale, attori e la scenografia di una casa infestata che il cantante danese sfrutta durante tutta l'esibizione. Servono poche parole per descrivere una delle voci più iconiche del genere, affine a quella di Rob Halfort dei Judas Priest, e altrettanto riconoscibile: quel falsetto suggestivo, raccapricciante, accompagnato da un sound metal anni 80 trionfa fra il pubblico. L'istrionico Re Diamante ha costruito uno spettacolo halloweenesco, con una scenografia alla Tim Burton che incontra Broadway e si diverte a creare suggestioni sonore e visive. I musicisti sono impressionanti: la massiccia sezione ritmica, le chitarre fiammeggianti che sfrecciano sulle note di "Voodoo" e "Hallloween". Una scaletta appetitosa per i fan di vecchia data: oltre a pezzi assenti da decenni ("The Lake", "The invisible Guests"), anche un inedito, "Masquerade Of Madness", ulteriore conferma delle doti compositive della leggenda danese. Anche set acustici trovano il loro momento dentro uno show corposo, ricco di spunti, che accompagna gli spettatori più assetati di musica fino a notte fonda nelle tenebre più oscure.

 

ALTAR


Due band veterane si alternano sul palco dedicato al death metal: per primi i Possessed, considerati gli ideatori del genere e a seguire i pionieri del grindcore Carcass. Per i Possessed un concerto emozionante da molteplici punti di vista: innanzi tutto per la presentazione dal vivo dei nuovi pezzzi estratti da "Revelation Of Oblivion", primo disco in studio da oltre trent'anni e l'unico finora dell'era "moderna" della band; poi anche per l'inaspettata sorpresa di un pubblico giovane che, fa notare Jeff Becerra, unico membro originario, continua a sostenere la band. È proprio guardando esibirsi il cantante e bassista, costretto in sedia a rotelle, che l'emozione si trasmette a tutto il pubblico. Grinta e passione non cessano di travolgere l'ascoltatore grazie ad un ottimo growl e all'impiego non convenzionale della batteria, suonata a velocità bruciante. I pezzi, sia quelli dei classici sia quelli nuovi, si basano su composizioni magistrale con numerosi stacchi complicati. Il sound è cavernoso, oscuro e pesante, e trascende l'etichetta trash in cui si iscrive la band. La nuova "Abandoned" per esempio rivela una ritrovata sete di sangue, una rabbia mai estintasi per il gruppo di San Francisco; "Evil Warrior" si caratterizza per un sound pluristratificato e pieno di colori, riflesso di un'anima tormentata, emotiva, che dopo svariati anni e uno stravolgimento della lineup ha ancora molto da dire ma soprattutto da offrire al mondo del metal.

 

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Successivamente, gli headliner dell'Altar fanno il loro ingresso, i leggendari Carcass, che mettono in piedi un concerto impeccabile. Veloci e nervosi nella stupenda "Buried Dreams", estratta dal capolavoro Heartwork, il gruppo mostra un sound superbo che poggia su chitarre molto chiare e il basso pesante di Bill Steer, dotato di ottima forma vocale che permette l'uso pieno dello scream. La scaletta segue vari momenti: dalle chitarre quasi hard rock di "Exhume To Consume" alle ritmiche spiazzanti di "Reek Of Putrefaction" passando per l'esplosione sonora che è "Unfit For Human Consuption", la band non si perde, la sua forza è nel suono diretto, mirato. Non si perdono, suonano estremamente concentrati per consegnare al pubblico tutta la tecnica di cui sono capaci. Una scaletta capace di accontentare fan di qualunque età, che attinge al repertorio migliore di una band che di pezzi notevoli ne ha composti parecchi, ma soprattutto un'esibizione altrettanto soddisfacente.

 

WARZONE


Spazio anche ad artisti dal forte successo commerciale: nella Warzone arrivano i Sum 41 a portare una ventata di freschezza dopo una serie serrata di concerti più heavy. Il quintetto canadese regala al pubblico più numeroso dopo quello dei mainstage una sfilza di hit adolescenziali: "The Hell Song", "In Too Deep", "Fatlip" e "Still Waiting" solo per citare le più famose. Una carica elettrizzante si propaga dal palco, dove l'energia dei musicisti è incontrollabile, per arrivare fino al pubblico, che non solo canta ogni singola parola, ma inizia a creare moshpit e balli scatenati. Divertimento è la parola chiave, nostalgia è quella che risuona di più in mente, soprattutto paragonando i vecchi classici con i nuovi brani, per fortuna ridotti al minimo. Impossibile stare fermi. "So am I still waiting / For this...", così finisce la prima giornata di Hellfest, con la voglia di ricominciare il giorno dopo.

 

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