Fen
Winter

2017, Aural Music
Post Black Metal

Winter è un disco immediato solo se si accetta da subito, e con piacere intrinseco, che non lo si padroneggerà dopo pochi ascolti.
Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 05/06/17

Era il 2012 quando il palco dell'Underwold a Camden, Londra, toccò in sorte ai Fen. I fratelli Allain, sostenuti dal drumming corposo di Derwydd, al secolo Paul Westwood, tennero la ribalta da comprimari e degnamente prepararono il terreno a coloro che appena un'ora dopo avrebbero rapito, in volute di incenso e chitarre, l'intero locale: gli Agalloch.

 

Se lo sguardo dei Fen s'abbevera di immagini e ispirazione nelle Fenlands di sua maestà britannica, la loro musica lambisce infatti anche le coste del North West Pacific: la scena Cascadica, che fu e sarà sempre degli Agalloch e che ancora vanta nomi di spessore come Wolves in the Throne Room e Alda, è un territorio del suono oltre che dell'immagine; ogni definizione geografica è secondaria in quanto detta scena è presente ovunque si palesi un sentirne in comune le tematiche naturali ed esistenziali, non da ultimo: "pagane", se col termine si intende un ritorno ad un rapporto più diretto, meno metafisico e più concreto, col "divino" -presente e/o assente che sia-, in Natura (i piemontesi Enisum, ne sono prova qui in Italia). Un esempio:

 

"I scan the horizon
Watching, waiting
To gaze upon the grey spine of the cathedral spire
Piercing the clouds that swathe this blasted horizon
A totem of the permanence within this fog laden expanse"

 

Così recita la Feniana "Pathway" ma chi conosce i Wittr, forse ricorderà anche la mistica "Woodland Cathedral".

 

Parlare di "Winter", quinta prova studio del trio inglese, significa ripercorrere tutta una discografia. Significa descrivere una parabola perfetta, avanti e indietro nel tempo. Foraggiata da una personalità tanto introversa quanto carismatica come quella di Frank, "The Watcher", Allain, quella dei Fen è una decade di crescita inesorabile.

 

Con personalità e sicurezza, in una manciata di album decisivi hanno maturato uno stile proprio, che unisce alla tradizione di un black metal sempre più raffinato nei suoni, ma non per questo meno caldo e ferale, elementi post rock e struggimenti melodici la cui qualità emotiva è pari a quanto suscitato dai passaggi più serrati di batteria e chitarra. Su tutto dominano, a fondere, giri chitarristici concentrici e progressivi, con cambi e ritorni in composizioni mai brevi e sempre avvincenti.

 

"Winter" è la summa di questo decennio. Non una celebrazione della propria carriera, perchè così ogni entusiasmo per il disco svanirebbe in una nuvola di autocitazione. No. "Winter" è la presa di coscienza in seno ad una poetica del suono. Il lavoro, solido e robusto nella sua ora e quindici di durata, è il più lungo mai composto e riconduce al loro primo boom artistico a nome "Epoch".

 

Nel 2011 sulla nostrana Aural Music, "Epoch" giunse a cantare la malinconia dei fens, la distesa brulla del tempo che sussurra fino a dove non termina l'orizzonte. Le canzoni si stagliavano come primi sbozzati personaggi di una mitologia personale, senza eroi e nomi. La produzione non prediligeva la nitidezza. Le composizioni, mediamente lunghe, si lasciavano isolare in capitoli compositi. Una sincerità di fondo, una forte ispirazione nel riffing, ricacciavano il sospetto di algide costruzioni così che una genuina esperienza sonora, si faceva catarsi nello screaming profondo e avvolgente di The Watcher. Definirlo un lavoro "acerbo", soprattutto nei suoni, è ancor oggi dirne un pregio.

 

"Winter", un decennio dopo, torna a lambire la vetta di Epoch, seppur, come si diceva sopra, con maggior coscienza. La produzione è più pulita, soprattutto a vantaggio del basso di Adam (l'intro di "Penance", va subito a segno dal primo ascolto), un vero e proprio co-protagonista insieme alla batteria. Quest'ultima è ormai, e con pienezza di risultato, testamento di Westwood, che ha lasciato la band al termine delle registrazioni ("Thanks and farewell", così sul libretto). Chi prende il suo posto, si trova a dover portare avanti la traccia di un drumming corposo, avvolgente e trascinante quasi quanto quello di Michael Korchonnoff (che degli Alda, band nordamericana di Washington è anche voce e mastermind). Ai prossimi Live, l'ardua sentenza.

 

I brani si allungano e "Pathway" è, ad oggi, quello più esteso mai composto dai Fen: ben 17 minuti. Posto in apertura contiene in nuce quanto il resto dell'album svilupperà. Inevitabile che la strutturazione delle canzoni si faccia più complessa. Non meno ricco di immagini e cesellato è poi il lavoro sui testi, sempre in grado di accompagnare la musica e inciderla, anche nei più accessibili momenti in clean vocals o di diradarsi in nebbie sonore lì dove predominano ampie ma mai prolisse, le sezioni strumentali.

 

Così giunge l'Inverno; in sei atti. Un inverno che, nel paradosso delle sensazioni, scalda, scioglie e cattura. "Winter" è un disco immediato solo se si accetta da subito e con piacere intrinseco, che non lo si padroneggerà dopo pochi ascolti. La sua complessità è scandita dalla natura del viaggio che rappresenta. Un suggerimento sta nella titolatura delle sei composizioni. Posti fra parentesi, i titoli suggeriscono l'esperienza emotiva di una singola traccia. Una differenza non da poco rispetto ad "Epoch", il cui approccio all'ascolto resta più tradizionale. Chi intraprende il viaggio senza porre mente alla meta, scoprirà allora un disco la cui immediatezza sta nell'abbandonarsi, minuto dopo minuto, al potere di un riffing variegato che non presenta mai veri cali di ispirazione. Che siano gli imprevisti rallentamenti doom di "Interment", dopo il bel groove piano di chitarre al suo inizio o la dolcezza ambient di "Sight", la bellezza di Winter è nel mezzo, nel suo svolgersi senza pretesa di esser facilmente quantificabile. Separare analiticamente le parti, distinguerle perdendo di vista la fascinazione contemplativa della fusione, lì dove, ad esempio, la durissima "Death" rallenta e si sconvolge in un riffing malinconico e struggente, fino alla sua imprevedibile conclusione, è pratica di una terapia sconfitta in partenza.

 

Scordatevi il tempo, l'inizio come la fine.
Restate nel mezzo.
Restate in viaggio.





01. Winter I (Pathway)
02. Winter II (Penance)
03. Winter III (Fear)
04. Winter IV (Interment)
05. Winter V (Death)
06. Winter VI (Sight)

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