David Bowie
Heroes

1977, RCA Records
New Wave

"C'è la old wave, c'è la new wave e c'è David Bowie"
Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 09/01/18

"Hitler è stato la prima grande rockstar della storia e il nazionalsocialismo una splendida iniezione di morale". [David Bowie]
 
È forse questo il culmine del periodo più controverso della carriera dell'allora non ancora Duca Bianco. Il cervello in pappa, le narici intasate di cocaina e il fegato costretto a fare gli straordinari per via dell'abuso di alcol. È un David Bowie che gira con la sua auto per le assolate strade della California quello che ha ormai perso la voglia di vivere e che sogna la sua Europa ascoltando "Autobahn" (1974) dei Kraftwerk. Così fuori di sé che viene persino costretto a ritrattare quella dichiarazione spacciandola per "un fatto teatrale volto a criticare l'apatia in cui riversava il Regno Unito" in quel periodo. Del resto David Bowie ci ha sempre abituato a frasi taglienti, senza mezzi termini, spesso dette a mo' di provocazione, tutte facenti parte della sua filosofia di vita: "Le cose ditele alla svelta, senza perifrasi... si risparmia tempo". Un conto è che il suo genio riusciva a superare anche i problemi di dipendenze e male di vivere portandolo a realizzare il sublime "Station to Station" (1976) non intaccando la sua immagine pubblica allora in continua ascesa, un altro conto è che chiunque lo vedesse, smorto, scheletrico, sciupato e fuori controllo, non avesse altrettanti mezzi termini nel definirlo "pronto a morire", così come affermavano due suoi illustri amici, John Lennon ed Elton John. Ma, dalle macerie della loro vita, si sa, i grandi artisti tirano fuori i migliori conigli dai propri cilindri e così, già nella title track di "Station To Station", il Duca rispose un po' a tutti affermando "non sono gli effetti della cocaina, penso che sia l'amore". Stava nascendo una nuova fase della sua vita e, senza neppure saperlo, in pieno periodo dell'esplosione punk, Mr. Jones stava gettando le basi a ciò che sarebbe venuto dopo lo stesso punk: la new wave. Furono i suoi tre album registrati a Berlino a dare il la a tutto il marasma che il mondo della musica avrebbe visto negli anni successivi; si iniziò con "Low" (1977) e si finì con "Lodger" (1979) passando per il sempiterno e unico "Heroes".


Camicia bianca, panciotto e pantaloni neri, capelli color carota tirati a lucido e scenografie essenziali e brechtiane. È questo il Duca Bianco, una delle tante maschere di quello che un tempo era l'esagerato Ziggy Stardust. C'è sempre il teatro e la recitazione nell'opera di Bowie. "Sono un attore, questi sono frammenti di vita.", affermava spesso di sé, aggiungendo anche: "talvolta mi sembra di non esistere nemmeno. Sono come un cumulo di idee altrui". È un teatro diverso, un teatro che vuole raccontare il futuro, un futuro tenebroso, meccanico, robotico, fatto di programmazioni, sequenze, computer... fatto sempre di meno dagli uomini, ormai angosciati nel mondo suburbano e paranoico che sta per arrivare. Ma Bowie ci ha sempre insegnato che le arti non sono settoriali e i barattoli di trucco finiti sulla sua faccia durante gli edonismi di Ziggy ed "Aladdin Sane" (1973) lo dimostrano; c'è di nuovo la pittura nel Duca Bianco, stavolta è una pittura espressionista e le famose foto in primo piano realizzate durante il periodo di Berlino lo dimostrano.


Ma soprattutto, a Berlino Bowie non è da solo: c'è l'amico Jimmy Osterberg, altrimenti noto come Iggy Pop; anche lui ai tempi preda di abusi di droga - si curò in un istituto di igiene mentale per disintossicarsi - . I due erano stati insieme durante i tour di "Station to Station" e quando l'ex Ziggy si trasferì a Berlino, Jimmy lo raggiunse. Fu qui che il padrino del punk produsse i suoi capolavori più riusciti "The Idiot" (1977) e "Lust for Life" (1977), entrambi col patrocinio di Bowie che prestò la voce nei cori della celeberrima "The Passenger". A far compagnia ai due, però, c'erano altri due geni che a quei tempi erano praticamente sulla bocca di tutti: Robert Fripp e Brian Eno.


