Death Cab For Cutie
Kintsugi

2015, Atlantic
Alternative Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 28/03/15

I Death Cab For Cutie c'erano già, una decina di anni fa, quando gli indie rockers cominciavano ad affiorare in superficie, molto prima di essere semplicisticamente chiamati hipster. E c'erano, quando nasceva anche grazie a loro una intera frangia di morbido ed essenziale pop-rock, spinto dal lodevole intento di allontanarsi dalle grandi audience in favore di un rifugio in una ricercata intimità, poi però finito per avvelenarsi di pregiudizio nei confronti di chiunque scendesse a qualche compromesso con il pubblico generico. Morale della favola: i Death Cab For Cutie uscirono indenni dalla presenza nella soundtrack di O.C., poi rilanciarono e scrissero un pezzo (un gran pezzo, tra l'altro) d'accompagnamento per gli addominali brillanti del vampiro di Twilight. Ed il coro che si alzò contro di loro fu unanime. Venduti! Mainstream! Buuuh!

 

Va da sé che al fattaccio seguì un disco poco più che interlocutorio, e un quasi-quinquennio passato più a difendere la propria integrità artistica che a parlare effettivamente di musica. Chris Walla, fondatore, chitarrista e compositore, abbandona presto la scricchiolante baracca. Ben Gibbard, restante metà del duo creativo originario, raccoglie i cocci e stampa un nuovo album chiamato "Kintsugi", prendendo il nome (qui le metafore sono veramente facili facili) dalla tecnica giapponese di ricostruire le ceramiche rotte "cicatrizzando" le crepe con l'oro. L'oro, nella fattispecie del lavoro che ora abbiamo tra le mani, sarebbe, in rigoroso ordine sparso: la leggerezza, l'estiva spensieratezza di allegrotte ballate come l'opener "No Room In Frame"; le elettroniche che compaiono a volte in punta di piedi -sullo splendido singolo "Black Clouds", e sul suo coinvolgente quanto semplice refrain, fatto di versi di due sole parole su pochissime note di chitarra-, qui con una certa prepotenza -"Everything's a Ceiling" e "Good Help" hanno più di un sentore di pop di due o tre decadi fa-; l'elegante folk che guida intimi brani come la dolce "Little Wanderer" o le molto più notturne "You've Haunted Me All Your Life" e "Hold No Guns", che con la prima formano una sezione centrale estremamente lo-fi.

 

E' un album malinconico, "Kintsugi", ma che non è mai troppo triste, un album nostalgico ma che non si fossilizza nel rimpianto come tanti suoi simili, un album che esorcizza insicurezze e dolori in una delicata e fragile positività. Che finisce sì, sul lungo termine, a stiracchiarsi e a perdere la sua iniziale carica positiva, annoiando, disseminando in tracklist più di un momento se non del tutto inutile quantomeno abbastanza ingenuo. Ma che appunto, come i più fragili e ingenui -e perché no, autentici- sorrisi, ha almeno per qualche tempo la capacità di contagiare chi l'ascolta, e l'inspiegabile potere di renderlo un po' più sereno, un po' più ottimista.





01. No Room in Frame
02. Black Sun
03. The Ghosts of Beverly Drive
04. Little Wanderer
05. You've Haunted Me All My Life
06. Hold No Guns
07. Everything's a Ceiling
08. Good Help (Is So Hard to Find)
09. El Dorado
10. Ingénue
11. Binary Sea

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