The Rasmus
Dark Matters

2017, Playground Music Scandinavia
Alternative Rock

Recensione di Giulia Franceschini - Pubblicata in data: 07/10/17

Piume di corvo tra i capelli, trucco nero sbavato. Chi non si è imbattuto almeno una volta nel faccino angelico di Lauri Ylonen che canta "In The Shadows"? Una carriera trascinata e scostante quella dei The Rasmus, che sfornano successi ("Dead Letters") e si prendono pause, cercano ispirazione oltreoceano con Desmond Child ("Black Roses") e poi, dopo la pubblicazione del precedente lavoro omonimo, spariscono per altri 5 anni. Ed eccoli partorire un nuovo capitolo della loro discografia degenerata ormai sempre di più in un promiscuo dark-pop. Se nei primi lavori si era intravista una vena rock più onesta (si pensi ai bei tempi da "Into" a "Hide From The Sun"), con gli anni e i dischi, il sapore melenso un tempo latente ha preso il sopravvento, innaffiato qua e là con suoni sintetici, coretti e strazianti storie di amori turbolenti.

 

Si arriva quindi al 2017 con "Dark Matters". Noi siamo cresciuti; Lauri, Eero, Aki e Pauli pure. Quello che ritroviamo all'interno di questo disco così covato è solo una minima parte di quelle sonorità che tanto ci piacevano e che hanno caratterizzato i primi dischi dei finlandesi. Invece è decisamente più evidente il prepotente slancio a braccia aperte verso il radio-friendly, il tutto in una formula e in una struttura ormai datata e abusata da loro stessi (volendo esagerare, anche a partire dalla curiosa consonanza con il passato "Dead Letters"), ma senza la freschezza di un tempo.

 

Non c'è evoluzione in brani come "Paradise" o "Nothing", gli apripista della nuova-vecchia storia dei The Rasmus. Percepiamo un barlume di speranza con il doppio pedale e il drop di "Wonderman" che però spezza brutalmente la piacevole tensione con un ritornello zuccheratissimo. C'è tempo anche per una sferzata da discoteca con "Empire", seguita da una parvenza di chitarre sotterrate da drum-machine e da una voce iper lavorata in "Crystalline". Con la simil-ballad "Black Days" recuperiamo qualcuna delle sfumature più piacevoli che ci riportano indietro di qualche anno, con melodie ridondanti che lasciano spazio a qualche secondo di chitarre nude. Finalmente. "Silver Night" è una canzone quasi estiva nel ritornello, con una linea vocale a tratti anche interessante. La chiusura è affidata ad altri due lentoni piuttosto eterogenei, o forse è meglio dire dai contorni indefiniti e quasi banali in "Dragons Into Dreams".

 

Probabilmente dieci anni fa "Dark Matters" sarebbe stato un disco innovativo, seppur solo a livello di suoni. Il risultato è banalmente la scelta di una direzione: i The Rasmus hanno deciso da anni di indossare un vestito di cui nemmeno loro sembrano essere molto convinti. In quanto a songwriting, non c'è movimento né sviluppo rispetto al passato (anche quello più recente), il che non sarebbe neanche una tragedia se solo si fosse dato ai brani un altro colore. L'aspetto che infatti risalta maggiormente alle nostre orecchie è la produzione che, per quanto nettamente migliore rispetto a certi lavori del passato, ma non superiore a quella di "Black Roses", non è ciò che ci si aspetta accingendosi all'ascolto di un disco rock - per quanto già con "Black Roses" si fosse intesa la scappatoia pop-oriented adocchiata dal combo finnico. Riserviamo le nostre ultime speranze di teen nella resa dal vivo di tutto ciò che questa band ha ancora da dare.





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