Sepultura
Machine Messiah

2017, Nuclear Blast
Thrash Metal

Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 15/01/17

«Veniamo dalle macchine: torniamo solo a ciò da cui veniamo»: così, nelle parole di Andreas Kisser, il nocciolo di ispirazione del 14esimo album - un concept - dei Sepultura, prodotto ultimo di una trentennale carriera, corsa tra incredibili successi, traversie di line up, abissi di buio, quasi scioglimenti. Chi, tra i metallari degli anni '90, non ha amato capolavori come "Beneath The Remains, Chaos A. D.", il sublime "Roots" (27esima posizione su Billboard 200 ndr), capirà poco la trepidante attesa del vecchio fan con le borchie opache.

 

Il nuovo lavoro procede sul solco del precedente e conferma la buona forma raggiunta dalla nuova line up. Dopo l'intro sostenuta, dipanata tra una melodia inquietante e la chitarristicamente poderosa autopresentazione del Dio Macchina, le perle iniziano dal secondo brano, "I Am The Enemy", che riporta i vecchi fan a un thrash a loro più congeniale, equidistante dal death/black degli esordi, e dal sound del periodo Cavalera: la proposta musicale dei Sepultura odierni è qualcosa tra lo sludge/groove, l'hardcore e l'alternative, con qualche tastiera di troppo. Ad ogni modo, le idee e la classe non mancano. Brilla l'ottimo lavoro del sempre valido Kisser, con uno stile che si apre ad un ventaglio di soluzioni, spesso orientate al metal classico, qua e là più avventurose, come nella bella strumentale "Iceberg Dances", che sconfina senza tema e con brio nella world music; e brilla la performance della sezione ritmica, in particolare del batterista Eloy Casagrande, che dal 2011 ha il compito che fu di Igor Cavalera. Ma...
... perchè i sintetizzatori? Un pezzo come "Sworn Oath" non sarebbe comunque carico, epico e aggressivo? Non si potrebbe fare tranquillamente a meno di loro in "Phantom Self"? Perché lo scialbo e indigeribile latte nel caffè nero? Ritorniamo in carreggiata alla grande con la successiva "Resistant Parasites", una delle highlights del disco, insieme alla successiva "Silent Violence": una badilata sulla faccia. «Il Messia, se tornerà, sarà un robot, un umanoide o un salvatore biomeccanico», dice ancora Kisser, in quale ha scelto personalmente per l'artwork del disco una tela dell'artista filippina Camille Dela Rosa, intitolata "Deus Ex Machina". «L'idea è quella di un Dio Macchina che creò l'umanità e adesso sembra che il ciclo si stia chiudendo... ritornando al punto di partenza».

 

A farci completamente dimenticare le tastierate di cui sopra è però la violentissima "Vandals Nest", cioè quanto di più vicino si possa pensare alla furia originale dei brasiliani. "Cyber God" chiude con stile un album non perfetto, ma tra i più validi prodotti dalla band negli ultimi anni, certo quello col suono migliore, la miglior performance e, in breve, il più valido dall'abbandono di Igor.





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