Avantasia
The Scarecrow

2008, Nuclear Blast
Power Metal

Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 31/03/09

Avalon e Fantasia: Avantasia, un universo al di là dell’immaginazione. La prospettiva utopica viaggiava nella testa di Tobias Sammet già dai tempi di Vain Glory Opera (1998), e riuscì a darle concretezza soltanto due anni dopo con il singolo omonimo e nel 2001 con la prima parte di una Metal Opera che, magari inconsciamente, ha rappresentato una categoria musicale, raggiunto un’importanza di valore storico e restituito la voglia di scrivere i concept album. Erano gli anni del boom “hollywoodiano” dei nostri Rhapsody, dell’irrefrenabile corsa di quei pazzi che rispondono al nome di Edguy, dell’ascesa degli Hammerfall (ve la ricordate Heeding The Call, vero?), delle conferme di Blind Guardian e Gamma Ray. Quando parlo di Avantasia mi riferisco ad un classico del power metal, uno di quei lavori che non fanno classifica perché chi ci ha cantato/suonato/lavorato, bene o male, ha scritto poche righe o pagine intere della nostra “Bibbia”. Ritrovarli tutti insieme, uniti da un’artista appassionato e competente, è una gran bella sensazione.


Le continue richieste, le pressioni dei numerosissimi fan, l’orgoglio, l’ambizione e la voglia di rimettersi in discussione hanno convinto Tobias Sammet a ritornare sui propri passi, smentendo le dichiarazioni che facevano supporre ad un progetto definitivamente concluso col secondo capitolo e annunciando la venuta del terzo, The Scarecrow, anch’esso suddiviso in parte prima (quella di cui parleremo oggi) e parte seconda (prevista per il 2009 o al più tardi per il 2010).


THE SCARECROW
Sono passati tanti anni. Che lo stile di Sammet sia mutato non lo scopriamo col nuovo Avantasia: basta pensare agli Edguy di Hellfire Club/Rocket Ride e avvicinarli agli Edguy di Mandrake/Theater Of Salvation, tanto per farsi un’idea un po’ più precisa.
Lo stile di The Scarecrow, conseguenza logica, è variato, e si basa su un approccio tendente al rock tradizionale rispetto al power metal melodico che ha caratterizzato lo scorso decennio, inclusa la “vecchia” Metal Opera, pur mantenendo quel fascino che sembrava parzialmente “snaturato” negli EP apripista.

Partiamo dai cantanti: non ci sono David DeFeis, Sharon Van Den Adel (Whitin Temptation) Andrè Matos (che ritroveremo nel secondo capitolo) e Rob Rock, ma annoveriamo i subentranti Roy Khan (Kamelot), Alice Cooper , Amanda Somerville e soprattutto Jorn Lande, autore di una performance “miracolosa”.
Purtroppo, e qui comincio con un aspetto negativo, non sempre e non tutti sono messi nelle condizioni di sfruttare al meglio le rispettive qualità, Roy Khan per primo: su Twisted Mind, “spiazzante” brano d’apertura, si misura con una linea vocale anomala, che mal si adatta al timbro particolare del norvegese. Stesso discorso per Alice Cooper e la “sua” The Toy Master, uno dei brani deboli di The Scarecrow.

Le buone notizie provengono dalla title track, The Scarecrow, e una dimostrazione di forza: Tobias non ha perso l’ispirazione, soprattutto quando si parla di atmosfere mistiche e di musica celtica. Come scrivevo poc’anzi, Jorn Lande assume il comando effettivo del progetto, cantando anche meglio rispetto ai progetti che lo coinvolgono e interpretando in modo esemplare il ruolo assegnatogli da Sammet all’interno del concept.
Nonostante il lavoro sia inevitabilmente influenzato dalle recenti predilezioni di Toby, il power metal melodico, quello al quale l’artista tedesco ci ha abituati nel tempo, non manca. Shelter From The Rain ha dalla sua un ritornello etereo, costruito a “misura Kiske”, e la parallela Another Angel Down, che avevamo già avuto modo di apprezzare nel primo EP, accentua l’esecuzione gagliarda di Mr. Lande, in stato di grazia espressiva anche sulla terza sorella: Devil In The Belfry.


La forma è impeccabile, la sostanza non sempre. Abbiamo già “denunciato” The Toy Master, e insisto disapprovando l’avvicendamento Alice Cooper/Sammet, replico infine criticando I Don’t Believe In Your Love e l’accademica composizione, nonostante la buona intersezione vocale tra Tobias e Oliver Hartmann e la prova di Rudolph Schenker. A proposito di chitarre: eccezionale, ancora una volta, l’apporto in fase esecutiva di Henjo Richter (Gamma Ray).

Manca qualcosa? Ma certo: lenti, semi-lenti e ballate. Ci siamo già occupati di Lost In Space, che in questa occasione chiude e non apre il disco, ci limitiamo ad accettare il medesimo stile radiofonico della quarta Carry Me Over (U2?), una via di mezzo tra un semi-lento e un mid-tempo, e non possiamo fare a meno di riconoscere la bontà della teatrale What Kind Of Love (Celine Dion?) condivisa da Tobias con la bravissima Amanda Somerville. D’effetto, infine, Devil In The Belfry, brano che penetra in profondità le barriere emotive: bene Bob Catley (Magnum).


Siamo al resoconto. La saga di Avantasia ambisce a tradursi in poesia ma riparte mettendo in evidenza tanti pro e altrettanti contro, introduce un assetto compositivo anomalo, incline al modernismo, sfoggia uno stile raffinato e sempre ricco di groove.
Il fascino è lo stesso degli anni d’oro, ma ci sono diversi elementi da mettere a fuoco e la sensazione che Tobias Sammet (intervista) possa dare e fare di più, incastrare meglio le caratteristiche dei “suoi uomini” sperando non si abbandoni alla sola ricerca del “tiro commerciale”. The Scarecrow piacerà a tanti, deluderà altrettanti: per quanto mi riguarda si tratta di un segnale di rinascita da verificare col prossimo episodio della Metal Opera e col nuovo disco degli Edguy. Mi ritengo (moderatamente) soddisfatto.





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