Vandenberg's Moonkings
MK II

2017, Mascot Records
Hard rock

Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 07/11/17

C'erano una volta gli anni '80 e... Ci sono ancora. Il sound affilato delle chitarre delle band di punta dell'hard rock non pare esser mai passato di scena. Non sarà un caso se sono sempre di più coloro che innalzano a "cult" tutti quei sodalizi del decennio degli Eigthies che fecero scuola del genere come: Journey, Mötley Crüe, Van Halen, Scorpions, Europe e i Whitesnake. Ed è proprio la band di David Coverdale che diede il la alla carriera di Adrian Vandenberg, il fondatore del progetto denominato, appunto, Vandenberg's Moonkings, qui presenti con "MK II".

 

Il chitarrista olandese ritorna a tre anni di distanza dal loro primo lavoro eponimo. "MK II", si pone come un seguito perfetto, che mantiene il canovaccio stilistico del predecessore. Adrian si serve delle sue solite chitarre distorte e personali apparendo come l'unico vero solista di rilievo. Poi c'è Jan Hoving che ripropone una timbrica familiare - mantenendo il filo diretto con predecessori che si perdono nelle passati decadi sino ad arrivare al capostipite Robert Plant - e Mart Nijen-Es che, alla batteria, pare trovare una chimica perfetta con il bassista Sem Christoffel.

 

"Tightrope" è il pezzo che fa da apripista. Potente e dinamico, funge da perfetta introduzione per gran parte dei brani che lo seguiranno. In esso si possono udire le caratteristiche sopracitate che si riscontrano anche nelle successive tre canzoni: "Reputation", "Angel in Black" e "The Fire" (la traccia più lunga del disco con quasi otto minuti), tutti brani che, sin dal titolo, tendono a guardare alla tradizione hard rock. Non è da meno "Walk Away", il quinto pezzo, il primo che pare variare un po' gli schemi preposti. In un album hard rock, infatti, non può mancare di certo la ballata maliconica, coadiuvata dal pianoforte. "Walk Away" è comunque un brano che concede un attimo di respiro al disco, allentando la forte energia che avevano portato le prime cinque tracce, mantenendosi su standard tipicamente rock, ma allo stesso tempo rimanendo distante da celebri power ballad come "Is This Love" dei Whitesnake o "Carrie" degli Europe.

 

Dopo il primo spartiacque del disco, ritornano sin da subito overdrive e potenti riff con "All Or Nothing", un pezzo caratterizzato da un predominio della linea di basso di Christoffel. Nella successiva "What Doesn't Kill You" riaffiora un po' di malinconia come in "Walk Away", mentre "Ready for the Taking", con un tempo più compassato, pare assumere tonalità vicine al blues dando la possibilità a Hoving di esprimere al meglio tutto il potenziale delle proprie corde vocali. Da essa si discosta totalmente "New Day", un brano rapido, condito da tinte quasi spaziali che vengono favorite dalla tastiera nell'intro del brano. "Hard Way", a un primo ascolto, potrebbe persino sembrare un tributo agli AC/DC. Finita "Hard Way", con "Love Runs Out" si ritorna al blues di "Ready For The Taking". A concludere il disco c'è "If You Can Handle The Heath", una sorta di summa di tutto l'album in una canzone. Essa infatti è costruita con un andamento boogie come "Love Runs Out", ma riesce perfettamente a strizzare l'occhio ai primi quattro brani, quelli che ripropongono di più il canovaccio tipico dell'hard rock anni '80.

 

Il secondo capitolo della saga Moonkings di Adrian Vandenberg, seppur breve, si presenta come un album di ottima fattura che si attiene alle caratteristiche primarie del genere presentando anche qualche chicca al suo interno. Di certo non si potrà parlare di un album innovativo ma, per tutti gli amanti del genere, questo è l'album ideale, quell'omaggio ai classici che aggiunge qualcosa di più alla già consolidata epica hard rock.





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