In This Moment
Ritual

2017, Roadrunner Records / Atlantic Records
Metalcore

Maria, Maria perché sei tu Maria?
Recensione di Costanza Colombo - Pubblicata in data: 15/07/17

Che gli In This Moment ruotino intorno al carisma emanato dall'aureola biondo platino della sensazionale Maria Brink non è mai stato un gran mistero. Peccato che non si possa sperare di continuare a basare un progetto musicale, ormai al suo sesto episodio, su tali presupposti e venir promossi. Da qui l'incipit shakespeariano che prelude alla tragedia che si consumerà nel profondo del fan, almeno quello munito di spirito critico, nel constatare come la band statunitense sia ormai alla frutta. E magari si trattasse della mela di "Blood", magari. Restando in tema, il peccato originale di "Ritual" è la mancanza di verve. Perfino la "Sex Metal Barbie", del precedente "Black Widow", impreziosita da tutto il suo corollario di stereotipi, aveva più fegato di una qualunque delle tracce sotto inchiesta. E non lasciatevi irretire nemmeno da "Roots" la quale vi esalterà giusto per quei due ascolti necessari ad accorgervi che ahimè è uscita dallo stesso stampo della succitata "Blood". La tempera scarlatta però è stata diluita e quanto resta sulla tela stavolta è un'altra dose di gratitudine disfunzionale che ricalca fin troppo la formula allora vincente e stavolta ridondante. Peccato dato che sia lo scioglilingua sul "fuck you a little harder" che la parvenza di grinta in esso profusa, se meglio sviluppata, avrebbero potuto rendere ben più longevo questo secondo singolo.

 

E che dire del primo, "Oh Lord"? Dipende da come ci si approccia al pezzo. Se ascoltato mentre si guarda il video, si verrà tradizionalmente distratti dalla gamma di pregevoli elementi scenici (leggasi non solo la Brink in quanto tale) mentre, se valutato in sola veste audio risulterà abbastanza prevedibile a livello di contenuti. C'è da ammettere però che, insieme alla successiva "River of Fire", il ritmo leggermente boogie di questo primo estratto, a tratti, realizzi probabilmente l'unica innovazione dell'intero disco.

 

Possibile che la band fosse oggettivamente a corto di idee? Questo spiegherebbe la scelta di giocarsi due jolly come "Black Wedding", apprezzabile rivisitazione noir dell'arcinoto successo di Billy Idol, feat. niente meno che Rob Halford, e la cover tendente al doom di "In the Air Tonight" di Phil Collins rispettivamente come seconda e terza traccia. Radiofonica e catchy l'una, purtroppo niente di che l'altra.

 

Lungi dal voler minimizzare la proposta e le motivazioni degli statunitensi, che negli anni hanno promosso un'encomiabile campagna pro-freak non solo dal vivo ma anche sui loro social, era lecito nutrire aspettative che si spera verranno soddisfatte in futuro.

 

Come affrontare quindi questo disco e il di esso tour promozionale? Come quando si va al cinema per vedere uno di quei film di fantascienza che stanno in piedi solo sugli effetti speciali e si ridimensionano di molto sul piccolo schermo. Allo stesso modo è innegabile che il freak show della corte di Maria Brink meriti di venir sperimentato quanto più vicino possibile al palco e non semplicemente in cuffia, almeno non stavolta.

 

Se la sceneggiatura della saga di Trasformers non ha più speranza, qualcuno però riscriva quella degli In This Moment prima che sia davvero troppo tardi.





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