David Bowie
The Rise And The Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars

1972, RCA Records
Glam Rock

Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 16/06/17

A un certo punto di ogni storia c'è un prima e un dopo. Uno di quei momenti in cui percepisci che sta per avvenire un cambiamento irreversibile. La svolta, il turning point; ha diversi nomi. Nel glam rock si chiama "The Rise And The Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars", o, più semplicemente "Ziggy Stardust".

 

L'anno in cui uscì, il 1972, David Bowie aveva già inciso "Space Oddity", "The Man Who Sold The World" e, soprattutto, "Hunky Dory". Uscito l'anno prima, questo primo capolavoro di una carriera incredibile, si era segnalato sin da subito come una sorta di irripetibile sequela di singoli imprescindibili in una sua ipotetica raccolta. Nessuno escluso. Non fu un successo clamoroso (siamo ben lontani dal personaggio incravattato che scala le classifiche negli anni '80), ma sin dall'inizio, la critica riconobbe in David Bowie un astro nascente della musica rock e del glam, all'epoca poco più che un movimento underground. A seguito di un progetto della portata di "Hunky Dory", al venticinquenne Mr. Jones, sarebbe servito qualcosa di nuovo, di fresco. Ma cosa?

 

Nel 1971, i T-Rex di Marc Bolan davano alla luce il loro primo capolavoro glam: "Electric Warrior". Erano i primi a mostrarsi in giro con vestiti pieni di strass, colori sgargianti, trucco pesante, parrucconi e quant'altro. Era la Londra degli anni '60 e '70, un fermento culturale pressoché irripetibile. Bowie, col suo sguardo attento, ne aveva scorto il potenziale. Non fu il solo. Ricordiamo il coevo Peter Gabriel e i suoi trucchi e le pantomime durante i live dei Genesis di quegli anni. Fu in questo contesto che David Robert Jones trovò la risposta all'ambizioso "Hunky Dory": il concept album. Avrebbe trasformato il suo nuovo album in una rappresentazione multimediale che univa tutto ciò che lui amava: pittura, teatro, pantomime, letteratura e, ovviamente, musica. Di certo non era il primo a raccontare una storia tramite un LP. Non dimentichiamo gli Who di "Tommy" e non solo; andando a ritroso si possono trovare tracce di concept album sin dagli anni '40 con Woody Guthrie.

 

Siamo nel '72. Cosa avrebbe potuto raccontare David se non la liberazione sessuale? Un anno dopo sarebbe uscito "The Rocky Horror Picture Show" che aprì le strade verso un nuovo tipo di approccio alla cosiddetta "normalità". Bowie, tira fuori un personaggio simile al marziano di "Life on Mars" (uno dei brani più famosi di "Hunky Dory"). Trucco pesante in viso, capelli rosso carota, lunghi e scarmigliati, e atteggiamenti difficilmente equivocabili. Gli ammiccamenti sono favoriti da costumi sgargianti e provocanti (se non in mutande come in molti concerti) e da interazioni con i componenti della band che lasciano pochi dubbi a chi assiste - la mossa di compiere una fellatio al chitarrista Mick Ronson è storia. David Bowie, da sempre perfezionista, non contento di sé, continuava ad andare a lezione dal mimo Lindsey Kemp per "imparare a stare sul palco". Stava dedicando tutto se stesso al nascente "Ziggy". Dal punto di vista della formazione, il futuro Duca Bianco reclutò più o meno gli stessi elementi di "Hunky Dory", in particolare, con il sopracitato Ronson si dedicarono a quattro mani alla produzione del disco. Il nome più altisonante che mancò fu quello di Rick Wakeman, il tastierista che già allora faceva parte della formazione classica degli Yes con il quale era nel periodo di maggior successo (sono di quegli anni i capolavori "Fragile" e "Close to the Edge").