Eno e Fripp avevano collaborato insieme in due album seminali per il futuro: "No Pussyfooting" (1973) ed "Evening Star" (1975), entrambi arrivati a ridosso dell'uscita di Fripp dai King Crimson (1974) e di Eno dai Roxy Music (1973). Quei due dischi, ad oggi, possono essere considerate delle vere e proprie macchine del tempo. Eno, invero, era già stato durante l'incisione di "Low", album gemello di "Heroes" la cui unica vera differenza fu che le sessioni di registrazione cominciarono ancor prima del trasferimento di Bowie a Berlino, per poi stabilirsi al celebre studio Hansa by the Wall - soprannome dell'Hansa Tonstudio che gli venne attribuito per via della sua vicinanza al muro. A completare il quadretto ci sono Dennis Davis alle percussioni, George Murray al basso e Carlos Alomar, chitarrista ritmico che da tempo seguiva Bowie nei suoi tour.


A far da apripista alla "trilogia berlinese", ancor prima di "Low", ci fu il celebre film "L'Uomo Che Cadde Sulla Terra", freddissimo film fantascientifico tratto dal romanzo di Walter Tevis in cui Bowie recitò la parte del protagonista in una sorta di "proto-Duca Bianco". In seguito venne il citato "Low", gelido, minimale e in piena empatia con lo Zeitgeist della guerra fredda. Dunque fu la volta di "Heroes" la cui copertina in bianco e nero, con un primo piano espressionista di Bowie, pareva prendere una leggera distanza dal predecessore lasciando trapelare qualche barlume di luce in contrapposizione all'allucinato e nero "Low".


L'inizio è quasi sottotraccia, come una sorta di preludio di appena venti secondi, poi parte un muro del suono in pieno stile Phil Spector ed è qui che comincia "Beauty and the Beast". Con il suo connubio di più strumenti all'apparenza quasi sconnessi, Bowie cita il suo passato da cocainomane o almeno è quello che si direbbe interpretando il testo ma, si sa, il Duca ci ha da sempre abituati a liriche oscure, di difficile interpretazione. Già in questo brano si vedranno elementi stilistici riconducibili a tutto il resto dell'album: i riff imperscrutabili di Fripp, le melodie monotone e alienate di Eno, il cantato quasi scanzonato e dissonante di David - che egli stesso aveva studiato per l'amico Iggy Pop nei già citati "The Idiot" e "Lust for Life". Poi è il momento di "Joe The Lion", un brano quasi delirante, suburbano, con Fripp in grande spolvero che si diletta in esperimenti chitarristici tanto melodici quanto geniali.


È il momento della title track. Non stiamo parlando di una canzone qualunque e questo lo sanno anche i sassi. "Heroes" è un brano unico nel suo genere, una valanga di emotività, un appello straziante, l'invito a non andare via gridato da un amante alla sua amata e, sottotraccia, all'intera Europa dilaniata dalla guerra fredda. "We can be heroes, just for one day", grida il Duca raggiungendo vette incommensurabili, urlando il proprio romanticismo al mondo. Sotto, le melodie volutamente ripetitive di Eno, la distortissima chitarra di Fripp, il già citato muro del suono alla Phil Spector, il riverbero che quasi cita il cosiddetto "krautrock" nell'accezione psichedelica dei Can, degli Amon Düül, dei Neu! e, perché no, anche dei primi Kraftwerk. Raccontare "Heroes" in poche righe sarebbe impossibile per qualsiasi appassionato della musica. "Heroes" non è solo una delle colonne portanti dell'intera carriera di Bowie, forse rimarrà in eterno come la più grande e significativa canzone rock della storia. Un gioiello di inestimabile grandezza.

