Three Days Grace
Transit Of Venus

2012, Jive/RCA
Alternative Rock

Recensione di Mia Frabetti - Pubblicata in data: 11/11/12

Se ti rimanessero soltanto tre giorni di vita, come sceglieresti di trascorrerli? Se avessi solo settantadue ore per cambiare la tua esistenza, ci riusciresti? I Three Days Grace si sono scelti un nome affascinante, ricco di sottintesi, e finora sono sempre riusciti a tenergli fede e rendergli onore. Ricordate la furia cieca che permeava il loro omonimo album di debutto e che vi faceva sentire come se aveste una bomba sul punto di esplodere fra le mani? La sofferenza che trasudava da ognuno degli accordi di “One-X”? La speranza che gocciolava da “Life Starts Now” direttamente nelle vostre orecchie? Bene: dimenticatele. Perché la magia è svanita, l’incantesimo è stato spezzato e il pifferaio ha perso buona parte del suo fascino. Cos’è successo ad Adam Gontier, l’uomo dietro il microfono, negli ultimi tre anni? Quello che possiamo ascoltare su “Transit Of Venus” sembra soltanto il guscio vuoto del frontman di una volta, e la colpa non è da attribuirsi al suo recente flirt con l’elettronica; il sound della band canadese non è stato snaturato, anzi, è rimasto perfettamente riconoscibile: il marchio Three Days Grace è ancora stampato bene in fronte ad ogni loro canzone e i temi sono sempre gli stessi - senso di alienazione, abbandoni, relazioni naufragate, rabbia, desiderio di rivalsa, il tutto condito da dosi variabili di speranza o amarezza. Tuttavia sembra che qualcosa si sia incrinato nell’animo del frontman, come se il fuoco che lo straziava si fosse estinto ed espellere canzoni e sentimenti negativi dal proprio sistema non fosse più un’urgenza impellente. Come se Adam Gontier i suoi tre ipotetici giorni di grazia non fosse più disposto a consacrarli interamente alla musica.


“Sign Of The Times” è un esordio promettente, un vero elemento di novità nella discografia dei Three Days Grace, con il suo suggestivo preludio e strofe cupe che recitano “This is a sign of the times / another mountain to climb / the sun burns as hot / as the flame in the Devil’s eyes / there’s chaos on the rise / the sky is raining knives”, prima di esplodere in un fuoco d’artificio di chitarre e batteria martellanti che travolgono tutto ciò che incontrano sul loro cammino, ascoltatori compresi. Ma quando facciamo la conoscenza di “Chalk Outline”, compatto muro sonoro sostenuto da una spruzzata di sintetizzatori su cui vengono tracciati versi disillusi e rancorosi, scopriamo che la opening track serve soltanto da specchietto per le allodole. Un ascoltatore casuale di questa seconda traccia potrebbe classificarla come un pezzo discreto, ma un conoscitore della discografia dei Three Days Grace noterebbe che qui manca un ingrediente fondamentale: il tormento, l’urgenza, e anche un certo male di vivere. Il ritornello, anziché scavare una linea di rottura, arranca nella scia delle strofe; ascoltandolo, si rimane in attesa di un climax che non arriva, di uno dei pugni nello stomaco a cui Gontier ha abituato il suo pubblico. Ma a mano a mano che la canzone avanza la delusione si fa sempre più cocente. E questo è il primo singolo estratto dall’album, la traccia che dovrebbe rappresentarlo emblematicamente: detto ciò, non c’è bisogno di aggiungere altro. Per descrivere “Chalk Outline”, e con lei anche un paio delle altre canzoni di questo disco (“Operate”, “Broken Glass”, “Give Me A Reason”, giusto per fare qualche nome), è sufficiente citare il titolo di un altro pezzo tutt’altro che memorabile: “Anonymous”.

A trarre l’ascoltatore dal baratro di noia che sembra aver sputato fuori “Transit Of Venus” ci sono giusto un paio di tracce. “The High Road”, ad esempio, è un’ottima candidata per il ruolo di secondo singolo; “Misery Loves My Company” è altro materiale confezionato espressamente per essere dato in pasto alle emittenti radiofoniche. “Expectations” ha dalla sua un ritmo incalzante a cui è impossibile resistere e, nonostante il retrogusto elettronico che la pervade possa rivelarsi difficile da digerire per i fan della prima ora, rimane un pezzo con forte personalità sul quale la voce di Gontier torna a suonare sicura, cinica e graffiante come un tempo. Lo stesso non si può dire del resto delle tracce: “Time That Remains”, brano interamente acustico, è un mezzo buco nell’acqua. “Give In To Me”, cover di Michael Jackson, si cimenta nell’impresa di rendere giustizia all’originale aggiungendo contemporaneamente un tocco à la Three Days Grace, ma non riesce a centrare appieno il bersaglio e l’unico a cedere, qui, sembra uno stanchissimo Gontier. “Happiness”, canzone che con la felicità ha davvero poco a che fare (“Happiness / straight from the bottle / when real life’s too hard to swallow”), potrebbe riuscire a scuotere qualche testa fra il pubblico ai concerti, sì, ma è solo la sorella minore degli anthem di successo che i Three Days Grace hanno dato alla luce in passato. I neppure 40 minuti che conducono all’ultima traccia sembrano protrarsi all’infinito. Fin qui, “Transit Of Venus” non ha sfornato pietre miliari e hit scalaclassifica, e non si smentisce nemmeno con “Unbreakable Heart”, ballata di chiusura dal ritornello composto di due soli versi durante il quale Gontier trascina, maltratta e prolunga fastidiosamente la parola “heart” oltre il limite di sopportazione dell’ascoltatore, lasciandolo infine a fronteggiare una domanda scomoda: l’ispirazione del frontman è forse già esaurita? Un tempo la musica dei Three Days Grace aveva denti affilati come rasoi, in grado di lacerare coscienze come quelli di nessun altro. Ma ora quei denti sembrano smussati, le unghie di Gontier spezzate e non più capaci di graffiare.

“Transit Of Venus” è un must have? No, se non siete fan della band. E se anche lo siete è assai probabile che questo disco non si riveli all’altezza delle vostre aspettative perché, se è vero che non tutte le canzoni che lo compongono sono da buttare, non sono nemmeno da ricordare. Onore al merito per avere avuto il coraggio di sperimentare nuove soluzioni, ma i tempi in cui ascoltare un album dei Three Days Grace equivaleva quasi a sentire i denti di Gontier scricchiolare mentre ingoiava filo spinato e dava fiato ai suoi tormenti sembrano più lontani che mai.





01. Sign Of The Times
02. Chalk Outline
03. The High Road
04. Operate
05. Anonymous
06. Misery Loves My Company
07. Give In To Me
08. Happiness
09. Give Me A Reason
10. Time That Remains
11. Expectations
12. Broken Glass
13. Unbreakable Heart

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