Amaranthe
Amaranthe - Special Edition

2011, Spinefarm Records
Metalcore

Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 08/11/11

Non fatevi trarre in inganno dalla copertina: gli Amaranthe non sono i nuovi Black Eyed Peas, bensì la “new sensation” del metalcore scandinavo. L'omonimo album d'esordio preso in esame è stato pubblicato nel mese di aprile da Spinefarm Records ed ha già garantito al sestetto svedese un tour in compagnia dei Kamelot ed uno in supporto ad HammerFall e Vicious Rumors. Oggi, dopo essere stato trainato da ben quattro singoli di successo, “Amaranthe” viene ristampato in una nuova veste speciale con l'aggiunta di due bonus track finali.

A dire il vero, qualche similitudine con la band di “I Gotta Feeling” potremmo tranquillamente tracciarla, non fosse altro per le tre voci che si alternano all'interno dei brani senza una vera e propria soluzione di continuità, oppure per la bellezza provocante della vocalist Elize Ryd, sfacciatamente sbattuta in primo piano ogni volta che l'occasione lo consente (provate a dare un'occhiata alle foto promozionali e ai videoclip di “Hunger” e “Amaranthine”, in cui la cantante intrattiene lo spettatore con sguardi sensuali e balletti a prova di testosterone). Questioni di marketing a parte, la musica stessa lascia trasparire smaccate influenze pop, inserite a forza in un contesto metalcore che, in tutta onestà, fatichiamo a reggere già dopo una prima manciata di canzoni a causa dell'assoluta mancanza di originalità e di un songwriting tremendamente insipido e prevedibile.

Gli Amaranthe strizzano l'occhio alla corrente che qualche anno fa portò al successo i connazionali Sonic Syndicate, per cui aspettatevi tonnellate di melodie banali e sintetizzatori pseudo-anni '80 a mascherare con le loro velleità mainstream la classica accozzaglia di canzonette senza infamia e senza lode. I quattordici brani in scaletta riciclano la stessa struttura interna senza la minima variazione di tema tant'è che già dopo pochi minuti la noia regna sovrana e l'impressione è quella di avere a che fare con una band che oltre ad una produzione d'eccellenza e agli ammiccamenti della propria cantante ha ben poco da offrire (leggi: una Lady Gaga non nasce da un giorno all'altro e se la stessa non si è ancora data al metalcore più ruffiano un motivo deve pur esserci). Infine, quando i Nostri giocano l'ultima carta a loro disposizione (la ballad “Amaranthine”) il disastro si fa sempre più vicino: un pianoforte zuccheroso e una linea vocale alla Céline Dion (per giunta priva della potenza vocale e dell'intensità interpretativa di quest'ultima) inframmezzati da un growl e da una voce maschile totalmente priva di colore suscitano qualche perplessità di troppo per un gruppo di perfetti sconosciuti che nel giro di pochi mesi si sono ritrovati sulla bocca di tutti.

Tanto fumo e niente arrosto, quindi, per una ristampa che non ha motivo di esistere e per una band che ha ancora parecchia strada da percorrere per guadagnarsi una credibilità artistica e una fetta di pubblico che non le giri le spalle qualora la bella Elize smettesse di aggraziarci con i suoi fuseaux attillati e i suoi occhi dolci...





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