Morta Skuld
Wounds Deeper Than Time

2017, Peaceville Records
Death Metal

"Wounds Deeper Than Time" è un disco sicuramente valido, genuino ed onesto, ma che poco aggiunge al genere, e non frutterà alcun ingresso in pompa magna ai Morta Skuld.
Recensione di Icilio Bellanima - Pubblicata in data: 21/02/17

Un solo EP di 5 brani in 20 anni è poco, davvero poco. Un silenzio, forzato o voluto, che porta con sé tanta ruggine compositiva (indipendentemente che si sia lavorato ad altro o meno nel mentre), oltre che la pressione di dover dimostrare che tale ritorno sulle scene è dettato dalla necessità e volontà di dire qualcosa, non necessariamente di nuovo, purché sia effettivamente "qualcosa". Un preambolo doveroso per i Morta Skuld, quartetto di Milwaukee che tra il 1990 e il 1997 si contraddistinse per il suo death metal "paludoso", guadagnandosi anche un certo status di band culto, militando tra le fila di una etichetta rispettata come la Peaceville Records.
 

Stesso monicker, stessa label, stessa voglia di spaccare le ossa, ma un organico stravolto per 3/4, con nuova linfa vitale che va a dare man forte all'unico membro originale rimasto, il cantante, chitarrista e fondatore Dave Gregor. Ma niente modernismi o brusche rotture col passato, tutt'altro: "Wounds Deeper Than Time" è death metal vecchia scuola, classico, primordiale, privo di qualsivoglia tecnicismo o sperimentazione. La cosa viene messa subito in chiaro con l'opener "Breathe In The Black", dal lento incedere, morbosa ed ossessiva, che non nasconde l'onnipresente influenza floridiana di scuola Obituary, ancor più evidente che in passato e rimasta ben salda al suo posto: voce sgraziata e sofferta, condita da pesanti e continui rallentamenti (ma non mancano bordate di doppia cassa e blast beat, come nella veloce "Hating Life"). Nel comeback dei Morta Skuld risultano però evidenti, nel riffing sempre asciutto e diretto, anche contaminazioni thrash e, in alcuni frangenti, persino hardcore, mentre Gregor non ha assolutamente perso la voglia di infarcire la sua musica di assoli sinistri e malsani. Sia chiaro però, qui non c'è spazio per virtuosismi o "jazzismi" di sorta. È pura e semplice ignoranza quella che viene disseminata dai 4 lungo tutto l'album, trascinata dal preciso drumming di Eric House o dal basso di AJ: quest'ultimo in particolare, quando la fa da padrone con il suo 4 corde, riesce a regalare momenti davvero tellurici e devastanti, come l'attacco iniziale di "In Judgment", cattiva e brutale al punto giusto.

 

L'ascolto scorre via piacevolmente e non mancano le ottime intuizioni, sempre all'insegna della malvagità fine a se stessa, ma si sente la mancanza, in particolare per chi ha ancora nel cuore il loro primo opus, "Dying Remains", di quell'atmosfera nera e torbida, qui un po' appiattita da una produzione pulita, forse troppo, e che poco o per nulla si preoccupa di creare il giusto mood. Assente anche qualsivoglia sprazzo di genio: non che sia una conditio sine qua non in una concezione di death metal così conservatrice, ma che va in parte a vanificare il senso di questo ritorno di fiamma, il cui scopo pare solo quello di puntare dritto al cuore dei nostalgici della prima ora e nulla più (non che sia un male, sia chiaro).

 

"Wounds Deeper Than Time" è un disco sicuramente valido, genuino ed onesto, ma che poco aggiunge al genere, e non frutterà alcun ingresso in pompa magna ai Morta Skuld. Sia a loro che ai fan, tanto del death metal più oltranzista che della band culto stessa, fregherà ben poco però di tale affermazione, ed in fondo è proprio questo quello che conta.





1.Breathe in the Black
2.Hating Life
3.My Weakness
4.Against the Origin
5.In Judgment
6.Wounds Deeper than Time
7.Scars Within
8.Devour the Chaos
9.Becoming One Flesh

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