Queens Of The Stone Age
Villains

2017, Matador Records
Alternative Rock

Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 25/08/17

Estate. Louisiana. Sole che crepa la terra, fata morgana sull'asfalto, all'orizzonte. Un uomo biondo vestito di pelle nera, occhiali da sole e un'aria tesa, aspetta nervosamente a un crocevia, giochicchiando con le borchie della custodia della sua chitarra. Evidentemente aspetta qualcuno. Fuma una cicca dietro l'altra.
Hai una sigaretta?, chiede una voce alle sue spalle. Il biondo esita, aggrotta la fronte, ma non si volta.
Mi servono. Ho un appuntamento.
Joshua, ragazzo mio, - sorride la voce con fare malizioso - avvicinati, prima, dammi una cicca e poi, se vuoi, ti insegno qualche trucco con la chitarra... -
Josh Homme non ha bisogno di voltarsi per capire con chi sta parlando. Abbassa la testa, si guarda gli stivali in pelle di serpente e vede agitarsi tra loro l'ombra di un paio di piedi caprini. E di una piccola affilata coda rossa a punta. Sono le prime due cose singolari che vedrà, quando due mani rosse gli coprono il viso...

 

Delirio di un recensore abbandonato nel deserto senz'acqua? Piuttosto si tratta del plot deducibile dalla copertina dell'ultimo attesissimo album dei Queens Of The Stone Age:"Villains", composto e inciso nel più assoluto segreto, in uno studio blindato (lo stesso in cui contemporaneamente incidevano i Foo Fighters), senza nessuna collaborazione o featuring.


A differenza del precedente "...Like Clockworks", ricco di collaborazioni e ospiti, uscito ormai quattro anni fa, a proposito del quale già supponemmo che il buon Homme avesse stretto un patto col Maligno, per poter produrre un album così bello e ricco, dopo i deludenti due precedenti. Nuovamente in compagnia del fonico Mark Rankin, fabbro del sound del suo predecessore e vincitore di numerosi premi, Homme ha scelto però come "lead productor" il britannico Mark Ronson, responsabile del successo dell'album "Back To Black" di Amy Winehouse, già collaboratore di Bruno Mars ed egli stesso musicista. Il quale, afferma, una volta ammesso al "cerchio magico" (che ironicamente Homme chiama: la nostra Jacuzzi!) si è trovato nella difficile situazione di dover produrre il disco dei propri idoli, rendendolo unico. Ci è riuscito?
Partiamo proprio dal sound: i risultati ottenuti da Mark & Mark hanno dell'incredibile, essendo i due riusciti nel traguardo di rendere ancora più complesso e ricco il già ricchissimo e personalissimo sound del precedente album: per cui aspettatevi ancora un impasto sonoro caldo ma pungente, chitarre dai suoni acidissimi, batteria super compressa e de-riverberata dalla resa quasi synth, tappeti di sognanti tastiere, opera di Dean Fertita; e sopra tutto il caldo, confidenziale timbro della voce di Josh, capace di emozionare le pietre, che ci conduce come bimbi, traccia dopo traccia, al cospetto di Sua Maestà, il Rock.


Grande, grandissima musica quella che "Villains" squaderna nelle nostre incaute orecchie, a partire dalla opening "Feet Don't Fail Me Now" - complessa, ma ingannevolmente easy listening - che, se nel titolo rieccheggia l'antico motto, ci sciorina il fantasma di ciò che resta di uno scarno southern rock in 2/4, pregno di atmosfere Seventies, corrette dalle psicosi taglienti dei Nineties, riducendo così il brano a uno scheletro astrale sulla rotta di un trasognato tema di tastiera. Chiedendo ai piedi di non tradirlo, Josh chiede in realtà alla sua diabolica vena di non abbandonarlo proprio ora, che sta dando vita a un masterpiece: il pezzo parla di sé stesso. Da togliere il fiato. Così, senza lasciarci il tempo di riaverci, arriva il primo singolo dell'album: "The Way You Used To Do", uno spericolato rock/blues tutto giocato sulla riuscita dinamica degli accenti di chitarra e sulla maliziosa vocalità di Homme; quasi piangiamo dalla commozione all'arrivo dei claps. No, mi spiace, non si può non agitare la testa. Già solo con questi due brani è fugato il timore che il tiro e l'ispirazione della band si siano persi di nuovo per strada, come nei dischi degli anni '00; con l'ultra acida "Domesticated Animals", tipico pezzo in stile QOTSA, la band dà ulteriore prova di finezza compositiva ed esecutiva, giocando con disinvoltura su continui spostamenti da tempi in 7 a tempi in 4 (tecnica già impiegata in "Rated R"), con un effetto lisergico e straniante. Un malinconico tema di archi introduce la successiva "Fortress", una ballad in crescendo dal buio alla luce, dal delicato inizio e dalla fine muscolare, nella quale all'interpretazione intensa di Josh, assecondata ma non soffocata dalle tastiere, fa da contrappunto la ripetizione ossessiva di una nota di chitarra, che resta in sottofondo per quasi tutta la prima parte del brano, come uno squalo sotto il pelo dell'acqua di una piscina per bambini. O il letale veleno di un profumatissimo fiore. "Head Like A Haunted Horse" ci catapulta invece in una versione alla trielina di un dancing twist, quasi in odore di Violent Femmes, o come se Chubby Checker fosse impazzito in overdose di quaalude. Divertenti i rimandi agli stilemi del punk rock (con frammenti di grunge) senza mai indulgervi.


Giunti a metà album, non possiamo che confermare l'impressione iniziale: una band in grandissima forma, a cui la classe non manca. Un album energico e lunare, acido e metallizzato, equidistante dal rock stoner e dal pop rock mainstream, con la stessa maestria con cui l'antico auriga sfiorava la meta senza toccarla.
Con "Un-Reborn Again", in apparenza un banale midtempo, si arriva al pezzo produttivamente più elaborato del disco, su cui ci si è sbattuti di più al mixer; sublime quel sax in sottofondo al refrain, che torna con copia d'ottoni nel finale. I suoni sono colori a campiture piene, come nella pittura di Klein. Falso Finale con tripudio d'archi e cori accappella. 


Ancora strada, e deserto e umane miserie e divine crudeltà nella crepuscolare "Hideaway", intrisa di echi fine Settanta - inizio Ottanta; "The Evil Has Landed" è pezzo preferito da chi scrive, il più arrangiativamente complesso, quello che più flirta con gli stilemi dell'heavy metal delle origini senza con ciò snaturarsi, in un gioco postmoderno di salti dal presente al passato. Serratissima la linea di basso. Basta gioie, o potrei morirne. E fa capolino ancora la rossa appuntita codina... closer.... come closer... 
Pezzo di commiato, di una delicatezza non priva di punte, la romantica "Villains Of Circumstances"; preghiera, lettera, dichiarazione d'amore, suggella un disco che forma col precedente "...Like Clockworks" un dittico di grande compattezza stilistica.

 

I QOTSA non assomigliano a nessun'altra band. Che il Diavolo se li porti.





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