Orphaned Land
Unsung Prophets & Dead Messiahs

2018, Century Media
Prog/Folk

Un album dall'indubbio valore culturale e che ci lascia con nell'aria la fragranza di quel fiore che non si schiude completamente ma affida la certezza della propria bellezza alla fragilità del frammento
Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 09/02/18

Correva l'anno 2004 quando con una mareggiata dal furore biblico, l'oceano di Mabool ci travolse col suo carico di tensione e poesia. Dopo i due seminali "Sahara" ed "El Norra Ahlila", esordi ancora un po' ruvidi ma già tratteggiati da guizzi di notevole personalità, "Mabool" ne coglieva i frutti maturi protendendosi dal bordo di una mirabile scogliera alta sette lunghi anni; una scogliera rosa dalla rabbia di un pugno di ragazzi israeliani, plasmati dalla leva senza fine nel proprio paese, che preferirono di gran lunga il culto degli strumenti musicali a quello del fucile. Già perchè il death metal che incideva col fuoco le arabescate narrazioni progressive di brani come "The Storm Still Rages Inside" ed addolcito da piccoli rari gioielli in latino come "Building the Ark", con buona pace del Sergente Hartmann, dava voce, in un coro di molteplici linee vocali e strumentali, al sincretismo dei monoteismi ed al riconoscimento della "differenza" dei popoli come ricchezza e spinta alla ricerca di un comun denominatore. Note spargevano al modo delle gocce d'acqua, futuri semi a sbocciare nel deserto, così come già gli arabi tempo prima, nell'irrigare terre apparentemente ostili alla fecondità.

 

Dopo "Mabool", l'interesse per gli Orphaned Land crebbe e fu placato dai fumi densi di "The Neverending Way of Or Warrior", sacrificato sull'altare delle giuste aspettative. La fame d'ascolto veniva lautamente sopita con un album ricco ancora di sfaccettature musicali, profondamente progressivo al punto da affermare con un pizzico di ironia, che la presenza di Steven Wilson ha fatto più bene a loro che agli Opeth. Progressivo ancora al punto da lasciare nei brani più densi, il sapore orientale del lungo racconto ed in quelli folk più brevi, il gusto dell'attesa, il fascino suggestivo di una cornice capace essa stessa di narrare una pluralità di dettagli sonori come nel migliore dei romanzi ottocenteschi. Certo la matrice death si era indubbiamente più limata a favore di una maggiore melodia, ma restava la ricchezza espressiva, esuberante e colorata, mai soffocante di un vasto affresco musicale, dal grande impatto strumentale e lirico.

 

Il death metal ha avuto nel sound degli Orphaned Land quell'energia propulsiva capace di legare in una continuità suggestiva ed efficace di immagini, epoche in cui la divinità era una moteplicità di dei e dee, un volto riflesso in uno specchio in frantumi nel pantheon di questo mondo, ai secoli nei quali i monoteismi ricomposero quel volto salvo ritrovarsi poi a dominare i frantumi dell'altro volto, quello più umano della nostra storia più recente.

 

Nel 2013, la spinta propulsiva del death-prog si esaurisce. La band entra in orbita ed inizia a fluttuare, mentre di quei ragazzi restano solo due uomini ormai maturi e consci di un messaggio che nella musica ha trovato la forza di materializzarsi. Prima di andarsene, Yossi Sassi, con-fondatore e chitarrista polistrumentista, firma il suo ultimo album. Un disco che orbita nello spazio di quel periodo di riassestamento, segnato da altri cambi in formazione: "All Is One" è un discreto disco heavy-folk metal. La release spiazza non poco chi ha seguito la band fin dal tramonto degli anni 90. Le sue strutture fortemente melodiche e semplificate appianano le tensioni narrative, adagiano le più intime progressioni sulle spiagge di un sound più accessibile, a vantaggio della fruibilità di un messaggio di pace cui la musica del gruppo si sottomette docilmente, carezzata dalla mano sempre più presente della componente folk tradizionale.

 

Nel 2018, "Unsung Prophets & Dead Messiahs" (UP&DM), riparte esattamente da qui. Senza reali strappi, si armonizza musicalmente fra il gusto ordinatamente progressivo di "The Neverending Way of Or Warrior", nella sua prima metà; e la pianura luminosa e facilmente percorribile di "All Is One", nella sua seconda parte, sebbene il death torni ad incidere il minutaggio nella riuscitissima "Only The Dead Have Seen The End of War", con la voce autorevole di Tomas Lindberg degli "At The Gates".

 

Opener dell'album, "The Cave", introduce una rivisitazione del famoso mito della caverna di Platone, dal V libro della sua "Repubblica". Intrappolati nella caverna della illusioni di questo mondo, crediamo reale quel che si manifesta agli occhi, mentre non si tratta che di proiezioni, misere scenografie che in una sciarada d'immagini abbaglianti distolgono dal buio reale in cui la caverna giace sepolta.

 

 

"One can easily forgive a child who is afraid of the dark
But one cannot forgive a man who is afraid of the light"

 

 

Che sia la caverna del fanatismo religioso, o quel buio personale nel quale ciascuno vive la seduzione dei propri demoni, un fatto è certo: gli Orphaned Land rapiscono immediatamente l'attenzione. Affidata ad una remota voce femminile, la nenia di quei primi secondi in apertura del brano, si fa immagine di spazi luminosi che andremo ad abitare con l'ascolto. Tuttavia anche "The Cave", insieme a tutta la prima parte del disco, è essa stessa una piccola illusione proiettata sulla parete della caverna platonica. L'impressione immediata è quella di un gruppo che, messa a distanza di sicurezza l'esperienza del discreto "All Is One", riscopre il fascino delle lunghe narrazioni.

