Meat Loaf
Hell In A Handbasket

2012, Sony Music
Hard Rock

Ci aveva giurato che sarebbe sparito...ma il pipistrello è scappato, nuovamente, dall'inferno.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 07/03/12

Ecco, l’ha fatto ancora. Ci aveva giurato, Meat Loaf, che lo scorso “Hang Cool Teddy Bear” sarebbe stato il suo ultimo disco come musicista e, seppur non credendogli nemmeno per un secondo, si poteva insinuare un certo dubbio, visto che quel titolo non era altro che l’ennesimo tentativo di emulare quel grande musical che risponde al nome di “Bat Out Of Hell”, seppur senza il suo autore Jim Steinman. A coprire la pochezza della scenografia dello scorso capitolo discografico, una pletora di ospiti altisonanti, il tutto per abbagliare il pubblico con mirabolanti luci melodiche che, per quanto sfavillanti, alla fine sono risultate anche assai evanescenti. Oggi, a poco più di un anno di distanza dal piuttosto inconsistente – eppure comunque stranamente pesante e prolisso – concept, il Nostro mischia nuovamente le carte in tavola e, anzi, arriva ad osare l’inosabile: sostituire il mazzo.

Hell In A Handbasket”, difatti, propone per la prima volta nella carriera musicale del “fu-Marvin”  un’inedita ossatura hard rock priva dell’elemento del grandeur musicale hollywoodiano; perlomeno, negli intenti appare chiaro che questo inciso abbia scelto una strada sonora meno subdola e diretta, eppure sorprendentemente efficace. E’ tutto lì, nell’incipit della crepuscolare “All Of Me”, seguita a ruota da una “Fall From Grace”, canzoni che ci fanno capire che il pianoforte tipicamente rock’n’roll stavolta è più importante della chitarra, e che non ci sono ospiti famosi od altisonanti facilonerie melodiche a distrarci ma, piuttosto, che la potenza del musical riverbera nel soul della Luisiana di “The Giving Tree”. Il “black” ed il “south” sono due sostantivi-chiave di quest’opera discografica: il primo si manifesta, al di là di certe derive facilmente blues, soprattutto negli affascinanti – anche se piuttosto azzardati – inserti hip-hop che arrivano a rompere le atmosfere rock di “Mad Mad World / The Good Gos Is A Worm And She Don’t Like Ugly” e di “Stand In The Storm” (particolarmente malriuscita questa, grazie ad ingombranti atmosfere truzzo-elettroniche), mentre l’elemento country sudista splende nel violino celtico su una struttura al limite dello stoner in “Live Or Die” o nell’hammond progressivo di “Party Of One”.

C’è anche una certa volontà di recuperare l’hard rock settantiano tipicamente Deep Purple in “40 Days” e l’atmosfera power ballad ‘80s (inevitabile questa, se volete) ospitando la sempre mitica Patti Russo su una “Stand In The Storm”, il cui piglio epico della canzone ci fa dimenticare quanto mal riuscita sia il brano gemello “California Dreamin’”. Tutto questo, peraltro, senza mai premere sull’acceleratore. Il disco, difatti, viaggia costantemente sulle coordinate del mid-tempo, senza strafare e ripieno di adulta consapevolezza compositiva, tanto che l’acronimo AOR sarebbe quasi più idoneo – negli intenti ma non nel risultato sonoro – alla definizione di opera “hard rock” come indicato ad inizio di recensione.

E’ davvero un peccato che il disco, nella sua parte conclusiva, paia come accartocciarsi su se stesso, quasi che lo sforzo ed il coraggio sostenuto con le prime 9 tracce fosse davvero troppo per arrivare a concludere degnamente un titolo che, nonostante tutto, getta una nuova luce sui possibili risvolti della futura carriera musicale di Meat Loaf, un artista forse anche consapevole che una frangia estremista di ascoltatori, assuefatti al teatro “Bat Out Of Hell”, potrebbero additare questo nuovo inciso come tremendo quando, invece, richiede solo di essere ascoltato senza alcun pregiudizio (e numerose volte, per entrare in contatto con brani dal feel tutt’altro che immediato).

Il dinosauro del rock, quindi, non è affatto morto e, anzi, non è più nemmeno addormentato; perlomeno, ha rinunciato ad essere quello che non può essere senza le(a) dovute(a) collaborazioni(e), e questo lo fa risultare nuovamente interessante. Se avete messo prematuramente la parola “fine” sulla carriera di Meat Loaf, questo “Hell In A Handbasket” potrebbe farvi cambiare idea. Almeno fino a quando il prossimo inciso in studio non arriverà a smentire tutto quanto scritto sinora, magari tornando nel marasma dei cliché; per adesso, tuttavia, godiamoci il momento senza troppe paranoie.



01. All Of Me
02. Fall From Grace
03. The Giving Tree
04. Mad Mad World / The Good Gos Is A Worm And She Don’t Like Ugly
05. Party Of One
06. Live Or Die
07. California Dreamin’
08. Another Day
09. 40 Days
10. Our Love And Our Souls
11. Stand In The Storm
12. Blue Sky

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