Dimmu Borgir
Eonian

2018, Nuclear Blast
Black Symphonic Metal

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 29/04/18

8 anni passati dal precedente “Abrahadabra”, rimpasti di formazione e fiumi di inchiostro ad incensare o ad affossare la nuova prova in studio dei Dimmu Borgir: ancor prima di aver visto la luce, “Eonian” si rivela un grande fenomeno mediatico. Che la band norvegese sia riuscita a far parlare un po’ chiunque del suo grande ritorno sulle scene è assodato. Quello che è ancora da dimostrare è la qualità artistica di questo nuovo, decimo album in studio.

Dato alle stampe giusto in tempo per festeggiare i 25 anni di carriera del combo, “Eonian” è quello che non ci si aspetta dai Dimmu. Il primo singolo, “Interdimensional Summit”, è sicuramente difficile da digerire, più vicino all’ambito musicale dei Nightwish che a quello del combo black metal. Il secondo singolo, “Council Of Wolves And Snakes”, seppur piacevole e coinvolgente, è un misto di diversi elementi che in gran parte esulano dal DNA dei norvegesi. Bastano due soli brani e si riesce già a farsi un’idea abbastanza precisa di come è stato pensato questo nuovo album. Le parole di Silenoz, rilasciate al nostro magazine in sede di intervista presso i locali del Rock’n’Roll di Milano alla presentazione di “Eonian” alla stampa italiana, non fanno che confermare ulteriormente quanto già intuito. Tante orchestrazioni, cori fino a più non posso, (black) metal cinematografico che potrebbe giocarsela con la simile visione dei Rhapsody Of Fire di qualche tempo fa. Il metal oscuro ed estremo è ormai relegato nel passato.

La difficoltà di valutare questo “Eonian” è data proprio dal fatto che è problematico catalogarlo: lo si deve considerare un album black o un album sinfonico? O un qualcos’altro completamente. Le etichette ingabbiano l’arte, non la fanno respirare, ma in alcuni casi sono estremamente utili, soprattutto quando servono a dare dei parametri di giudizio. Il trio di pezzi iniziali (“The Unveiling”, il già citato “Interdimensional Summit” e “Ætheric”) è smaccatamente sinfonico e presenta tutti i problemi già segnalati poco sopra e nel contempo mette in luce altre pecche: parti orchestrali in primissimo piano a discapito del lavoro dei due chitarristi, spesso seppellito; ugualmente, Shagrath rimane quasi costantemente in secondo piano, con il cantato pulito dei cori che domina le composizioni; le tastiere, seppur godibili in diversi momenti, vengono presentate sfruttando un effetto che spesso risulta fastidioso. Non un ottimo inizio.

D’altra parte vi è anche un lotto di brani che sinceramente merita un ascolto più attento. Il già citato “Council Of Wolves And Snakes” è una traccia decisamente anomala per i Dimmu. Le varie componenti black, sinfoniche e folk nativo americano si amalgamano alla perfezione dando vita ad un qualcosa di coinvolgente e ipnotico, capace di strisciare sotto la pelle dell’ascoltatore. “The Empyrean Phoenix” è un piacevole ritorno al periodo classico della band, sebbene il bilanciamento degli elementi sia comunque poco preciso. “Lightbringer” e “I Am Sovereign” hanno dalla loro una buona costruzione, in alcuni casi quasi prog, e riescono a rimandare l’ascoltatore a momenti più brillanti della carriera della band. La chiusura dell’album con “Rite Of Passage”, infine, è un buon outro strumentale che non stonerebbe all’interno di una colonna sonora, giusto per rimarcare la componente cinematografica segnalata più sopra.

I Dimmu Borgir che i fan amavano sono definitivamente morti. La visione musicale del trio di membri effettivi Shagrath, Silenoz e Galder ha preso una direzione che li sta portando sempre più lontani dalle loro origini. Che sia un bene o un male non è ancora possibile dirlo. Di sicuro però, per ascoltare e valutare il nuovo corso artistico della band, bisognerà fare piazza pulita di quanto sedimentato nelle menti e nei cuori degli ascoltatori. Soluzione non proprio facilissima. Alla fine dell’ascolto, "Eonian" non è un album da buttare. Effettivamente non ha una direzione precisa verso cui vuole muoversi, pesca un po’ qua e un po’ là a seconda dell’ispirazione del momento, però riesce a dire qualcosa di personale, seppur non facendolo sempre nella forma migliore. Va premiato il voler osare di Shagrath e soci, quel non voler rimanere nel piccolo orticello che dà sicurezza ad ogni band, volendo spaziare invece, magari anche in modo goffo, verso qualcosa che si trova oltre l’orizzonte. Il qui presente voto prende in considerazione tanti fattori, magari anche extra musicali (25 anni di carriera, quanto fatto in passato, etc.), un giudizio una tantum in attesa di una revisione del nuovo corso della band in occasione del prossimo album.



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