Pink Floyd
The Wall

1979, EMI
Progressive Rock

Un'esauriente descrizione dell'uomo nella sua interiorità ed esteriorità, messa magistralmente in musica
Recensione di Mattia Schiavone - Pubblicata in data: 16/04/18

"After all it's not easy
Banging your heart against
Some mad bugger's wall"

 

Dieci anni prima della caduta del Muro di Berlino, i Pink Floyd eressero il loro "The Wall". A oggi la più celebre rock opera della storia della musica non ha minimamente perso il suo devastante impatto. A garantire l'immortalità del doppio disco in oggetto, oltre all'aspetto puramente musicale, l'universalità delle tematiche trattate. Le fondamenta dell'immacolato divisorio tra quel us and them mai così tanto rimarcato dal quartetto, affondano nel vissuto di colui che ne era ormai diventato l'egemone: Roger Waters. Dopo la pubblicazione di "Animals", all'apice del loro successo, gli equilibri non erano particolarmente rosei all'interno della band. Nessuno dei quattro si trovava a proprio agio con il ruolo di rockstar e, in quel periodo, furono diverse le occasioni in cui, soprattutto il succitato bassista, dimostrò con insistenza la propria insofferenza verso il grande pubblico e le dinamiche dell'industria musicale. Fu proprio a partire da questo aspetto, oltre che dai traumi accumulati fin dall'infanzia, che Waters iniziò a costruire il concept semi-autobiografico di "The Wall", incentrandolo sul personaggio Pink.

 

L'album analizza in modo spietato e cinico vari contesti sociali e politici a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, conflitto durante il quale perde la vita il padre del protagonista, esattamente come quello del regista. Pink cresce e con lui la pila di mattoni. Una madre iperprotettiva ("Mother"), un sistema scolastico alienante e intimidatorio ("The Happiest Days Of Out Life", "Another Brick In The Wall Part 2") e i ricordi di un'infanzia infelice ("Goodbye Blue Sky") contribuiscono ad innalzare il Muro entro il quale il protagonista si isola progressivamente. Dopo l'introduzione "In The Flesh?", tutto questo viene proiettato nella mente dell'ascoltatore attraverso suoni potenti, sicuramente più viscerali rispetto a quanto i quattro avevano abituato il loro pubblico. Fin dalla prima esplosione presente in "The Thin Ice", il primo disco è un susseguirsi di rabbia, tristezza e solitudine magistralmente messe in musica. La sezione ritmica è il cuore pulsante del lavoro: ipnotica nelle tre "Another Brick In The Wall", nervosa in "Young Lust", fino alle vere e proprie deflagrazioni di "One Of My Turns", e l'assoluta tristezza di "Don't Leave Me Now". Il punto di forza è infatti come atmosfere e melodie riescano ad esplicare perfettamente il messaggio intriso nei testi. È su questa base che Gilmour, comunque diretto da Waters, è in grado di far urlare e piangere la propria chitarra, arricchendo diversi brani con alcune delle sue performance più celebri.

 

Il secondo disco, dopo l'iniziale speranza data dall'ottima "Hey You", è un concentrato di cinismo e malessere, che si sviluppa a partire dall'oscura "Is There Anybody Out There?", conclusa da un magnifico arpeggio. Attraverso le atmosfere malinconiche e nostalgiche di "Nobody Home" e "Vera", si giunge poi alla leggendaria "Comfortably Numb", brano storico nel quale tutta la classe e il talento di Gilmour brillano di luce propria, dando vita a due assoli giustamente annoverati tra i migliori mai scritti. Ricordando l'educazione ricevuta sui banchi, volta a formare maschere informi senza alcuna differenza e non singoli individui, è proprio Pink, trasformatosi da rockstar di successo a gerarca, a sfruttare a suo vantaggio la massa ormai priva di identità. Tutto questo viene illustrato nel trittico composto da "In The Flesh", "Run Like Hell" e "Waiting For The Worms". Se l'ultima si presenta come una vera e propria marcia propagandistica fortmente collegata al concept, sono la rabbia e la follia i sentimenti trascinanti delle prime due, soprattutto nel duetto colmo di tensione di "Run Like Hell", costruita sul geniale utilizzo del delay di Gilmour. Ma anche per Pink arriva la resa dei conti: ormai esasperato e terrorizzato, il protagonista si arrende ("Stop") e viene idealmente messo sotto processo in "The Trial", brano in cui l'espressività di Waters raggiunge forse le vette maggiori e al termine del quale il muro viene simbolicamente abbattuto. La conclusiva "Outside The Wall" rappresenta la morale della storia: la vitale importanza della comunicazione umana.

 

"The Wall" è un'esauriente descrizione dell'uomo, con tutte le sue paure e incertezze e delle dinamiche che governano i rapporti interpersonali. La solitudine e l'isolamento forzato in cui si arrocca Pink, vengono estesi all'intera umanità, a tutt'oggi incapace di abbattere quelle barriere, non soltanto simboliche, che la frammentano. Quasi quarant'anni dopo la sua pubblicazione, questa opera d'arte rappresenta ancora una delle più esplicite denunce politiche e sociali contro oppressione e tensione globale. Proprio a sottolineare la circolarità di questi eventi, è la stessa melodia con cui si apre e si chiude il lavoro, suggellata dalle parole conclusive "Isn't this where..." che si collegano al "...we came in?" udibile durante il primo secondo di "In The Flesh?". Per ogni Muro abbattuto, ne verrà eretto un altro.





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