Nosound
Afterthoughts

2013, Kscope Music
Post Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 07/05/13

Emigrato in tempi non sospetti in terra britannica per inseguire il proprio sogno di musicista, Giancarlo Erra nel corso degli anni è riuscito ad affermarsi come uno dei più rilevanti nomi italiani nel mondo del post-prog rock, forte dell'approdo alla prestigiosissima etichetta KScope, di ambiziosi progetti con monumenti del settore come Tim Bowness, del riconoscimento della critica per i riusciti lavori della sua creatura principale, i NoSound. Con "Afterthoughts" l'artista romano cerca di rinverdire i fasti del quasi-capolavoro "Lightdark", tentando di far compiere al suo main project il passo decisivo per l'ingresso tra le più grandi realtà del genere.

 

In questo quarto lavoro in studio Erra ripropone immutate le coordinate stilistiche del precedente "A Sense Of Loss" e del successivo EP "At The Pier": musica dal forte potere immaginifico, da ascoltare nella quiete dei sensi, lasciandosi lambire dal fluire d'emozioni cui dà vita una voce sempre carezzevole, sussurrata, malinconica. Di notevole delicatezza è anche l'accompagnamento strumentale, con costruzioni di chitarra pacate e minimali se si tralascia qualche guizzo gilmouriano, raffinati intermezzi di archi, una batteria d'un ospite d'eccezione (Chris Maitland, già dei Porcupine Tree) a fare da unico, solido sostegno d'un così etereo insieme. Tuttavia, pur essendo l'offerta evidentemente scritta con passione e sentimento e curata nel dettaglio, bastano pochi minuti per accorgersi che in "Afterthoughts" c'è qualcosa che non funziona alla perfezione, che gira a vuoto. Già l'opener "In My Fears" si sviluppa a foggia di crescendo, creando aspettative per un'esplosione emozionale che, alla fine, non c'è. E la cosa si ripete tale e quale in troppi altri episodi: ci si ritrova a brancolare tra pezzi d'inaccettabile piattezza (i soporiferi cinque minuti di "Encounter" o della conclusiva title track) e climax incompiuti, nell'attesa di una scossa che, nella maggior parte dei casi, non arriva.

 

Arrivano sbadigli, piuttosto, e tanti. Non bastano la più concreta "Wherever You Are" e l'inatteso impeto di sanguigno struggimento sul finale di "Paralysed" per ravvivare l'attenzione dell'ascoltatore, irrimediabilmente persa nel torpore delle prime sei tracce. D'altra parte la sensazione che si stesse veleggiando verso un eccessivo appiattimento s'era già cominciata a provare con le uscite precedenti, e in "Afterthoughts" non si vede nessun significativo cambiamento di rotta. Permeate da una costante sensazione di deja-vu, l'ispirazione e le emozioni appassiscono, e il disco costruito su di esse non può che venir fuori asettico, freddo, semplicemente noioso.





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