Bloodbound
Book Of The Dead

2007, Metal Heaven
Power Metal

Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 09/04/09

I Bloodbound hanno trascorso un anno travagliato dopo la felice parentesi di Nosferatu (2006); turbolento, di transizione se vogliamo, dodici mesi di instabilità che non hanno impedito alla band scandinava di lavorare e pubblicare, oggi, il suo successore, seppur con una line-up profondamente mutata. In meglio?
Andiamo con ordine: Pelle Åkerlind (Morgana Lefay) ha sostituito alla batteria Oskar Belin che non se l’è sentita di intraprendere un lungo tour e cambiare radicalmente il suo stile di vita. Henrik Olsson (chitarra ritmica), fratello minore della seconda ascia, Tomas Olsson, si è unito definitivamente al gruppo nella seconda decade del 2006 ma la sopraggiunta tranquillità viene minata dai mugugni del cantante Urban Breed che decide di mollare i compagni per concentrarsi su un progetto solista. Dopo cinque mesi di spossanti ricerche, Michael Bormann (Jaded Heart, Bonfire, J.R. Blackmore, Rain) fa il suo ingresso nei Bloodbound e, finalmente al completo, la formazione svedese si rinchiude nello studio di registrazione coprendo i mesi di gennaio e febbraio 2007; oggi siamo in grado di introdurre e commentare l’album che raccoglie il testimone di Nosferatu: Book Of The Dead.

Siamo alle solite: originalità pari a zero, strutture trite e ritrite nei secoli dei secoli, ritmiche copia & incolla, personalità nello stile non pervenuta. Bocciatura in vista? Nemmeno per sogno: comprate il disco, mettetevi comodi e godetevi gli undici capitoli che lo compongono.

Il filo conduttore è la grinta e la passione per un genere che sembra aver detto tutto o quasi; credenziali che permettono ad ogni musicista dei Blodbound di esprimere al massimo le potenzialità artistiche acquisite.
Ne viene fuori un disco efficace, a tratti dirompente, un lavoro che colpisce per la sua trasversalità tra power ed heavy metal, integrando i due generi con misura e gusto.

I ragazzacci nordici centrano il bersaglio accarezzando quasi subdolamente le vostre orecchie per poi tempestarle di fiammanti assoli di chitarra elettrica e ritmiche serrate, il tutto rifinito da cori voluminosi, studiati e registrati affinché possano stamparsi nel cervello ascolto dopo ascolto. Provate a sentire a The Tempter o a Bless The Unholy prima di fare domande: esemplificano scrupolosamente il concetto appena espresso.
Mi domando come farete a restare impassibili sulla cavalcata metallica che porta il nome di Lord Of Battle o sulla stessa opener, Sign Of The Devil, a dimostrazione di come si possano ottenere risultati encomiabili senza doversi scervellare per tirare fuori qualcosa di originale. Grandissimo pregio.
Non mancano i riferimenti agli Iron Maiden più epici; Flames Of Purgatory e Seven Angels beneficiano, infatti, di una spiccata influenza dalla NWOBM che conta, ascendenza che va a raddoppiare quella, pronosticabile, che rievoca gli Helloween di Keeper of The Seven Keys.

Non ci sono episodi a concedere sprazzi di leggerezza, perfino la power ballad Into Eternity riesce a convincere commuovendo; merito (non solo) di un cantante straordinario. Michael Bormann  interpreta e incarna lo spirito di un gruppo battagliero, una via di mezzo tra l’intramontabile Michael Kiske e l’eccelso Jorn Lande. Micidiale.

Book Of The Dead è un album coinvolgente, la cui semplicità è supportata nella dinamica e nel vigore. Non ci sono controindicazioni per un disco che migliora l’ottimo predecessore e che dispensa energia a flusso continuo. New ultra-power sensation.



1.Sign Of The Devil
2.The Tempter
3.Book Of The Dead
4.Bless The Unholy
5.Lord Of Battle
6.Flames Of Purgatory
7.Into Eternity
8.Black Heart
9.Black Shadows
10.Turn To Stone
11.Seven Angels

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