Weezer
Pacific Daydream

2017, Atlantic Records
Pop, Hip Hop

Recensione di Simone Muzzoni - Pubblicata in data: 05/11/17

Dopo appena un anno è già tempo per il nuovo album dei Weezer, band californiana capitanata dall'istrionico frontman Rivers Cuomo. Questo nuovo "Pacific Daydream" segue cronologicamente il quarto disco omonimo del gruppo, già passato alla cronaca come il "White Album", che aggiungeva un nuovo capitolo al fortunato trend delle copertine monocromatiche, iniziato con il successo del "Blue Album", datato 1994.

 

"Pacific Daydream" dodicesima prova in studio dei 4 (ex?) rockers di Los Angeles nella loro ormai più che ventennale carriera, inaugura il nuovo contratto firmato nel Febbraio scorso con la Atlantic Records, allungando ancora la serie di album in studio rilasciati dalla band negli ultimi tempi (ben 7 dischi in 12 anni, con un altro già in arrivo). Periodo di grande prolificità per i Weezer quindi, a cui però non sempre è corrisposta un'adeguata qualità della proposta musicale: iniziando con "Make Believe" del 2005, per arrivare al "White Album" dello scorso anno, è stato un susseguirsi continuo di sperimentazioni dai dubbi esiti (ritmi hip-hop, parti vocali rappate, drum machine), e timidi tentativi di ricreare il sound rock più corposo degli anni '90. Sperimentazione che è il leitmotiv di questo "Pacific Daydream", che contamina il synth-pop e l'alternative con un calderone sonoro che va dall'hip-hop al reggae, alla musica latina ed elettronica.

 

Il disco è trainato dai singoli "Mexican Fender", "Beach Boys" e "Feels Like Summer", curiosamente anche il primo trio in scaletta, rilasciati sul sito della band ancor prima dell'annuncio dell'uscita dell'album, contemporaneamente alla partenza di un nuovo tour europeo insieme ai The Orwells. Già dal titolo dell'opera, e del secondo singolo, "Beach Boys", si può intuire come l'album sia un tributo al "west-coast pop" americano e agli idoli musicali d'infanzia di Cuomo. Sembra ormai quasi sotterrata l'anima rock e alternative del gruppo che riaffiora in minima parte solo nei solari riff di chitarra di "Mexican Fender", brano zuccheroso, estivo e radio-oriented in pieno stile old-Weezer, mentre gli altri singoli sembrano perdersi in scialbe canzonette synth-pop che hanno poco a che spartire con il sound della band; lo stesso trend si trascina stancamente lungo la maggior parte dei brani, da "Happy Hour" fino alla conclusiva "Any Friend of Diane", lasciando una sensazione sgradevole di ripetitività e di cantilena, che denota una certa confusione nel songwriting oltre che una cronica mancanza di idee.

 

Sono ben pochi i brani che riportano alla luce un barlume del sound dei vecchi Weezer, che riaffiora a tratti nel breve intro acustico di "QB Blitz", o nelle atmosfere romantiche di "Sweet Mary", brano però tutto sommato abbastanza trascurabile. L'unico pezzo capace di spiccare sugli altri sembra essere "Weekend Woman", una ballata soft dai ritmi delicati e sognanti, in cui la voce quasi sussurrata di Cuomo riesce per una volta a cullare l'ascoltatore, rievocando le atmosfere soffuse ed i suoi ricordi adolescenziali, che hanno reso unici i brani più belli della band.


Solo sul versante dei testi si nota una linea di continuità col passato: non si è spezzato il legame con l'infanzia ed il mondo del college, espresso dalla passione per gli sport più seguiti in America ("La Mancha Screwjob" richiama lo scandalo nel mondo del wrestling del'97 ai danni di Bret Hart, mentre "QB Blitz" si rifà alle azioni del football americano), oltre che dai sogni infranti, le sofferenze d'amore, i dissidi interiori e la difficoltà nel comunicare con gli altri: tutti frammenti della personalità complicata di Cuomo che, tradotti in musica, hanno suscitato fin dagli esordi dei sentimenti di sincerità ed empatia, distinguendo i Weezer da tante altre band del genere, sincerità che ora sembra sempre più esser svanita.

 

Un album estivo arrivato ad autunno inoltrato, dunque, che non può essere che una delusione e far posto a tanti rimpianti per ciò che la band ha saputo dare e potrebbe dare ancora, se solo riuscisse a ritrovare la propria strada. Il frontman sembra però, da recenti dichiarazioni, non pensarla allo stesso modo. Cuomo: ha infatti annunciato un'altra uscita discografica per il prossimo maggio (che dovrebbe chiamarsi "Black Album", tanto per portare una ventata di novità), spiegando ai fans che dovranno aspettarsi un lavoro "più moderno ed elettronico"(?), non influenzato dalle sonorità degli anni '90.

 

Non riguardano la mania sperimentale le critiche che ci sentiamo di muovere ai Weezer: innovare il sound di una band non è un dato negativo in sé, soprattutto dopo 25 anni di carriera, purchè si riesca seguire un filo conduttore con ciò che si è rappresentato in tutti questi anni, oltre al fatto che la frenesia compositiva dell'ultimo decennio quasi mai è andata di pari passo con l'ispirazione dei brani. Non crediamo che artisti del calibro di Cuomo, Bell, Shriner e Wilson abbiano ormai più qualcosa da dimostrare, se non a se stessi, pertanto sarebbe auspicabile un'attesa maggiore per i lavori futuri, in modo da rielaborare meglio le idee e proporre una qualità musicale più consona. In tutto questo la band si trova al momento già impegnata in un tour mondiale, nel quale condividerà anche il palco con i Foo Fighters, in Australia ad inizio 2018: ci auguriamo che potrà essere l'occasione, per i presenti, di riascoltare i pezzi vecchi e nuovi in una nuova veste, capace di riaccendere la luce di una band che è stata tra le più importanti di sempre in ambito alternative rock.





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