At The Drive In
Diamanté

2017, Rise Records
Post-Hardcore

Dopo un trionfale tour di reunion, la band regala ai suoi fans una piccola gemma natalizia
Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 07/12/17

Gli At The Drive In non amano i percorsi tranquilli, le strade battute. Nati nel cuore putrido degli anni Novanta, osannati come eredi naturali di band come Fugazi e Black Flag, dismessi dopo un solo tour (per divergenze tra cantante e band, onde nacquero i Mars Volta) e riuniti nel 2012, per qualche data; poi nuovamente archiviati per quattro anni. Nel 2016 li si dava per spacciati, quando improvvisamente si annuncia la reunion senza Jim Ward e un nuovo album che vede la luce finalmente quest'anno: "In∙ ter A∙li∙a", col quale la band è tornata a fare le faville di un tempo, si è imbarcata in un tour trionfale e, visto il feedback superiore ad ogni possibile aspettativa, ha deciso di fare ai fan un pensierino di Natale. 

 

"Diamanté" è un EP di 3 tracce snelle snelle che prosegue senza incrinature ma non senza sorprese il discorso musicale intrapreso con l'ultimo album. Arrangiamenti elaborati e tesi, uno stile vocale diretto e senza fronzoli e una potente attitudine punk rock conferiscono identità al loro post-hardcore. Anche in questo EP la qualità e la carica a cui è giunta la band sono evidenti, ma il loro stile è come disposto su un piano inclinato che ci fa scendere sulla china intimista e introspettiva ancora inesplorata dall'album.


Il primo brano - "Amid Ethics" - è giocato su un sinistro e teso giro di basso, su cui le chitarre innestano con accordi tenuti e armonie che ricordano, oltre al post-hardcore, l'alternative di inizio anni '90 (Afghan Whigs, i compianti Quicksand), con la cupezza e insofferenza degli anni Duemila. La successiva "Despondent At High Noon" prende le mosse da un paesaggio sonoro prossimo alle cacofonie del noise, che si scioglie poi in un giro in minore con aperture e affondi di chitarra, punteggiato dal martellare dei tom. "Point Of Demarkation" è l'ultimo gradino di questa discesa, un brano lento e sinuoso come una serpe, costellato di tastiere sognanti e segnato dal percuotere del basso: è come sentire i propri occhi cadere dentro le orbite. In breve, questo riuscito EP ci sembra un ottimo segnale dello stato di salute della band e, se pur non raggiunge le vette di alcuni EP del passato ("Vaya" è forse il loro capolavoro ad oggi incontrastato), mostra che ci si può evolvere senza snaturarsi ed emozionare senza essere eccessivamente sopra le righe. Il che non è poco.





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