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A dar un seguito ideale al precedente capolavoro arriva "Sons Of The Silent Age", un brano più mesto dove Mr. Jones ritorna al suo antico strumento, il sassofono, conferendo al brano un'aria tanto malinconica quanto alienata. Curioso come questo brano sia stato l'unico a non essere improvvisato durante le sessioni in studio, bensì composto tempo prima. Peraltro, anni dopo, Bowie lo indicò come il pezzo destinato a diventare la title track dell'album al posto di "Heroes", almeno in un primo momento.


Il lato A si conclude con "Blackout", un brano che ritorna sui canoni freddi ed algidi di "Low", degnamente riproposti con un testo oscuro e disincantato. Il lato B, come per "Low", si caratterizza di brani interamente strumentali e il primo a farsi avanti con il walking di basso e i suoi sintetizzatori, è "V-2 Schneider", brano dedicato a Florian Schneider dei Kraftwerk - i quali, poco dopo, renderanno omaggio a Bowie citandolo nella title track del celeberrimo "Trans Europe Express" (1977) "From station to station, back to Dusseldorf City, meet Iggy Pop and David Bowie". "V-2 Schneider" è il brano apripista del secondo corpus del disco caratterizzato da melodie gelide, sintetizzatori deliranti e armonie alienate. E ciò lo si intravede nella successiva "Sense of Doubt", il brano più oscuro dell'intero disco. Con il suo sequencer che ripete le quattro note essenziali di cui è composto, con quella sensazione straniante, "Sense Of Doubt" viene descritta come una sorta di riproposizione delle funeree colonne sonore di film come "Il Dottor Mabuse" o "Il Gabinetto Del Dottor Caligari".


Ma Brian Eno non ha ancora dato il meglio di sé in questo disco. Nel '77 uscì anche "Before And After Science", l'album più famoso del suo primo periodo, prima che si dedicasse alla creazione della musica ambient - che, invero, si era già intravista in quel suo disco così come nelle collaborazioni con Dieter Moebius e i Cluster. Così, in "Moss Garden", già dal titolo, Eno dà all'ascoltatore un assaggio dei lidi dove si dirigerà negli anni a venire. "Moss Garden" è un'avanguardistica annunciazione dell'ambient fatta di due strumenti: il koto (cordofono della tradizione nipponica) e un sintetizzatore che conferisce al brano una sorta di atmosfera zen.


Se "Moss Garden", per quanto straniante, può sembrare luminoso, "Neuköln", rifacendosi al quartiere dei poveri immigrati turchi a Berlino, ridesta quell'oscurità già vista in "Sense Of Doubt". Con un rispolverato mellotron e un inquietante sassofono alla Ornette Coleman, le nebbie della Berlino povera e suburbana, vengono descritte con un vortice emotivo e orrifico.


Dopo l'ultimo acuto di sassofono dissonante, parte "The Secret Life Of Arabia", un brano di collocazione totalmente diverso. Bonghi, chitarre arabeggianti e il ritorno del cantato, ci portano da tutt'altra parte. Ci introducono a "Lodger". Sì, perché, il prossimo album della sempiterna trilogia berlinese si caratterizzerà proprio di questo: armonie e melodie quasi disperse nel deserto Saudita. Con una sorta di dance-rock kitsch ma comunque ancora condito da tonalità decadenti, Bowie dà in parte un assaggio di quella che sarà quella tanto vituperata svolta pop degli anni '80.


Finisce così "Heroes". Lasciando quella sensazione di straniante angoscia condita dal capovolgimento dell'ultima traccia. "Heroes" è avanguardia, è la pietra angolare del rock. L'album che dà il via alla new wave, al new romantic, ma non solo poiché "Heroes" si pone anche come punto cardine dell'ibridazione tra rock ed elettronica. Freddo, algido, eterogeneo ma compatto, intelligibile ma complesso... "Heroes" è tutto questo e molto altro. Per Bowie, invece, come egli stesso ricorderà, "è stata la mia clinica", la casa di cura delle proprie paturnie psicotiche ma anche il simbolo di quella alienazione e meccanicizzazione della società che già all'epoca si intuiva si sarebbe trasformata in una massa di zombie. Del resto, come annunciò la RCA all'epoca dell'uscita: "C'è la old wave, c'è la new wave e c'è David Bowie". C'è solo David Bowie.





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