 

Pronti via, a iniziare l'album c'è "Five Years" che, col suo incedere lento si fa portavoce di quella che è la notizia che dà il la alla storia contenuta nell'album: il mondo finirà tra cinque anni. Non c'è più corrente elettrica per suonare rock'n'roll e il povero Ziggy Stardust, leader di una band, non può accettarlo e deve darsi da fare. Il brano si pone da perfetta apertura dell'album con il suo sound tipicamente rock anni '70 e da perfetto contraltare gli fa la successiva "Soul Love", pezzo un po' scollegato dalle atmosfere dell'album. Qui, Bowie discute in modo molto cinico l'amore. Esso viene visto sia come quello di una madre sulla tomba del figlio morto per un ideale, o quello di una coppia di amanti, entrambe situazioni descritte nel testo.


"Soul Love" può esser visto come un raccordo tra la lentezza incalzante di "Five Years" e il suo successore: "Moonage Daydream"; in assoluto una delle canzoni più famose dell'intera carriera di Bowie, nonché, visto da molti come il brano simbolo dell'LP e nondimeno uno degli esempi di fulgidi di glam rock puro. "Moonage Daydream" nasceva già un anno prima in un progetto noto come "Arnold Corn" che uscì come 45 giri ma finì presto nel dimenticatoio. È noto che quella versione fosse ben diversa da quella che tutti conosciamo. L'intro di chitarre di Mick Ronson si inserisce nella dissolvenza di "Soul Love" e fa da vero apripista all'intero album, introducendo l'ascoltatore nel mondo fantascientifico e decadente di Ziggy Stardust. Il cantato di Bowie qui si afferma prepotentente. Beninteso che si tratta ancora del Bowie con la voce beatlesiana, quella urlata e in falsetto. Per il suo timbro profondo e versatile dovremo attendere il '75 e "Young Americans".

 

"Moonage Daydream" funge anche come grammatica del Bowie glam: chitarre graffiate, pianoforte classico, ritornelli riconoscibili con cori tipicamente "seventies" e arrangiamenti articolati e ambiziosi. Peraltro, il brano ha anche delle influenze americane, cosa che Bowie ha più volte ammesso. Del resto, tra i suoi modelli ci furono il suo amico e collega Lou Reed e John Cale - i Velvet Underground - seminali per la musica a loro successiva. Terminata l'orgia di "Moonage Daydream", parte acustica la chitarra di "Starman", un altro capolavoro noto in ogni meandro del globo terrestre. Un uomo delle stelle è entrato in contatto con i giovani terrestri comunicando la sua intenzione di salvare il Pianeta. L'arrangiamento elegante, orchestrale e variegato, unito alla forte orecchiabilità del brano - principalmente per il celeberrimo ritornello - hanno reso "Starman" un evergreen della musica mondiale.

 

Abbiamo citato delle influenze americane? "It Ain't Easy" ne è un esempio ancora più lampante. Si tratta di un blues. E non un blues in stile Cream, Eric Clapton o primi Led Zeppelin; è proprio un blues americano che venne inciso da Ron Davies due anni prima. Brano molto noto all'epoca, in questa versione, presenta un'alternanza tra una strofa quasi minimale e un coro che sfocia abbondantemente sul gospel, si caratterizza per essere l'unico "rimasuglio" che David Bowie inserì. Infatti era stato inciso un anno prima per un EP promozionale da distribuire negli USA - peraltro è possibile notare come Bowie forzi anche un accento americano insieme alla corista Dana Gillespie, ma la sua realizzazione era stata pensata per essere inclusa in "Hunky Dory". Per queste ragioni, il Duca Bianco non la eseguì mai dal vivo, se non in una delle BBC Session, dell'anno prima. Si tratta anche dell'ultimo brano del Lato A e, dal punto di vista narrativo, si riallaccia a "Soul Love" trattando argomenti spirituali che hanno a che fare con un'ipotetica visione messianica di Ziggy.

 

Il Lato B si apre con "Lady Stardust". Mick Ronson si mette anche al pianoforte e con Bowie confeziona una perla malinconica e romantica che è dedicata nientemeno che al caro amico Marc Bolan. Il punto di vista, nel testo, è di un fan di Ziggy che ne loda le sue carismatiche interpretazioni sul palco. Poi è la volta di "Star", un brano che, nell'andamento, ha un che di simile alla title track del secondo album dei Velvet Underground, "White Light/White Heat", aggiungendo una riflessione fondamentale al personaggio di Ziggy: essere una "rock'n'roll star" è qualcosa per cui vale la pena? La risposta a cui Ziggy giunge, ovviamente, è un grosso sì. «Varrebbe la pena di fare qualsiasi cosa pur di diventare una rock n' roll star».

