Paul Weller
Saturns Pattern

2015, Parlophone
Pop Rock

Recensione di Giulio Beneventi - Pubblicata in data: 11/06/15

E' bello essere Paul Weller: puoi fare il cavolo che vuoi e nessuno ti dice niente; puoi cambiare mille volte direzione in 12 album da solista e nessuno si lamenta. Anzi, ti osannano. Del resto, non potrebbe essere altrimenti: sei un'istituzione, il Modfather, un eroe underground, in certe ampie zone britanniche lontane da Liverpool sei il Paul nazionale. Per Dio, hai suonato nei Jam e Style Council. La tua musica è rispettata a priori. Tutti amano la tua energia, la tua smania di strafare e di volerti sempre rinnovare, anche quando la sperimentazione ti porta lontano dai tuoi capolavori, inesorabile verso ostili lidi fatti di album “neutri” e decisamente sotto tono come il precedente trio “22 Dreams”, "Wake Up The Nation","Sonic Kicks". Sei immune dalle critiche anche quando aggiungi irriducibilmente alla tua discografia per la quarta volta di seguito un lavoro debole e non propriamente a fuoco.

Puoi permettertelo. Perchè sei l'ultimo mod in giro, sei tu che detti la moda e la nuova tendenza da te decisa per il nuovo Saturns Pattern -primo edito per la Parlophone e prodotto da Jan “Stan” Kybert- è un miscuglio di vecchie influenze, quasi una sorta di album tributo ai classici che ami in chiave moderna, molti ovviamente di ambito sixties, dai Beatles ai Traffic (title-track), dagli immancabili Kinks fino a un Lou Reed in botta di qualche nuova droga ("Going My Way", "Long Time"), con annessi azzardi in campo psych rock (“Pick It Up”) e trapianti di modernizzati Zz Top nell’inusuale stile Black Keys ("In The Car..."). Si ok, neanche tu sai bene cosa stai facendo e molti pezzi risulteranno a malapena gradevoli, decisamente poco originali e in diverse occasioni addirittura banali (“Phoenix”, “I’m Where I Should Be”), come una stramba risposta a "New" di McCartney. Sei solo consapevole che dei 9 brani in scaletta, scritti e registrati nei Black Barn Studios di tua proprietà, te ne convincono appieno soltanto due -guarda caso gli unici che si sottraggono alla “natura-tributo”, evitando di essere macinati come pallide scopiazzature del classico di riferimento- ossia “White Sky” e “These City Streets”. Ma non te ne frega nulla perché hai la brillante idea di posizionarle strategicamente in posizione di apertura e di chiusura e dilatarne i tempi in lunghi sfoghi strumentali, andando poi a riempire l'acerbo mare sonoro in mezzo -comunque di durata esigua- di ospiti tuoi fidati amici, da Andy Croft a Steve Cradock, da Josh McClorey degli Strypes al tuo vecchio amicone nei Jam Steve Brookes, mettendoci anche quella band che ti ha fatto tanto innamorare, quei Syd Arthur, a curare gli arrangiamenti atipici che insieme ad uno stuolo di suoni elettronici, voce stra-effettata e moog deliranti renderanno al primo ascolto accattivante e fresca anche la natura stantia del nuovo prodotto.

Basterà. Andrà bene. Alla gente piacerà. Non può essere altrimenti. Tu sei Paul Weller.





1.            White Sky

2.            Saturns Pattern

3.            Going My Way

4.            Long Time

5.            Pick It Up

6.            I'm Where I Should Be

7.            Phoenix              

8.            In the Car...  

9.            These City Streets

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