 

Il ritorno alle origini è parziale. Se "We Do Not Resist" ci restituisce un Kobi Farhi più graffiante che nella bellissima "Fail" di qualche anno fa, i brani successivi brevi e corali, nella loro brevità arricchita di sottotrame musicali di matrice folk, tornano ad irretire col fascino dell'immediatezza. D'altra parte un uso sapiente della dissolvenza, ad opera di un perfetto intreccio di cori puliti, "In Propaganda", e di un avvicendamento soffuso di chitarre, "All Knowing Eye", garantiscono quella preziosa continuità, quella cornice di cui sopra, che tiene vivo l'incanto del presagio. "Yedidi" non coinvolge come una "Saphari" ma è pur sempre il seme di una terra che non rinnega alle proprie sofferte origini, il sapore dell'amicizia, ed è così che introduce un'altra lunga narrazione: "Chains Fall To Gravity", purtroppo l'ultima del lotto, caratterizzata da affusolate linee vocali ed un pregevole solo firmato Steve Hackett, nume tutelare del rock progressivo la cui presenza chiarisce, quasi programmaticamente, una ridefinizione del sound verso un generale ammorbidimento delle partiture metal. UP&DM è allora un'opera di progressive folk rock? Nel momento in cui parrebbe rivelarsi una qualche risposta, "Like Orpheus", accattivante e ruffiano up-tempo, catapulta sulla scena la voce di Hansi Kursch. L'ugola bardica dei Blind Guardian indurisce quel tanto che basta le melodie da far risultare il singolo di lancio quantomeno straniante nel contesto finale del disco.

 

"Anyone who holds a true opinion without understanding is like a blind man on the right road"

 

Eccoci dunque al giro di boa. "Poets of Prophetic Messianism" fa sua l'intensità del miraggio: il coro affresca, stavolta in greco antico, melodie degne di "Mabool"; l'assonanza con "Building The Ark" è talmente forte da rinnovare le migliori aspettative mentre la sua brevità ne immalinconisce l'ascolto.

 

Inizia così una seconda parte puntellata di frammenti sonori di gran pregio in cui heavy e rock proiettano le proprie luci sul bianco telo dell'immancabile caleidoscopio di strumenti tradizionali valorizzato dal solito missaggio eccellente. Se è vero che va riconosciuta ai nostri la capacità di condensare in pochi minuti, leggerezza e profondità espressiva, dall'altra, un'eccessiva frammentazione può indebolire l'esperienza d'ascolto, specialmente nel caso di una band che ha avuto sempre il proprio punto di forza nell'intreccio fra elementi di sfondo e lunghe narrazioni musicali.

 

Nell'ultima metà dell'album manca infatti il grande affresco, il vortice finale che fonde la cornice col dipinto. Alla frammentazione della tensione musicale, corrisponde una ancor più intensa tensione lirica, per fino ad avere la sensazione che la musica sia definitivamente piegata all'importanza del concept, del messaggio. Sono riflessioni che non impediscono comunque di contemplare la costellazione dei brani: "Left Behind" con i suoi cori impeccabili oppure "Take My Hand", col suo irresistibile lavoro di chitarra ed il suggestivo finale affidato alla voce di Farhi, tutti spiccano singolarmente per la loro brillantezza e non lasciano indifferenti. Il già citato brano con alla voce Lindberg degli At The Gates infine ruggisce e scuote l'albero carico di frutti della melodia, definendo un uso limitato ma anche per questo più incisivo delle harsh vocals, scagliandole lì dove la forza del testo non ammette altra soluzione.

 

In UP&DM, ritroviamo la cornice e il quadro, nel loro insieme corale suggestivo e appassionato ma è nel cuore del dipinto che sembra mancare un elemento di raccordo, allontanandoci da quello sguardo d'insieme cui la musica degli Orphaned Land ci ha sempre abituato, ed avvicinandoci ad un approccio canonico, basato sulla singola canzone.

 

Questa sensazione diventa fortissima nell'ultima struggente traccia dell'album, il cui titolo "The Manifest - Epilogue", riprende il tema e i versi conclusivi di una canzone di Victor Jara, poeta e cantautore cileno ucciso dal regime di Pinochet all'indomani della sua ascesa al potere. Uno di quei "dead messiahs" che seppur resi ciechi dalla morte, continuano a percorrere "the right road".

 

 

"Canto que ha sido valiente
Siempre será canción nueva"

 

 

Questi quasi 5 minuti avrebbero potuto introdurre proprio il brano chiave, la lunga narrazione-vortice che ricompone i frammenti e ne rivela il disegno e con un gusto lirico completamente rinnovato rispetto al contesto prettamente biblico degli esordi. Quella "canciòn nueva" che avrebbe sancito con profondità la conclusione di un album dall'indubbio valore culturale e che ci lascia con nell'aria la fragranza di quel fiore che non si schiude completamente ma affida la certezza della propria bellezza, alla fragilità del frammento.





01. The Cave
02. We Do Not Resist
03. In Propaganda
04. All Knowing Eye
05. Yedidi
06. Chains Fall To Gravity
07. Like Orpheus
08. Poets Of Prophetic Messianism
09. Left Behind
10. My Brother's Keeper
11. Take My Hand
12. Only The Dead Have Seen The End Of War
13. The Manifest - Epilogue

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