Steve Harris
British Lion

2012, EMI
Hard Rock

Il leone britannico ruggisce, ma non capisce che in realtà è afono.
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 24/09/12

In fondo, Steve Harris ha un cuore che batte in 4/4 a suon d’hard rock. Ha passato la sua giovinezza assaporando ogni singola nota dei Kiss, ha militato in una loro cover band, e dopo decenni passati a suonar heavy metal era quasi lecito aspettarsi un piccolo sfogo personale che potesse riesumare il primo amore, musicalmente parlando.


A dirla tutta, “British Lion” era in origine il nome della band in cui militava il chitarrista Graham Leslie, ed alcuni brani dell’album sono rielaborazioni del demo tape (si, c’è stato un tempo in cui i demo venivano registrati su cassette TDK-90) che Harris si trovò tra le mani agli inizi degli anni ’90. Oggi, assoldato un cantante il cui nome corrisponde a Richard Tylor e composto altro materiale sempre ispirato a quelle registrazioni, il celebre musicista ha creato un album caratterizzato da hard rock di stampo assolutamente classico, dove, ovviamente, il basso di mister Maiden è sempre in risalto, delle volte forse anche troppo (“The Chosen Ones”), ma fondamentalmente i basamenti ritmici sono ben delineati e piuttosto compatti, con spunti acidi e quasi violenti (la chitarra super saturata e carica di effetto wah-wah di “Karma Killer” ne è un esempio). La produzione ha volutamente un velo vintage che ben si sposa con la ruvidezza generale del lavoro, anche se può rivelarsi un’arma a doppio taglio, soprattutto perché il sound dei vari brani non corrisponde ad una sua omogeneità in tutto l’album: “These Are The Ands” è un bel brano, uno degli episodi migliori di “British Lion”, ma a livello di suoni, soprattutto chitarristici, cozza alquanto con “Eyes Of The Young” e “The World Without Heaven”, le quali per sound sembrano più dei b-sides dei tempi di “Somewhere In Time”. Discorso simile per “Judas”, che tra l’altro ha il gravissimo difetto di avere uno stacco verso i 2:30 davvero senza senso ed al limite dell’irritante, quasi come se avessero tagliato di netto la parte energica ed elettrica per piazzare in maniera quasi forzata l’intermezzo acustico. La successione delle due parti sarebbe stata anche bella, ma non tagliando in quel modo, creando un anticlimax davvero artificioso ed irritante.


Altro aspetto che non convince è la prestazione spiazzante di Richard Tylor, e “spiazzante” è il termine migliore per descrivere quanto accade vocalmente in tutto “British Lion”: voce meravigliosa nella conclusiva ed evocativa ballad “The Lesson”, il cantante è invece quasi disastroso nei momenti durante i quali si richiede, si esige un’aggressività maggiore come nel caso delle iniziali “This Is My God”, “Lost Worlds” e “Karma Killer”, brani strutturalmente belli ma a cui manca, appunto, una prestazione vocale graffiante. Attenzione, non stiamo affermando che sarebbe servita una voce alla Bruce Dickinson (per quello ci sono gli Iron Maiden apposta), ma un’ugola più ruvida ed incisiva sì, delle corde vocali idonee per l’hard rock proposto, insomma. Taylor ha obiettivamente un buon potenziale, nella seconda parte di “British Lion” se la cava un po’ meglio, ma alla fine dei conti sono più le volte in cui pare fuori contesto che a suo agio.


Produzione grezza ma incostante e che spezza troppo la compattezza dell’album nel suo globale, una voce sì interessante, ma penalizzata e che penalizza un contesto non suo. Peccato, davvero un gran peccato, considerando che le idee e gli elementi per fare un gran bel lavoro c’erano tutti. Un calderone dove alla fine col mestolo si recupera solo un brodo con qualche piccolo pezzo vagamente saporito, nulla più.





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