Steven Wilson
The Future Bites

2021, Caroline Records
Pop Rock, Synth Pop

L'artista inglese volta completamente pagina e mette la firma su un album straniante, cupo e come sempre di classe.
Recensione di Mattia Schiavone - Pubblicata in data: 29/01/21

Per qualsiasi artista arriva il momento per cambiare le carte in tavola durante la propria carriera. Sono poche le band che hanno costruito tutte le proprie opere sulle stesse fondamenta: capita spesso invece che il percorso sia diversificato, frutto della maturazione artistica o della semplice voglia di espandere i propri confini. Di questa seconda categoria fa parte Steven Wilson: il polistrumentista inglese, dopo anni da leader dei Porcupine Tree, ha deciso di mettersi in proprio, abbandonando le venature più feroci della propria musica e riuscendo comunque a mettere in fila una serie di lavori eccezionali, adulati da qualsiasi cultore del progressive rock. Considerati questi aspetti, se già l'ultimo "To The Bone" (2017) aveva dato alcune avvisaglie della volontà di Wilson di esplorare nuovi territori musicali, può risultare quasi traumatico approcciare il nuovo album "The Future Bites".

 

Come già ampiamente anticipato, con questo lavoro l'artista inglese abbandona completamente il progressive, sviluppando sempre più venature pop, che ricordano più i decenni passati che i successi da classifica di oggi. La durata media scende vertiginosamente e le strutture vengono semplificate, dando vita a brani più orecchiabili, ma questo obiettivo non viene raggiunto a scapito della qualità degli arrangiamenti. Wilson dimostra, infatti, di trovarsi a proprio agio anche nei nuovi territori, componendo pezzi solidi anche dal punto di vista sonoro, impregnandosi di molte influenze, ma riuscendo comunque a riempirli della propria personalità. Oltre che per le grandi novità, l'album risulta forse straniante anche per l'accostamento di brani ed elementi molto diversi tra di loro, che vanno quindi a minare una certa coesione di fondo. Questa consapevole contraddizione musicale si riflette anche nell'aspetto tematico, che sviluppa alcuni degli argomenti presentati in "To The Bone", come la feroce critica al consumismo e ai social network, portando quindi a una riflessione interiore su dove si trovi il corretto compromesso tra realtà e mondo virtuale.

 

L'album si apre con la doppietta "Unself"-"Self": se la prima fa da breve introduzione al lavoro, la seconda mostra immediatamente Wilson a proprio agio in un'atmosfera completamente nuova. Ritmi danzerecci si sviluppano a partire da una sezione ritmica di chiara matrice pop ottantiano, a cui vengono aggiunti elementi più moderni, dando vita a una piacevole commistione di elettronico ed elettrico. Sulla stessa lunghezza d'onda sono "Eminent Sleaze" e "Follower", costruite anch'esse su intrecci di cori e falsetto. L'atmosfera cambia completamente, in modo quasi straniante, con la magnifica "King Ghost", pezzo più dark e lento, che musicalmente ricorda una versione più moderna dei primi Depeche Mode, innestando virate trip hop su una base claustrofobica che si apre poi nei vocalizzi del ritornello. Su principi simili vengono costruite anche "Man Of The People", permeata da lontani echi dei Pink Floyd di "Welcome To The Machine", e la conclusiva "Count Of Unease", tra le tracce migliori del lotto, con il suo lento incidere fino ad un finale quasi commovente. A metà tra i due estremi si posiziona il singolo "Personal Shopper", forse il brano che può rappresentare meglio l'intero album, grazie al mood oscuro che si intreccia ai ritmi sostenuti e ai cori femminili del ritornello. In mezzo a tutte queste novità, c'è anche spazio per "12 Things I Forgot", nella quale ritroviamo il vecchio Steven alle prese con una piacevole ballata, che avrebbe potuto tranquillamente far parte del progetto Blackfield o di uno degli album dei Porcupine Tree.

 

Dunque, capolavoro o buco nell'acqua? Come molto spesso capita, la verità sta nel mezzo. Pur non avvicinandosi a perle del calibro di "Hand. Cannot. Erase." (per quanto risulti oggettivamente difficile paragonare lavori così diversi), "The Future Bites" è un album di qualità, con il quale Wilson dà prova ancora una volta della propria classe. Assimilando e sviluppando la lezione di diverse band che hanno segnato la sua crescita musicale, l'artista inglese riesce ad approcciare e a rendere proprio un genere mai esplorato in precedenza, mettendo la firma su insieme di brani solidi e ben arrangiati, che ha l'unico grosso difetto in una mancanza di coesione. Da ultimo, può sembrare quasi scontato parlando di lui, ma occorre sottolineare la qualità dei suoni e una produzione, ancora una volta, ai limiti della perfezione. Per quanto possa essere un lavoro di difficile approccio, l'unico consiglio che possiamo dare è quello di dimenticare temporaneamente il glorioso passato di Steven Wilson e godersi questa ennesima dimostrazione di talento: a quel punto sarà difficile rimanerne delusi.





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