Katatonia
Dead End Kings

2012, Peaceville Records
Alternative Rock

Il vicolo cieco dei Katatonia si riempie di musica introspettiva, sottile, aristocratica...
Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 27/08/12

Chiedere ad una band di cambiare pelle di album in album, senza mai tradire il proprio marchio di fabbrica, è una richiesta che ogni fan che si rispetti dovrebbe coltivare nel proprio cuore. Una richiesta lecita e spontanea, soprattutto nel momento in cui certi fuoriclasse sbaragliano la concorrenza viziandoci con uscite sopra la media, imprevedibilmente “attuali” nel momento in cui vedono la luce del sole, ma inossidabili nel tempo. È il caso degli svedesi Katatonia, che con la loro grigia epopea discografica – parliamo di tonalità cromatiche, non di qualità della proposta – hanno superato, senza mai perdere un grammo della classe che da sempre li contraddistingue, le più cupe fasi doom, per trasformare la propria creatura in un ibrido che abbraccia il nervosismo psicotico dei Tool e la malinconia della loro Scandinavia, tra reminiscenze slowcore e un approccio sempre più alternative e sempre meno metal. “Night Is The New Day”, un disco impreziosito dalla collaborazione con il genietto dell'elettronica Frank Default (anch'egli svedese), segna infine il classico punto di non ritorno nel percorso artistico dei Nostri: per la prima volta in oltre vent'anni di carriera, Anders Nyström e soci scelgono di fermarsi a riflettere, approfondendo quanto fatto sinora, piuttosto che voltare nuovamente pagina. “Dead End Kings”, nono tassello di una discografia impeccabile, nasce esattamente da questi presupposti.

Da un gruppo di artisti che si autodefiniscono i “Sovrani del Vicolo Cieco” non dovremmo aspettarci chissà quale apertura mentale o volontà di rinnovamento, ma la strana coppia Renkse-Nyström, pur senza staccarsi dal sound notturno e finemente velato di elettronica di “Night Is The New Day”, non manca il bersaglio. In questo luogo oscuro, dove neri uccelli volano tra nebbie artificiali e palazzi in rovina, il quintetto di Stoccolma sa come muoversi, sa come dar vita a canzoni che, nella loro apparente immediatezza, nascondono un'infinità di sfumature e dettagli che si riveleranno nella loro disarmante bellezza solo dopo un ascolto attento e costante.

La musica contenuta in “Dead End Kings”, emotivamente parlando, non concede tregua, non lascia spazio alla prevedibilità, non sacrifica il contenuto in virtù della facile melodia. Se una “The One You Are Looking For Is Not Here” (addolcita dalle backing vocals di Silje Wergeland dei The Gathering nei ritornelli), con il suo riff pacato ma tagliente, le sue voci discrete ma ossessive, potrà far storcere i nasi di qualche purista, non è il caso di preoccuparsi, perché la natura del disco – introspettiva, sottile, aristocratica – si riflette tutta in questi quattro minuti scarsi: chi conosce e apprezza i Katatonia non tarderà a volersene appropriare. Difficile, del resto, rimanere impassibili di fronte alla raffinatezza degli arrangiamenti di Frank Default (sempre più determinanti nel sottolineare le atmosfere dei pezzi), qui all'apice della propria creatività nella commovente “The Racing Heart” e negli anfratti prog di “Dead Letters”. Che dire poi del lavoro di chitarra del buon Nyström, tutto preso da delicati arpeggi ed assoli incredibilmente congeniali all'anima riflessiva degli undici brani in scaletta (sebbene “Buildings” e la già citata “Dead Letters” ci regalino più di un buon motivo per far ruotare la testa a suon di headbanging). Bastano infine il dirompente lirismo di “Lethean” (capolavoro del disco) e il calore della voce di Jonas su “Leech”, con il suo incedere quasi jazzato spezzato a metà da un ritornello al cardiopalma, per capire che i Katatonia sono una band che fa sul serio e che, una volta tanto, può concedersi il lusso di tornare sui propri passi, per approfondire quanto di buono era già stato fatto con il full-length precedente, senza dover cercare a tutti i costi una nuova strada.

Quindi, se avete amato alla follia “Night Is The New Day”, probabilmente avvertirete la mancanza di una vera e propria rivoluzione, ma la “delusione” iniziale, una volta entrati in sintonia con il sound di “Dead End Kings” (che dalla sua ha il vantaggio di essere ancor più raffinato e sempre meno legato a certi stilemi metal) lascerà spazio alla consapevolezza di avere tra le mani un lavoro di altissimo livello, un capitolo essenziale nell'evoluzione di una formazione che, almeno su disco, continua ad appagare profondamente i propri sostenitori.





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