Last In Line
Heavy Crown

2016, Frontiers Records
Hard Rock/Heavy Metal

Recensione di Valerio Cesarini - Pubblicata in data: 24/03/16

Lo sappiamo, lo sappiamo che ne avete già avuto abbastanza del "maledetto 2016", dove in pochi mesi si è decimata l'èlite dell'hard rock mondiale, portando poi al conseguente sciacallaggio giornalistico per cui chiunque trapassi era l'eroe del rock.
E lo stesso mondo della musica è forte di questa contraddizione, fra tributo e speculazione, fra nostalgia e improbabili onde da cavalcare. Eppure, nulla di tutto questo è, purtroppo, ciò che ha sancito l'inizio e forse anche la fine dei Last In Line, supergruppo formato nel 2012 da niente meno che Vinny Appice, Vivian Campbell, Jimmy Bain e Claude Schnell.

 

Questa è la stessa line-up che ha accompagnato il compianto Ronnie James Dio, suonando sul disco che dà il nome a ciò che essi hanno costruito come tributo al defunto frontman e che si rivela, a pochissimi giorni dall'uscita, come il ricordo di qualcuno che fuori dal mondo terreno non avrebbe proprio dovuto esserci: Jimmy Bain, storico bassista, muore il 23 gennaio scorso prima di un'esibizione proprio con i Last In Line: quando si dice uno scherzo del destino.
Ma ne ha avuto di tempo, Bain, per completare un lavoro e dare un'identità alla sua ultima band, includendo alla voce il cantante Andrew Freeman e liberando dall'incarico il tastierista Schnell, così da ricreare esattamente la situazione di four-piece band che originò il processo creativo nei primi periodi con Dio.

 

Hard Crown risulta dunque la prima testimonianza musicale del ricordo di Ronnie James Dio, ma, con tale premessa, risulta una proposta quantomeno interessante.
Oltre ad essere un prodotto dei membri originali della band, dunque un tributo senza malizia e originale fino all'ultima nota, infatti, il disco esplora tutti i territori dove Dio ha lasciato traccia, anche quelli più impensabili; inoltre, la voce e le attitudini di Freeman non vengono lasciate in disparte, ma anzi assecondate, e, complice anche la produzione, utilizzate per arrivare ad un prodotto decisamente moderno.

 

Il singolo che anticipa il disco, Devil In Me, sintetizza accuratamente quanto già detto: riff mastodontici e intricati viluppi metallici vengono rinfrescati da una vocalità certamente differente da quella del compianto frontman dei Rainbow, meno tagliente e più piena, accompagnata da strumentisti consapevoli e soprattutto da un Vivian Campbell in grande spolvero.
Se si sente il Dio dell'omonimo gruppo anche nel brano successivo Martyr, però, ci si stupirà quando il quartetto propone sonorità familiari sì, ma avulse dal contesto nel quale Bain e co. erano inclusi.
Dalla terza track Starmaker in poi, infatti, risulta chiaro l'intento di coprire tutta la carriera di Ronnie James, questa volta toccando anche il suo periodo nei Black Sabbath (toccati in una interessante commistione anche in track come Already Dead) con ritmi più lenti e cupi, accesi dai soliti Freeman e Campbell ed anche da un'oculata valutazione del tempo storico.

 

Heavy Crown è infatti un disco che, dietro alla forma di tributo, veicola una proposta fresca, godibile e soprattuto credibile quando inserita nel 2016: produzione moderna, vocalità e melodie che strizzano l'occhio all'hard rock moderno -stupitevi: possono somigliare agli Alter Bridge, i quali di certo da questi musicisti sono stati influenzati.
Addirittura potrebbero risultare più "artificiali" gli espedienti, riff e soli fra pentatoniche e squeal, che ci permettono di ricordare con precisione le esperienze di Dio.

 

Ma se ci si dovesse perdere fra le rassicuranti braccia del rock anni '90 di Curse The Day o fra l'intricata struttura della titletrack, chiudendo anche con atmosfere laid-back e chitarre acustiche suonate con l'aggressività che al genere compete, si ritroverà la retta via nella consapevolezza che si tratta comunque di un disco rock, viscerale, potente e verace.

Suonato alla perfezione, anche se su quest'aspetto c'erano pochi dubbi, inaspettatamente moderno benchè fisiologicamente non scevro da reminiscenze che a qualcuno possono sembrare ruffiane o forzate, Heavy Crown coniuga le sonorità del passato con i suoni moderni, dona altra luce alla chitarra di Vivian Campbell e non snatura -rischio più importante- la cifra artistica di Andrew Freeman. 

E' dunque triste che si debba ricordare questo disco non solo per il suo obiettivo primario, ma anche per la fatalità avvenuta pochi giorni prima dell'uscita, tarpando le ali ad uno dei pochi tentativi di "tributo" che avessero ragione d'essere e che fossero stati affrontati con intelligenza.
Al netto di tutto ciò e pur riconoscendo una certa, forse inevitabile, mancanza di originalità nel senso più stretto del termine, Heavy Crown risulta un disco certamente da possedere per l'appassionato di hard rock e heavy metal, immancabile fra i cultori di Ronnie James Dio ma decisamente NON un prodotto per soli collezionisti.

 





1. Devil In Me
2. Martyr
3. Starmaker
4. Burn This House Down
5. I Am Revolution
6. Blame It On Me
7. In Flames (Bonus Track DeLuxe Edition)
8. Already Dead
9. Curse The Day
10. Orange Glow
11. Heavy Crown
12. The Sickness

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