 

Come ci si rende bene conto, il ritmo dell'album diviene sempre più incalzante. Dopo la rapida "Star", è la volta di "Hang on Yourself", un brano che si regge su un potente riff e sugli assoli di Ronson. È classificabile come "proto-punk" poiché, come più volte dichiarato da Johnny Rotten, il riff del brano fu di ispirazione, cinque anni dopo, per "God Save the Queen" dei suoi Sex Pistols. Dopo la riflessione esistenziale del precedente brano, Ziggy finisce per lasciarsi condizionare dagli eccessi del rock n' roll sancendo, di fatto, l'inizio del suo declino. Tutto ciò fa da preambolo al successivo capolavoro: "Ziggy Stardust". Lo snodo narrativo principale della storia di Ziggy è il brano che porta il suo nome. «Where are the spiders?», chiede Ziggy. Il suo declino è inesorabile. Da un punto di vista musicale, come si può dimenticare quel riff che dà il la al brano? Il cantato tagliente di Bowie, la crudezza, rendono "Ziggy Stardust" uno dei brani maggiormente noti della carriera del Nostro. Ma, quasi subito, parte: «Hey, man!». Ed è il momento di andare tutti a "Suffragette City". Un brano che si rifà al passato ma che apre la strada al futuro. Il pianoforte sincopato in stile Little Richard o Jerry Lee Lewis, la chitarra tamburellante di Mick, possono essere letti come uno degli esempi più fulgidi del proto-punk in David Bowie. Il testo del brano è molto oscuro e può essere interpretato sia come la richiesta di un ragazzo che vuole esser lasciato da solo con la sua partner sessuale oppure come un mutamento di sesso, da compagno maschile a femminile, come in "John, I'm Only Dancing", singolo uscito a settembre del '72 che riprende tematiche simili. Il brano, di per sé, non venne visto bene sin da subito dall'autore. Inizialmente lo voleva dare ai Mott The Hoople, ai quali aveva già regalato il celeberrimo inno glam "All The Young Dudes", ma loro rifiutarono perché lo considerarono diverso dal loro stile. In seguito, solo tre anni dopo, Bowie lo pubblicò come singolo.


Il teatro, la pantomima, si rifanno vivi, infine, nella stupenda chiusa del disco: "Rock N' Roll Suicide". Si tratta di un'altra celeberrima canzone di Bowie. Un brano che parte quasi folk - come il Bowie dei tempi di "Space Oddity" - per poi trasferirsi su sonorità sinfoniche, quasi a voler enfatizzare le ultime ore di Ziggy, un suicida del rock n' roll. Anni dopo, Bowie tornò su quel testo affermando che per lui ciò significava una sorta di "bicchiere della staffa" alla giovinezza. Dichiarò, esattamente: «Quando sei tanto giovane non riesci a credere che ti possa venire meno la capacità di essere così entusiasta e spavaldo nei confronti del mondo, della vita, dell'esperienza. Sei convinto di avere praticamente scoperto tutti i segreti della vita. "Rock'n'Roll Suicide" era un modo per dichiarare la fine dell'effetto-giovinezza».

 

Finendo così, in bellezza, cosa si può ancora dire su uno degli album che più ha rivoluzionato la storia della musica? Al di là di ogni retorica, potremmo lasciare la parola a Stephen Thomas Erlewine: «Ziggy Stardust, sfarzoso assortimento di riff, hook, melodramma e stile, è il culmine logico del glam», oppure, citando anche un grande scrittore nostrano, Italo Calvino: «Un classico è un'opera che, a distanza di decenni, non ha smesso di avere qualcosa da dire». E Ziggy, a distanza di quarantacinque anni, ha e avrà sempre qualcosa da dire.





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