Running Wild
Death Or Glory

1989, Noise Records
Heavy Metal

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 08/11/17

Il pirata più famoso d'Europa? Klaus Störtebeker. I pirati più famosi del football? Il Sankt Pauli, naturalmente. E quelli dell'heavy metal? Senz'altro i Running Wild di Rolf Kasparek.
 
 
A legare i destini di questi tre nomi è Amburgo, capitale anseatica, libera e romantica, che ha dato i natali ad alcune fra le più grandi heavy metal bands di sempre, una città multiculturale che è oggi il crocevia per chiunque voglia avere a che fare con questo genere a qualsiasi livello. E' fra queste strade che oltre trent'anni fa muoveva i primi passi una band fra le più promettenti di quella scena teutonica gelosamente patrocinata dalla Noise Records. I Running Wild erano allora in decisa ascesa dopo due dischi come "Gates To Purgatory" e "Branded And Exiled" ancora piuttosto acerbi e legati all'immaginario tutto pelle, catene e tripli sei. Proprio nel 1986 Roman Polanski fece uscire il suo film "Pirati" e fu lì che il leader Rolf Kasparek ebbe la folgorazione: fuori i cliché di derivazione NWOBHM, dentro bandane, vascelli, storie di pirati e ammutinamenti, tesori nascosti in isole tropicali e quant'altro, un campionario degno della serie TV "Black Sails", con qualche sconfinamento su temi storici (Rolf è da sempre un attento studioso) e corse in moto. "Under Jolly Roger" (1987) segna il cambio di passo, "Port Royal" lo consolida e sintetizza nel sound gli elementi che avevano fatto la fortuna di Iron Maiden e Judas Priest. A noi piace pensare però che tutto il contesto di cui abbiamo parlato all'inizio abbia in qualche modo contribuito all'esperienza dei Running Wild: alcuni testi marcatamente antagonisti, i cori così simili a quelli di tante punk bands in voga sulla Reeperbahn, la provenienza da una città simbolo, il sound dei Running Wild profuma di salmastro e di Mare del Nord e lo si capisce sin dalle prime note di "Riding The Storm", che apre "Death Or Glory" fra chitarre che fluttuano come onde e ritmiche come colpi di cannone. Non fatevi ingannare dal motto militaresco del titolo, se avete dei dubbi sugli orientamenti di Mr. Kasparek, date un occhio alla splendida rappresentazione dei tarocchi in copertina, in cui un nobile brandisce tesori preziosi sotto la scritta "morte" e un povero miserabile cerca la luce sotto la parole "gloria".
 

Con "Death Or Glory", nel 1989 il gruppo getta finalmente le basi per salire sui palcoscenici che contano, e non è un caso che tutto si concretizzi solo in quel momento: rispetto ad altri album della band infatti  Kasparek non è l'unico compositore e la differenza si sente. Con l'eccezione di "Riding The Storm", "Running Blood" e "Battle Of Waterloo" (scusate se è poco), i restanti pezzi sono stati scritti almeno a quattro mani con i gli altri membri.  Logico quindi che "Marooned" incanti con le sue progressioni melodiche e che la strumentale "Highland Glory" metta in mostra tutto il gusto e la tecnica del bassista Jens Becker come aveva fatto la gemella "Final Gates" sul precedente "Port Royal". Niente orchestre bombastiche né voci bianche, Kasparek è un esponente della vecchia scuola e ridisegna l'heavy classico in modo opposto all'allora nascente scuola helloweeniana. C'è tuttavia un pezzo che mantiene vivo il disco nell'albo dei ricordi, ed è "Bad To The Bone", un anthem in cui emerge il lato ribelle e "politico" di Kasparek: oltre a essere costruito in modo esemplare, "Bad to the Bone" è un autentico inno che nasce dalle ceneri della seconda guerra mondiale e che solleva la questione del ritorno di forze politiche estremiste. La canzone denuncia i successi elettorali del partito repubblicano tedesco ultranazionalista nel 1989, che riuscì all'epoca persino a guadagnare dei seggi alla Camera dei Rappresentanti di Berlino. "C'è un nuovo partito in Germania ..." era l'annuncio di Rolf nel tour del 1989 per introdurre la canzone, elementi che fanno più che mai di "Bad to the Bone" una canzone politica. Altra menzione d'onore è per la conclusiva "Battle Of Waterloo", primo e imbattuto esercizio di epic suite dei quattro amburghesi, almeno per scrive. Un brano vincente grazie a pochi, mirati elementi: incedere marziale, coro da battaglia, fraseggi a metà canzone di quelli che ti fanno venire voglia di invadere la Polonia, per dirla alla Woody Allen.

 
Il momento felice della band è testimoniato dalla pubblicazione di "Wild Animal" subito dopo il disco, un EP che include un paio di brani interessanti come la title track e la tellurica "Stortebeker" dedicata al pirata amburghese. Nella future riedizioni (non ultima quella recente in vinile della Noise, consigliatissima) l'EP verrà inserito nella tracklist, fotografia di un periodo fra i più felici per la band tedesca.
 
 
"Death Or Glory" resta uno dei dischi più significativi nella controversa storia dei Running Wild. Senz'altro fu quello di maggiore successo: portò la band nelle charts nazionali al n. 45, partorì un fortunato home video intitolato "Live in Dusseldorf" e fece guadagnare al video di "Bad To The Bone" una certa visibilità su MTV. Se Kasparek avesse perseverato nel concedere uno spazio maggiore agli altri membri in sede compositiva oggi forse racconteremmo un'altra storia. Le scelte del frontman pesano come un macigno sulla carriera della band: nello spazio di pochi dischi infatti i Running Wild esauriranno la loro vena creativa e lo stesso Kasparek si chiuderà in una dimensione più provinciale a base di dischi fatti in casa e poche comparsate. Il resto della storia lo conosciamo, ma se in qualche modo volete tenere vivo il ricordo di un sound così evocativo, consigliamo di ripartire da qui, assieme ovviamente a un bel viaggio ad Amburgo. 




01. Riding The Storm

02. Renegade

03. Evilution

04. Running Blood

05. Highland Glory (The Eternal Fight)

06. Marooned

07. Bad To The Bone

08. Tortuga Bay

09. Death Or Glory

10. Battle Of Waterloo

11. March On

12. Wild Animal

13. Tear Down These Walls

14. Stortebecker

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