The Smashing Pumpkins
Oceania

2012, EMI
Alternative Rock

Corgan ritrova la saggezza necessaria per dare ai fan qualcosa che, stavolta, omaggia il suo passato.
Recensione di Alberto Battaglia - Pubblicata in data: 19/06/12

Agli Smashing Pumpkins bisogna accordare la virtù del coraggio: sebbene forti di un successo planetario mai è capitato che cercassero di vivere sulla rendita di capolavori come "Siamese Dream" o "Mellon Collie". Tuttavia, passata una certa soglia, il coraggio non diventa altro che una corsa inconcludente verso il nulla, e sembra che questo Corgan l'abbia capito. Quindi possiamo affermare che la principale scoperta di "Oceania" sia questa: la saggezza. Se ai tempi un "Adore" portava la band di Chicago nel dark ottantiano spaesando tutti, o un recente (e incompreso) "Zeitgeist" bruciava in una furia postmoderna di distorsioni ogni traccia di melodia, oggi, invece,  "Oceania" ha un aria più equilibrata, memore dei fasti del passato, ma senza abusare nelle citazioni. Con questo album Corgan prosegue e porta a conclusione la sua personale visione della musica: perciò ritroviamo le dolcezze tristi e le sfuriate rabbiose che da sempre caratterizzano il suono dei Nostri, ma tornano anche gli arrangiamenti articolati di Mellon Collie. L'ispirazione purtroppo non raggiunge più le vette di un tempo, ma è comunque in grado di dare buona linfa a un lavoro che, stavolta, non farà perdere la bussola (ma nemmeno la testa) a nessuno. 
 
"Oceania" nasce indipendentemente dalle esigenze discografiche, all'interno del (dubbio)lavoro in progress di "Teargarden by Kaleidyscope" che negli ultimi anni ha visto Billy pubblicare gratuitamente sul suo sito svariate canzoni. In effetti ciò che di meglio si può dire a favore che di questi Smashing Pumpkins è che continuano a evolvere impermeabilmente al mondo esterno il proprio ethos musicale, anche a costo di apparire una realtà ancora legata alla mentalità narco-depressa degli anni Novanta. Certamente con "Oceania" i Nostri non perdono un briciolo della loro personalità, sebbene va detto che l'intensità di queste 13 canzoni spesso non si avvicini minimamente a quella che rendeva unici i lavori di un tempo. Restano quindi, i modi e le virtù formali che fanno dei Pumpkins istituzioni di un certo tipo di sound. Più qualche chicca che adesso andremo a sentire.
 
Come rivela anche lo stesso Corgan, manca in scaletta un vero singolo da sfondamento: l'album appartiene dunque alla famiglia dei dischi che si valorizzano nell'ascolto complessivo. Con una certa abilità l'offerta di pezzi accontenta sia i bisogni più "animali" che i queli più "spirituali". Per soddisfare i primi sarà più che adatta l'apertura affidata a "Quasar", che per costruzione e stile ricorda i fasti hard-psichedelici degli esordi: distorsione sfrigolante, ritmiche tribali concitatissime e note vagamente orientaleggianti per un pezzo che, però, offre più decibel che idee. Coinvolge maggiormente la successiva "Panopticon", sempre forte delle chitarre distorte che hanno ancora tutto il gusto dell'alternative anni Novanta: uno dei pochi brani che davvero rende giustizia della grandezza "Melloncolliana" di cui Corgan è stato capace. Anche "The Chimera" e "Inkless" recuperano dal vecchio modo di comporre compatto e roccioso con buoni esiti, se magari vi mancavano i riff alla "Siamese Dream". Mentre sul versante "spirituale" e sognante emerge soprattutto "One Diamond, One Heart"; questo è il brano più originale e riuscito dell'intero disco: flauti traversi, elettronica a tappeto, chitarre cristalline rendono questa canzone dalla melodia romantica la migliore delle sorprese. Degne di nota anche l'eterea "Pinwheels", che gioca curiosamente con l'elettronica minimale rubata da Terry Riley lasciando buone sensazioni ma senza affondare il colpo e "Pale Horse" che immersa in una sorta di tiepido liquido amniotico, azzecca, se non altro, il ritornello. 
 
Ascolto dopo ascolto "Oceania" regge e tende a crescere. Questa volta la libertà che la band si prende nel frustrare, di volta in volta, le aspettative dei fan ha avuto la saggezza di venire un po' più incontro a quanti a gran voce chiedevano agli Smashing Pumpkins di ricordarsi un po' di più della propria storia. Confermate, quindi le impressioni a caldo dalla loro ultima data italiana. In qualche frangente il centro è colpito nel segno della continuità delle migliori doti che hanno reso famosa la band, in altri si fatica a vedere sotto la crosta un po' stantia dell'ispirazione che non è più quella di un tempo. Nostalgie a parte, un buon disco, stavolta.




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