Manowar
Louder Than Hell

1996, Geffen Records
Heavy Metal

Recensione di Federico Mainardi - Pubblicata in data: 05/07/13

Questo è, probabilmente, il disco più tamarro della storia dell’heavy metal. Si suole dire che i Manowar li si ama o li si odia: adorati dai loro fan, con cui intrattengono da sempre un rapporto esclusivo fatto di attenzioni, brani dedicati e fede reciproca, i Manowar sono invisi a chi non ne tollera il corredo di esaltazioni del machismo, proclami inverosimili, idolatrici inni al metallo tanto sentiti da scivolare nel grottesco. Se la qualità indiscutibile dei primi quattro album è valsa al quartetto newyorkese un posto d’onore nella storia dell’epic metal, la loro produzione successiva induce il critico ad un moto perennemente ondivago tra argomenti pro e contro, tra la tentazione di promuovere e l’impulso di cassare questa band. “Louder Than Hell” è un disco verso cui chi scrive prova sia amore che odio, non riuscendo a prescindere dai suoi aspetti grossolani ma, nondimeno, venendone coinvolto ad ogni ascolto, al punto da dover sentire e risentire brani come “Return Of The Warlord” o “The Gods Made Heavy Metal” quasi compulsivamente. Ecco, il registro psicoanalitico si presta bene all’analisi di un gruppo tanto estremo nelle proprie scelte stilistiche e contenutistiche: un gruppo così coerente con se stesso da richiamare l’inflessibilità della fissazione, un gruppo capace di scrivere “Brothers Of Metal, Pt. 1” in cui la parola metal ricorre talmente tante volte da far congetturare l’esistenza di una 'metal-lalia', novella patologia da aggiungere ai manuali diagnostici…

“Louder Than Hell” è forse l’espressione più compiuta dell’integralismo metallico dei Manowar. Vede la luce dopo “The Triumph Of Steel” (il cui lunghissimo opener “Achilles, Agony and Ecstasy in Eight Parts”, pur non esente da momenti stucchevoli, rappresenta l’apice compositivo della band) e rispetto al predecessore è più diretto, depurato da ogni fronzolo superfluo come in un’ideale distillazione della potenza temprata del quartetto. Due cose di “Louder Than Hell” si rendono subito evidenti. Anzitutto il tessuto ritmico, omogeneo al limite della povertà, eppure dannatamente efficace: reiterando una manciata di soluzioni ritmiche convincenti, Joey DeMaio, Karl Logan e Scott Columbus riescono a conferire ai brani una solidità eccezionale (d’altronde, si sa che la ripetizione minimamente variata è il talento dei Manowar: basti pensare a titoli e testi che ruotano sempre intorno ai medesimi termini ricorrenti, con i quali i Nostri hanno forgiato ben 12 album in studio!). In secondo luogo risaltano gli inserti fortemente melodici che spezzano una tracklist altrimenti troppo granitica, a riprova del fatto che i combo più duri del mondo del rock sono anche quelli capaci delle melodie più sentimentali: in questo caso (trattandosi di un gruppo di supermachi) il sentimento si profonde nell’epicità quasi melensa di “Courage”, fatta apposta per valorizzare la voce portentosa di Eric Adams, della parte iniziale di “King” e nelle atmosfere affascinanti ed elaborate di “Today Is A Good Day To Die”. Per il resto il disco è tutto un’unica, possente cavalcata metallica che si snoda tra brani robusti e travolgenti, fino a raggiungere l’apice con la famosa (e pacchianissima) “The Power”, in cui Adams si sgola e gli altri membri sembrano voler portare al limite i loro strumenti, lanciati in una sfuriata frenetica. Due tracce sono particolarmente degne di menzione: le già citate “Return Of The Warlord” e “The Gods Made Heavy Metal”. La prima è l’ideale prosieguo del brano che apriva lo storico “Into Glory Ride” del 1983; la seconda coinvolge per il suo mood fiero e trascinante, a prescindere dal testo che, dopo le inziali e suggestive immagini cosmogoniche, si involve in una buffa pantomima toccando il fondo coi versi But The Enemies Of Metal We Can't Forgive / Cause We Believe In The Power And The Might

I Manowar sono così: li si ama o li si odia, oppure tutte e due le cose insieme. Brani semplici ma convincenti, attitudine kitsch ma discreta tecnica, testi ingenui ma innegabilmente divertenti… Sono il gruppo più puro della storia dell’heavy metal, o il più buffo? Sono da prendere sul serio o da guardare con la compiaciuta complicità con cui si va a teatro? Sono degni dell’autentico culto che i loro fan gli riservano, o sono la band portavoce dell’intransigenza di una permanente età adolescenziale? Chi scrive non lo sa, ma intanto “The Gods Made Heavy Metal” prorompe dalle casse, per l’ennesima volta…



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