Gazpacho
Molok

2015, KScope
Prog Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 29/10/15

C'è un sentore di modernità che incontra il classico, nella musica dei Gazpacho; ci sono un alone di misticismo orientale e un'aria arabeggiante che si mischiano con la freddezza crepuscolare del prog atmosferico moderno. D'altronde si parla di collettivo che proviene dalla gelida Norvegia e che prende il nome d'un piatto mediterraneo, capace di dare -un emblematico esempio su tutti- un titolo matematico come "Algorhitm" a una avvolgente litania di mugugnati mantra.

"Molok" arriva a solo un anno dal precedente "Demon", eletto da più parti come miglior capitolo dell'eccentrica discografia della band scandinava; e col predecessore traccia un sostanziale continuum, mettendo in fila con gusto ed eleganza melodie fiammeggianti di folklore, che talvolta si spengono nella malinconia, talaltra s'arricchiscono di notevoli preziosismi, di inusuali strumentazioni, di ricercati virtuosismi vocali. La musica dei Gazpacho è una creazione di classe, un'opera cesellata con perizia da artisti dotati e coltissimi, capaci di convogliare elementi di diversa estrazione in un unico personale linguaggio: le chitarre etniche di "Know Your Time" dipingono suadenti suggestioni facendosi bastare sole tre note, mentre la voce di Jan-Henrik Ohme s'impegnano in arditi falsetti (con un andamento oscillante che pare richiamare gli storici, striduli vagheggiamenti di un "Godbluff") e le percussioni di Lars Erik Asp paiono scatenarsi selvaggiamente nel tentativo di sollevare desertiche polveri; le tastiere si perdono in traiettorie da carillon sui modernismi cinematografici di "Alarm"; i tempi si dilatano più che mai, nella teatralità della conclusiva suite "Molok Rising".

E' una ricercatezza che finisce però, in questo caso come in tantissimi altri, per diventare un'arma a doppio taglio: nella sua formale perfezione la creazione dei Gazpacho risulta, intevitabilmente, leggermente artefatta, con i suoi oliati ingranaggi che vanno a incastrarsi in pattern che lasciano a bocca aperta in quanto ad eleganza, ma mai capaci di suscitare quel viscerale sbalordimento che fa passare chi ascolta dall'apprezzamento di un brano all'amore incondizionato. Ma, nel condividere tale mancanza d'impeto e incisività con un buon 90% dei propri compagni di genere, va riconosciuto come i norvegesi si dimostrino ancora una volta in primissima fila in quanto a puro valore compositivo della propria proposta.



01. Park Bench
02. The Master's Voice
03. Bela Kiss
04. Know Your Time
05. Choir of Ancestors
06. ABC
07. Algorithm
08. Alarm
09. Molok Rising

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